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C'è
chi dice che fare a mano è anacronistico adesso che sguazziamo in una valanga
di merci. Se le macchine possono fare qualsiasi oggetto funzionale più in fretta
e a minor costo di quel che un artigiano può mai sperare di fare, tutti gli
oggetti fatti a mano non sono altro che rimpianto del bel tempo andato, nostalgia
di una cultura preindustriale. L'artigiano, allora è un ostinato sopravvissuto,
già obsoleto. E l'atto di fare cose a mano è sia una negazione della realtà
attuale, sia un tentativo di vivere in un mondo immaginario.
Altri argomentano in base all'estetica per scartare il lavoro a mano. Il modo
di produzione, dicono, è irrilevante. Il valore di un'opera d'arte è nella sua
qualità espressiva, o nella sua audacia intellettuale, o nella sua capacità
di comunicare un ineffabile mistero, o in qualsiasi cosa la vostra teoria estetica
preferita al momento decreti. Se fosse sufficiente il modo di produzione per
conferire una valenza estetica, allora ogni schifezza sarebbe arte. Le cose
possono essere fatte a mano eppure essere brutte: falegnameria da hobbista,
decoupage, bambole di pezza ecc.
Ci sono anche altre ragioni per dire l'insignificanza dell'artigianato.
Generalmente risalgono tutte alla gerarchia aristotelica che piazza le idee
al di sopra della realtà fisica. L'idea della sedia è superiore a qualsiasi
sedia perché l'idea, che non ha i difetti inevitabili in una sedia reale, è
perfetta. Poiché il pensare è manipolare le idee mentre il fare è manipolare
le cose, pensare è meglio che fare. Così la mente è separata dal corpo, la mente
è in cielo e il corpo nel fango.
Il che vuol dire naturalmente che il lavoro a mano è sempre sporco in confronto
al lavoro della mente. Questa sciocca bigotteria è ripetuta in migliaia di modi
nella nostra cultura, dal divario tra la paga di un amministratore e quella
di un lavorante alla differenza tra lo status dell'arte e quello dell'artigianato.
Come effetto collaterale non si sa in che modo il fare a mano può avere un significato
di per sé, o perché è importante nelle nostre vite.
Un tempo, il valore del fare a mano si trovava nella maestria. Il
maestro artigiano era rispettato e la sua abilità era ammirata. Ovviamente,
la maestria non s'incontrava dietro l'angolo: era riservata a chi era passato
per un lungo apprendistato e aveva praticato il mestiere per decenni. Questi
artigiani stabilivano gli standards d'eccellenza col tocco delle loro mani,
non con un'impeccabile finitura a macchina. Ma oggi che la sterile perfezione
dei prodotti industriali fa sembrare un anacronismo avere esperienza in un mestiere,
la maestria non comporta più un'autorevolezza indiscussa.
William Morris, spinto dalla visione di artigiani medievali gaiamente intenti
alle loro arti in una cultura che dell'abilità manuale aveva bisogno e rispetto,
proponeva l'artigianato come cura dei mali della società industriale. Vedeva
che i lavoratori in fabbrica erano alienati dal prodotto del loro lavoro: non
solo i profitti finivano nelle tasche del padrone, ma la divisione del lavoro
aveva privato i lavoratori di qualsiasi interesse nella produzione. I lavoratori
erano (e sono) confinati allo stesso intervento lavorativo nel processo produttivo,
senza voce in fase di progettazione delle merci che producono. Peggio di tutto,
gran parte dei lavori nelle fabbriche del 19mo secolo aveva luogo in condizioni
scandalose.
Morris
metteva a confronto la situazione di un lavoratore in fabbrica con quella
di un artigiano. L'artigiano poteva decidere la foggia, il colore e la finitura
del suo prodotto. Conosceva le tecniche e i materiali che usava in tutti gli
aspetti del lavoro. Spesso lavorava su ogni pezzo dall'inizio alla fine. Esercitava
sul suo lavoro un grado di controllo che il lavoratore in fabbrica aveva perduto.
Morris osservava correttamente che il controllo sulle proprie condizioni di
lavoro ha una profonda influenza psicologica, un'idea che è stata recentemente
confermata da studi che associano lo stress da lavoro con la mancanza di autodeterminazione.
Il lavoratore di fabbrica non poteva sentire né simpatia né orgoglio per il
suo lavoro, ma l'artigiano poteva impegnarsi per arrivare al grado di eccellenza
o di individualità che preferiva. Mentre altre professioni possono offrire
l'autodeterminazione, solo poche riescono a coinvolgere la mano così intimamente.
Le mani sono gli strumenti più sensibili: contengono la più alta concentrazione
di terminazioni nervose e offrono il più fine livello di controllo motorio
di tutte le estremità corporee. La mano è progettata per essere il nostro
agente di contatto fisico con il mondo, e anche il nostro agente d'azione.
Fisiologicamente la mano è fatta per essere usata. Se la vista può essere
il canale più importante nel nostro contatto con il mondo, la mano offre uno
strumento parallelo, altrettanto ricco e vario, per percepire il nostro ambiente
fisico. Nell'era postindustriale, gran parte delle attività (come lo scrivere
queste righe) meccanizzano o lasciano semplicemente da parte la mano. Nell'artigianato
può realizzarsi completamente il complesso potenziale della mano.
Le radici dell'alienazione possono essere nella negazione dell'interezza
della persona. La medicina olistica suggerisce che la guarigione deve avvenire
tanto nella mente quanto nel corpo: allora perché non c'è un'attitudine olistica
verso il lavoro che proponga che sia il corpo sia la mente debbano venire
impiegati? Gli individui vivono tanto nei corpi fisici - mani comprese - quanto
nelle menti, ma la nostra cultura (appoggiata da ogni filosofo occidentale
a partire da Aristotele) sembra assegnare un vantaggio al concettuale che
è completamente squilibrato. Gran parte degli artigiani lo sentono intuitivamente.
Scelgono l'artigianato perché offre un grado di autodeterminazione introvabile
in ogni altra professione e perché elimina il diaframma tra mente e corpo.
L'artigianato non è obsoleto, eppure il significato della manualità
è trascurato in quasi ogni settore della cultura moderna. Può darsi che una
società materialista valuti più il prodotto che il processo. La maggior parte
delle persone è così presa dal prezzo (o, per gli intellettuali, dalle implicazioni
estetiche) dell'oggetto, che le condizioni di lavoro sono inimportanti. Purtroppo.
Con tutto il parlare che si fa sull'alienazione e la disperazione urbana,
viene da pensare che qualsiasi mezzo per dare alla gente una misura di controllo
sulla sua vita dovrebbe essere accolto con entusiasmo. 
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