Benedetto Vecchi

RICHARD SENNETT  (L’uomo artigiano Feltrinelli, traduzione di Adriana Bottini, pp. 320, euro 25)
per rispondere all’alienazione che caratterizza l’organizzazione del lavoro nel «capitalismo flessibile».
Lo studioso statunitense non crede, che il lavoro in team e il  just in time consentano, come invece sostengono invece i loro cantori, la ricomposizione delle mansioni, chiudendo così l’era della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale.
Ritiene, al contrario, che la produzione di massa, indipendentemente da come è organizzata, sia fondata sulla separazione tra progettazione e esecuzione, tra pensare e fare.
Il suo obiettivo è di sottolineare come alcune forme del lavoro o di vita della società preindustriali non siano scomparse, ma come un fiume carsico stiano riemergendo, presentando tuttavia caratteristiche diverse dal passato.
Sennett scrive di come fu colpito da Vita activa, il saggio dove Hannah Arendt cominciò a riflettere attorno alla distinzione tra animal laborans e homo faber per sottolineare il fatto che mentre l’animai laborans produce i mezzi per la riproduzione della specie, domandandosi tutt’al più come produrli, l’homo faber nello svolgere il proprio lavoro si pone la domanda del perché lo stia svolgendo.
In entrambi i casi, c’era una priorità del fare rispetto al pensare, della necessità rispetto alla libertà.
La denuncia del lavoro come attività degradata dell’essere umano avanzata da Hannah Arendt nulla aveva a che fare con la critica al lavoro salariato di marxiana memoria.
Sennett  la considera segnata da dicotomie (il fare e il pensare, ad esempio) che nel lavoro invece convivono in un equilibrio scandito da un’altra dicotomia, quella tra autorità e autonomia.
Ed è da allora che lo studioso statunitense ha cominciato a cercare di definire quale sia il posto occupato dal lavoro nella società contemporanea, cercando proprio nel! artigiano la figura che supera le dicotomie che hanno accompagnalo, teoricamente e socialmente, la categoria del lavoro.

I DEMIURGHI DEL PRESENTE
L’artigiano, infatti, per rimanere alla Vita activa di Hannah Arendt, risponde sia alla domanda del come svolgere lavoro, ma anche il perché svolgerlo, attraverso una maestria nel fare che consegna agli artigiani una sorta di missione civilizzatrice anche quando sono stati relegati ai margini della vita pubblica.
Nel lavoro artigiano, infatti, non c’è solo abilita tecnica, attenzione alla qualità del manufatto da produrre, ma anche e soprattutto una cura delle relazioni sociali che accomuna sia il maestro che il discepolo; oppure la centralità del valore d’uso del manufatto rispetto al valore di scambio. Sebbene Richard Sennett sottolinei come l’artigiano non costituisca la semplice permanenza di una forma arcaica di lavoro nelle società contemporanee, il suo libro va consideralo non solo come una critica dell’analisi di Hannah Ahrend,  ma anche come la sofistica e suggestiva proposta  dei demiourgoi (così venivano chiamati gli artigiani nell’antica Grecia) come figura salvifica dall’alienazione e dall’anomia dell’attuale organizzazione produttiva capitalistica.
È il lavoro concreto che si contrappone al lavoro astratto, tanto per usar categorie marxiane. Ma anche l’incarnazione in una stessa persona o esperienza sociale di una ricomposizione di quei frammenti che la divisione del lavoro scandisce in termini di efficienza e produttività.
La maestria tecnica di cui scrive Sennet è quindi da intendere come una pratica culturale che individua la soluzione dei problemi all’insegna di un fare qualità.
Ma anche la cura con cui i maestri artigiani trasmettevano il mestiere all’epoca delle corporazioni medievali da intendere come una socializzazione del virtuosismo sviluppato dal singolo.
È quindi il primato della qualità; ma anche di un «sapere semantico» che viene trasmesso sia per via orale che attraverso l’apprendimento per imitazione.
Fattori che vanno a comporre una «coscienza materiale», che attraverso la manipolazione dei materiali, la presenza, in quanto garanzia del marchio d’autore, e l’antropomorfismo impresso ai materiali stessi costituiscono le componenti di un’autonomia del lavoratore, ma anche l’esercizio dell’autorità da parte del «maestro» all’interno dei laboratori artigianali. Una gerarchia, dove il binomio tra autorità e autonomia convive in una organizzazione produttiva che ha come referente non il mercato, ma un committente talvolta capriccioso talvolta generoso mecenate.
E sono una vera chicca le pagine de L’uomo artigiano che raccontano come i liutai Stradivari e Guarneri, l’orafo e scultore Cellini abbiano manifestato i medesimi sentimenti contraddittori rispetto la trasmissione delle loro abilità o il rapporto di amore e odio con i committenti, dai quali dipendevano per il pagamento del loro lavoro.

IL VIRTUOSISMO DI LINUX
Nessuna nostalgia, vale la pena ripetere, per il passato, quanto la convinzione che l’ordine dei problemi che gli artigiani hanno dovuto affrontare costituiscono il background strutturale del capitalismo «flessibile». In primo luogo, il superamento dell’organizzazione tayloristica del lavoro dettata dalla necessità, così recita la vulgata dominante, di reagire a una feroce competizione attraverso la migliore qualità delle merci prodotte e da una continua innovazione tecnologica, organizzativa e di prodotto. Elementi, tutti, che possono essere risolti appunto dalla riproposizione di quella poiesis che caratterizza il lavoro artigiano. Questo non significa tuttavia l’azzeramento o la rinuncia al sistema di macchine.
L’artigiano a cui pensa Sennett è infatti l’uomo o la donna che sa usare con maestria le tecnologie digitali, ma che considera la qualità, l’innovazione e le cooperazione sociale come valori assoluti.
Da qui l’individuazione nei programmatori del sistema operativo Linux come gli artigiani di cui ha necessità il capitalismo postfordista.
La proposta di Sennett va quindi presa sul serio, perché meglio di tanti altri studiosi critici della capitalismo contemporaneo, ritiene che il sapere, l’innovazione sono espressione di  un’intelligenza collettiva che accidentalmente può essere meglio interpretata da un singolo o da una «comunità virtuale», come appunto quella dei programmatori di Linux.

Marco Dotti

Esistono comunque mansioni considerate «socialmente» umili, quando non umilianti, che però richiedono sofisticatissime conoscenze tecniche e di esperienza: è a queste che si deve guardare per capire l’attualità dell’«artigiano».
Sennett cita, a questo proposito, il caso degli infermieri o degli ausiliari di sala, solitamente considerati al gradino inferiore della scala gerarchica e scolastica. Ripartire da qui, sostiene Fautore, potrebbe restituire un «volto etico» al mondo che ci circonda, un mondo sfigurato dalla flessibilità senza progetto e dal crollo di quel tempo lineare che garantiva una relativa stabilità, in termini emotivi, al lavoratore del periodo fordista.
L’artigiano, infatti, pur nella «genericità» della definizione data da Sennett (definizione che rischia, almeno in Italia, di confondersi con quella di «piccola impresa»), sa guardare quel mondo con un occhio diverso, rispetto a quello - voracissimo - degli squali della finanza, alta o bassa che sia. Sa guardare il mondo, suggerisce ancora lo studioso statunitense, riuscendo a cogliere le conseguenze di ogni suo gesto. Diversamente, gli apprendisti stregoni del capitale «flessibile» hanno perso ogni capacità di controllare l’operato del proprio lavoro, di testarlo, di sottoporlo a prova, di vagliarne al massimo grado di prevedibilità le conseguenze.
La provocazione di Richard Sennett - se di provocazione si tratta - si spinge a contestare l’obiezione che the craftsman sia una figura estinta o in via di estinzione. I nuovi artigiani, sostiene nel libro, sono i moderni programmatori, gli sviluppatori di software, ma anche i ricercatori scientifici indipendenti che, con costi irrilevanti, riescono a sviluppare nuovi materiali in laboratori che è poco definire di fortuna. In loro si riannodano i fili di un sapere antico.