Quand'ero giovane, come per tutti i giovani, l'arte, la grande arte, era la mia religione; ma con gli anni ho visto che l'arte come era considerata fino all'800 era finita, condannata e che la cosiddetta attività artistica con tutta la sua abbondanza, altro non è che la multiforme manifestazione della sua agonia.
L'uomo è sempre più disinteressato e distante da pittura, scultura e poesia; al contrario, gl'uomini oggi sono presi da tutt'altre passioni: tecnologia, scoperte scientifiche, ricchezza, sfruttamento della natura.
Non sentiamo più l'arte come un bisogno vitale, una necessità spirituale come nei secoli passati.
Molti di noi continuano ad essere artisti e a accuparsi d'arte per motivi che hanno poco a che fare con la vera arte, motivi che riguardano piuttosto lo spirito d'imitazione, la nostalgia per la tradizione, l'inerzia tout court, l'amore di ostentazione, prodigalità e curiosità intellettuale, la moda o il calcolo.
Vivono ancora, per abitudine e snobismo, in un passato prossimo, ma la grande maggioranza dappertutto non ha più la minima sincera passione per l'arte, la considera al massimo un diversivo, un passatempo, un ornamento.
Un po' alla volta, nuove generazioni, con una predilezione per la meccanica e lo sport, più sincere, ciniche e brutali, relegheranno l'arte nei musei e nelle biblioteche come fosse un'incomprensibile ed inutile reliquia del passato.
Dal momento che l'arte non è più il sostegno che nutre il meglio, l'artista può esternare il suo talento in ogni sorta di esperimenti con nuove formule, in infiniti capricci e fantasie, in tutti gli espedienti della ciarlataneria intellettuale.
Nelle arti la gente non cerca più consolazione né esaltazione.
Ma i raffinati, i ricchi, gl'indolenti, distillatori di quintessenza, cercano il nuovo, l'insolito, l'originale, lo stravagante, lo scioccante.
Ed io, a partire dal cubismo e dopo, io ho soddisfatto questi gentlemen e questi critici con tutte le bizzarrie che mi passavano per la testa, e quanto meno le capivano, tanto più ammiravano.
Divertendomi con questi giochi, acrobazie, rompicapo, indovinelli ed arabeschi, sono diventato famoso in fretta.
E la celebrità per un pittore significa incremento nelle vendite, soldi, ricchezza.
Oggi, come è risaputo, sono famoso e molto ricco.
Ma quando sono solo con me stesso, non ho il coraggio di considerarmi un artista nel senso grandioso e antico del termine.
Ci sono stati grandi pittori come Giotto, Tiziano, Rembrandt e Goya.
Io sono soltanto un entertainer pubblico che ha capito il suo tempo.
Questa mia è un'amara confessione, assai più penosa di quanto appaia, ma ha il pregio di essere sincera.

PABLO PICASSO

Da: ORIGIN 12, January 1964 Cid Corman, Editor Kyoto, Japantop