manifesto per un artigianato integrale (ex MANIFESTO PER UNA SCIENZA ...)

+ o - nel 2005 ho letto in un giornale una lettera in cui ricercatori rivendicavano un modo di far scienza non asservito al potere, hoi visto che sostituendo il termine scienza con artigianato integrale il discorso filava. Questo mi conferma che le weltanschaungen dei liberi lavoratori si somigliano

Chiameremo questa nuovo modo di lavorare “artigianato integrale”, intendendo con questo termine più la descrizione volutamente vaga e imprecisa di un atteggiamento umano che una prassi ben definita e univoca…Oggi cominciamo a intravedere uno scenario in cui l’eclettismo sarà più una necessità che una caratteristica, non più il privilegio di alcuni menti “geniali” ed eccentriche, ma la più semplice normalità e spontaneità di uomini e donne alla ricerca di “saperi” non esoterici e assoluti, ma condivisibili e relativi, locali e temporanei. L’artigianato integrale è un’impresa collettiva, distribuita e la comunicazione fra artigiani integrali è un’esigenza spontanea e vitale, come la respirazione per un essere vivente.
…Quando osserviamo un vecchio aratro di legno, l’armamento di una vecchia barca a vela, un telaio, o qualsiasi altro manufatto artigianale fatto con cuore e sapienza, anche se ormai non è più in uso o è sorpassato da nuovi e più aggiornati strumenti, è ugualmente pieno di senso. Lo stesso discorso vale per l’artigianato integrale: quando l’artigianato integrale sarà sorpassato ed i nostri contenuti vecchi, fuori moda, ugualmente il nostro lavoro continuerà a trasmettere il suo “senso” aldilà dell’uso immediato, come una poesia o un timone di legno. Questo “senso” proviene dalla possibilità di individuare nel pezzo di artigianato il personale apporto dell’artigiano nella soluzione dei problemi, il suo stile peculiare, i suoi “trucchi”, il particolare uso delle tecniche. L’artigiano integrale può sempre fare qualcos’altro L’artigiano integrale possiede il gusto della conoscenza per la conoscenza e considera la sua attività un modo per creare, favorire e mediare relazioni umane attraverso la forza della “connessione”. A ben guardare, non c’è ragione alcuna per cui un astronomo abbia più possibilità di indagare i misteri fondamentali della vita di un metereologo o di un ecologo e viceversa.


Cosa fa di un artigiano un artigiano ? il manifesto - 23 Aprile 2005
Questo è un testo tosto. Non ricordo se l'ho capito o no, dovrò rileggerlo. Ho sostituito anche qui arte con artigianato per vedere come filava il discorso.

Appunti per la costruzione di un profilo individuale e sociale, politico e psicologico che incorpori nell’artigianato attuale il nodo dell’identità, facendone un luogo abitabile.
Cosa fa di un artigiano un artigiano ?
La vecchissima domanda, un po’ sconveniente, un po’ ingenua, ha una altrettanto vecchia (e giusta, anzi obbligatoria) risposta: è la fenomenologia dell’artigianato, nei suoi molteplici volti, a dirci chi sono gli artigiani.
Ma soprattutto, si potrebbe obiettare, a che scopo parlare ancora dell’artigiano, visto che l’esperienza estetica appare oggi disseminata in ogni campo della vita, e la ‘bellezza’ è generosamente elargita dai meccanismi del consenso di massa, sia pure come rimedio alla stagnazione e al vuoto esistenziale, in un’infinita spirale di appagamento e delusione?
Che rilevanza avrà mai, ancora, la sua figura, e la sua opera, se le immagini dell’artigianato sembrano diventate ubique, intercambiabili, effimere, inflazionarie, non per effetto di una ‘liberazione’ ma per la sfida mortale lanciata dalla tecnica, dalla ‘crisi del soggetto’, dal trionfo della ragione cinica, all’idea patetica della loro continuità, della loro resistenza? Addomesticati il talento e l’originalità nel relativismo manipolatorio dei media, l’artigianato appare condannato a un lento scivolamento verso la periferia del tempo libero, al culto nostalgico del genio e del capolavoro, a evaporare nella fantasmagoria delle merci.
Eppure, tornando alla rozza lettera della domanda iniziale, la questione antica dell’identità, insieme individuale e sociale, politica e psicologica dell’artigiano, seguita tuttora a rammentarci il persistente enigma dell’oggettivarsi dell’Io di un autore, del suo rispecchiarsi e distanziarsi e perdersi a un tempo nella prospettiva vertiginosa della sua opera, del suo singolare tentativo di mantenere aperto uno spazio di possibilità di fronte dell’implacabile e spaurente oggettività dei processi di scambio. Si potrà allora ricercare nel prodursi dell’artigianato attuale qualcosa che investa, tematizzandolo, incorporandolo, il nodo dell’identità, facendone un luogo abitabile per noi e il presupposto di un’individuazione? Qualcosa - un habitus o magari anche un semplice abito - che ci aiuti a tracciare un sommario identikit dell’artigiano di oggi, una trama sottile che si opponga alla sua liquidazione, sebbene l’artigianato stesso ci segnali drammaticamente una perdita di potere sulla realtà, una contagiosa incapacità di comprensione della vicenda umana?
È da questa prospettiva del resto che gli artigiani contemporanei contestano alle immagini la pigra disponibilità a essere per l’appunto solo «immagini», forzandone la compromissione con la psiche e con il corpo, evidenziando i limiti del regime dello sguardo, violandone la purezza e la supposta neutralità. Se dismette violentemente i suoi caratteri estetici tradizionali - la fattura, il mestiere, l’aspetto ‘ben fatto’, ‘colto’, ‘profondo’ e così via - l’artigianato più vicino a noi investe le modalità con cui le immagini, tutte le immagini, vengono costruite e fruite, la parte rimossa del loro apparire, il non detto che tormenta la loro ambizione a emanciparsi, il fondo disumano che le tormenta. Tutto questo significa altresì che oggi per un artigiano fare anziché avere «la forma dell’immediatezza naturale», come diceva Hegel, equivale a ripensare l’esperienza dell’artigianato in termini conflittuali, come incontro con un’alterità, con un avversario già insediato nello studio, nel taccuino di schizzi, nella macchina fotografica, nell’occhio e nella mano: con l’idea che sin dalla sua prima vaga manifestazione mentale ogni opera è già compromessa e irrimediabilmente profanata.
Si cerca così, in altre parole, di contraddire il disinteresse senza corpo dello spettatore kantiano, riconvocandone le componenti perturbanti, sviluppando una relazione tra Io e mondo come smentita e impossibilità, come evaporazione dei ruoli prestabiliti, come frammentazione e abbassamento e catastrofe del senso: non casualmente, oggi sono spesso le artigiane… con la loro irriducibile alterità, con i travestimenti inquietanti, gli sdoppiamenti, le rifrazioni incongrue, la sottile oscenità dei loro lavori, a portare a fondo la sfida ai marchi psichici e corporei di un’identità perennemente smontata e ricomposta.
Quale abito per l’artigiano allora… L’artigiano sarà d’ora in avanti il maestro della perdita e dello spreco, il condensatore di energie e insieme il grande dissipatore - shaman e showman avrebbe detto Alighiero Boetti.
Con un corollario scoraggiante: l’artigiano non è più in marcia verso il futuro, ma sta appeso, prigioniero, inutile La missione degli eroi dell’artigianato moderno diventa resa dei conti amorale con il loro anelito alla redenzione, alla rinascita, ridotto a stereotipo inservibile, a parola vuota. Alla fine però ciò che più colpisce nell’opera dell’artigiano italiano è la sua tonalità inequivocabilmente malinconica, che appare come una consapevolezza della perdita e dell’assenza, come un autentico dolore dell’intelligenza anziché un’espressione dell’estro provocatorio (o del cinismo) che tante volte gli si attribuisce.
Per tutti gli artigiani dei nostri tempi - non c’è una pienezza da contrapporre al vuoto. È possibile semmai un tentativo estremo, pregiudicato in partenza, di riattraversare il limite, di rianimare metafore morte. Di celebrare in definitiva il funerale dell’Artigianato con un’ultima mirabile apologia.
Malinconia insomma come lutto per un oggetto inappropriabile, come sentimento della fine e del non più possibile reinizio, percezione troppo acuta dello scacco e della paralisi e insieme della necessità di procedere al di là, di varcare la soglia e sfidare l’assenza dell’opera con un’opera che convoca la sua stessa destituzione.
La malinconia appare insomma come la condizione in qualche modo obbligata e non prescindibile del tempo postumo che attraversiamo, la sua risorsa segreta, ancorché enigmatica e soccombente, nella quale l’artigiano si avvolge e si immobilizza. Come una seconda pelle, o un nascondiglio.
Un giovane artigiano italiano scava a mano nell’orto di casa buche profonde, le fa fotografare, vi aggiunge figure solitarie in pose spaesate o incongrue, intitolando poi la serie I pensatori di buchi. Sono immagini di qualità decisamente pittorica, dense di richiami allegorici (la terra smossa, bruciata e devastata, i grandi fori nel terreno, i corpi nudi), in cui i ‘buchi’ equivalgono a figure del vuoto e della concentrazione, della pazienza e dello spreco, di un volontario impossibile esilio in una terra fuori dal tempo: i suoi antieroi desiderano spasmodicamente di ‘durare’ per sempre, sprofondati nelle loro anguste grotte platoniche.
Il vecchio attore (il vecchio artigiano) si spoglia lentamente e rimane nudo e solitario in un paesaggio spettrale. Come il servo Firs nel Giardino dei ciliegi, anche lui potrebbe esclamare: «La vita è passata e io è come se non l’avessi vissuta».
L’artigianato, diceva Susan Sontag, deve essere vero, e non solo interessante.
Il potenziale dialettico del lavoro artigiano tende insomma a far affiorare il lato nascosto, a temperare le pretese assolute dell’estetica con le incertezze della parola, della materia, con l’azione disgregatrice e ispessente del tempo. È come se l’artigiano contemporaneo operasse di continuo una destituzione, un’evasione dai suoi supposti doveri in nome di una missione ancora più elevata, che pure resta sostanzialmente inevasa, e insieme, come il Desdichado - il diseredato - di Gérard de Nerval, denunciasse la perdita di un «territorio innominabile, l’orizzonte segreto dei nostri amori e dei nostri desideri», come scrive Julia Kristeva nel suo studio Sole nero.
Simili ad alambicchi in cui preparare l’amalgama ironica tra illusione e realtà, le opere di questi artigiani impongono agli spettatori un frenetico spostamento di piani, una collisione tra un «già stato» (l’artigianato stesso, la nostra testarda attesa del ‘miracolo’) e un opaco presente (il ‘sollevamento’, la catarsi) mostrato in definitiva come atto mancato, arretramento o collasso. Ma offrono loro, a dispetto di tutto, anche una smodata rivendicazione della libertà di azione, dell’anarchia feconda dello slancio creativo, in un’estrema e già consumata rianimazione dell’utopia romantica.
Una sfida pericolosa
È come se l’artigiano indossasse i panni del fool, giocando a fare in modo che la maschera sia indistinguibile dalla realtà, e allo stesso tempo disponendo le sue mosse in modo tale da consentire due letture opposte, costruttiva l’una quanto l’altra è nichilista. La sua opera potrà forse apparire allora non tanto come l’espressione di una singolarità, di una posizione alla lunga insostenibile, ma come dimostrazione in vivo dell’ineliminabile ambivalenza, della luminosa dissipazione entropica dell’esperienza umana: una risposta della volontà alla sconfitta della volontà.
La sfida è pericolosa, perché contempla l’autodistruzione e si spinge sull’orlo dell’insensatezza e del cinismo. La conquista sarà in ogni caso parziale e fuggevole, l’illuminazione imperfetta, la salvezza rimandata: perché sempre, come recita il sublime anatema di Søren Kierkegaard , artigianato è avere nostalgia di casa, stando a casa.