ARTIGIANI E ARTIGIANATO TRA PASSATO E FUTURO di Grazia MarchianÚ
convegno DA EFESTO AL GIOVANE IMPRENDITORE Montepulciano, ottobre 2004

E' sorprendente che in Italia, uno dei paesi con più forti e antiche tradizioni artigianali in Europa,non esista una vera e propria coscienza della funzione culturale dell'artigianato considerato perlopiù come un'appendice marginale dell'Arte con l'a maiuscola. Fuori d'Italia le cose vanno un po' meglio per una serie di ragioni che in un convegno di questo taglio,in una città d'arte come Montepulciano, vale la pena mettere in luce.

A Stoccolma esiste uno dei musei dell'artigianato rurale più belli del mondo, il Nordiska Museet fondato da Artur Hazelius ai primi del Novecento. Vi sono raccolte e inventariate migliaia di manifatture in legno, metallo,tessuti e ceramiche. Per apprendere che cos'è l'artigianato nella storia della società svedese le direzioni scolastiche inviano scolaresche da ogni parte del paese facendole esercitare a riconoscere, catalogare gli oggetti esposti e allestendo corsi di apprendistato alle varie tecniche. C'è una differenza sostanziale tra pittori, scultori, architetti, musicisti, poeti e scrittori che agiscono sulla base del talento e dell'estro personale e rappresentano in fondo se stessi, e gli artigiani che incarnano e tramandano con la loro opera lo spirito di una terra e del popolo che la abita.
Questa visione che lega gli oggetti artigianali di uso quotidiano alla comunità è particolarmente radicata in Giappone, un paese in cui proprio la presenza di forti radici aristocratiche ha dato rigoglio all'artigianato come espressione genuina del popolo. La parola con cui si designa l'artigianato, mingei, è composta da min, popolo, e gei, arte. "L'arte popolare - scrive Soetsu Yanagi (1889-1961), fondatore del Museo Mingei a Tokyo nel 1936 - creata e mantenuta in vita dagli artigiani, diversamente da quella degli artisti veri e propri, è molto più integra, incontaminata, semplice e bella…L'arte Mingei tramanda il fulcro della tradizione e non è personalistica, mentre l'arte con l'A maiuscola è essenzialmente libera, nasce e si sviluppa come risposta ai bisogni dell'ego dell'artista". Nel 1993, in occasione del trentennale della fondazione dell'Istituto Giapponese di Cultura a Roma, veniva allestita una splendida mostra sulla collezione Mingei, che raccoglie oggetti di legno, lacca, ceramiche, abiti e piccola mobilia dove il criterio estetico dominante è quello della semplicità se non della frugalità e della perfetta simbiosi tra forma e funzione, materia e bellezza.

Siamo lontanissimi dalla teoria moderna dell'arte per l'arte, dove tra tradizione e innovazione non c'è dialogo possibile, e il senso della bellezza, invece di essere al di sopra delle mode del tempo, ne dipende totalmente.
Non è possibile entrare qui nei dettagli di un problema che è stato al centro della riflessione estetica moderna, il deliberato abbattimento nell'arte con l'A maiuscola del primato del Bello estetico a vantaggio di ogni altra gradazione - dal brutto all'orrido al triviale all'osceno purché sia sensazionale e prono al nuovo. Di questo travaglio che ha attraversato il Sette e l'Ottocento ed è culminato nel Novecento, non c'è quasi traccia nella cultura artigiana. Un gioiello, una tazza dipinta, un oggetto in ferro battuto, un tappeto, una scatola intagliata a mano, un ricamo continuano ad esercitare la funzione per la quale hanno preso forma, e tra forma e funzione, materia e bellezza sussiste un accordo che l'ego dell'artigiano si guarda bene dal violare.

Nell'eseguire un'opera a regola d'arte, nell'arrivare al capo della sua esecuzione - donde il significato originario dell'espressione 'capolavoro' - l'artigiano trova il suo appagamento, mentre l'artista che vuole essere al passo coi tempi celebra la sua 'autonomia' nello sganciamento dalle regole dell'espressione.
Mentre l'arte con l'A maiuscola, istigata dal principio dell'innovazione, si slancia verso il futuro, l'artigianato rappresenta uno dei pochissimi, forse l'unico fattore di continuità culturale nella storia e nel costume di un popolo, nell'espressione di una creatività che si fonda sull'intelligenza della mano di cui la destrezza è parte, e che dipende dall'approvazione del senso estetico.
Sottolineo questi due elementi, la mano intelligente e il senso estetico, perché una radicata visione dualistica che ci porta ad esempio a contrapporre natura a cultura, materia a spirito, umano a divino, fugacità a perennità - induce ad attribuire l'intelligenza alla mente piuttosto che alla mano e non solo ad ammettere ma anche a sostenere degno di apprezzamento ciò che va contro il naturale senso estetico. Nel caso di una manifattura, se la fattura non è intelligente e risulta antiestetica, il buon senso antico ce la fa immediatamente scartare come non valida.

Vale la pena allora mettere in luce i motivi per cui l'artigianato non solo possiede una propria identità culturale - come il tema di questo convegno intende sottolineare - ma incarna il concetto stesso di cultura (da cultus =coltivazione e cura della terra) in quanto contiene in sé, esprime e tramanda le componenti, etniche, etiche, sociali, estetiche, economiche e religiose di una società e di un popolo. In un tempo in cui non si può immaginare una società planetaria se non nei termini di un omologante progresso tecnologico che investe le stesse arti e modifica il gusto, l'artigianato e la vita della bottega artigiana rappresentano uno dei pochissimi fattori stabili di una società in cammino, un anello di collegamento essenziale della cultura dell'uomo con la natura della terra, e perciò una via di conoscenza completa dove pratica e teoria si fondono e perfezionano a vicenda.

Vorrei sottolineare tre aspetti di una rinnovata 'filosofia' dell'artigianato:
1) artigianato e memoria
2) artigianato e bellezza
3)artigianato e compresenza di naturalezza e artificio.

1) Nelle società avanzate si è perso di vista che la memoria, una prestazione cruciale della mente, ora trasferita nei computers, prima dell'invenzione della scrittura si fondava sull'oralità e l'artigianato. Così come l'oralità costituiva il serbatoio unico e decisivo delle conoscenze e delle credenze di una comunità, nomade o sedentaria che fosse, le tecniche per fabbricare a mano oggetti di uso sia quotidiano che rituale e celebrativo, erano a loro volta il serbatoio di conoscenze, alcune delle quali segrete, che assicuravano la copertura di ogni necessità contingente alla vita quotidiana e festiva; e poiché l'uomo è un animale estetico che ama la decorazione e la bellezza, le manifatture - per le materie impiegate, l'uso dei colori, l'intaglio, la forgia e l'innesto di pietre preziose - agirono da altrettanti catalizzatori di godimento e piacere estetico, e l'apprezzamento suscitato dagli oggetti fatti a mano costituì la premessa di un mercato, di una valutazione comparativa del valore economico.
La tradizione artigianale, in tutte le sue forme, è dunque essenzialmente memoria di usanze e trasmissione di significati pratici e insieme spirituali, significati nei quali mito e storia, tempo ed eternità s'intrecciano in modi che sempre più sfuggono all'attenzione ed alla sensibilità attenuate dell'uomo postmoderno.
Nella loro forma e nelle tecniche tradizionali di manifattura, indipendentemente dall'evoluzione di stili e maniere, ceramiche, gioielli, tappeti, tessuti, ricami racchiudono e raccontano una storia atavica e dimenticata di legami e vincoli con la terra e il cosmo, di cui i libri offrono evidenze inevitabilmente indirette. Che una cosa fatta 'ad arte' abbia una identità spirituale che coesiste con quella fisica e le conferisce senso e valore, ce lo rendono immediatamente comprensibile una cesta coi suoi intrecci ben costruiti, una ciotola con la sua concavità uterina, un tappeto coi suoi nodi e i suoi disegni , un gioiello con le sue filigrane e le sue pietre che mandano luce, un ricamo i cui fili di seta si sposino armoniosamente tra loro.
Queste manifatture che 'parlano' all'uomo e colpiscono il suo senso estetico sono immensamente più educative e efficaci di un complicato discorso filosofico.

2) Il secondo fattore, la bellezza, è intimamente legato all’artigianato in termini oramai ignoti all'arte con l'A maiuscola nelle sue espressioni moderne e postmoderne.
Che la bellezza - come afferma un personaggio in un romanzo di Dostoevsky - sia una forza capace di sconfiggere la malvagità del mondo, di riannodare il nesso tra umano e cosmico, è qualcosa che oggi può ricordarcelo soltanto una manifattura dove forma e funzione si compenetrano e si esaltano a vicenda. Titus Burkhardt, uno dei massimi esperti di arte islamica del Novecento, a proposito del mosaico nell'architettura marocchina, scriveva :
"E' particolarmente significativo che l'abilità, in un'arte tradizionale, riguardi al contempo la soluzione tecnica e la soluzione estetica di un dato problema " (La maschera sacra, tr.it. SE:Milano 1988). Nel caso di un arco moresco con la sua ogiva e i suoi piedritti, o l'utilizzo di certi schemi geometrici per stabilire le proporzioni di una fontana o di un ornamento, il procedimento a regola d'arte tien conto sia della stabilità che dell'eleganza. E aggiungeva :
"Nell'arte o nell'artigianato - giacché la tradizione non separa queste due professioni - l'insegnamento è spesso muto: l'apprendista vede il maestro all'opera e lo imita. Ma non vi sono soltanto i metodi di lavoro, poiché il buon artigiano si distingue per tutto un insieme di virtù umane: pazienza, tenacia, disciplina, sincerità, che danno all'artigianato un valore pedagogico, e ne fanno un mezzo di perfezionamento spirituale. Mentre questo perfezionamento spirituale nelle società avanzate è stato in buona parte obliterato, nelle società indigene è alla base del processo educativo e di inserimento del giovane nella comunità degli adulti.

3) Con ciò vengo al terzo ed ultimo punto: la compresenza e la coesione nel manufatto artigianale di naturalezza e artificio.
"Simil cose - affermava a proposito del gioiello Vincenzo Borghini più di cinque secoli fa - non sono tutte della natura né tutte dell'arte, ma vi hanno ambedue parte, aiutandosi l'un l'altra - come, per dare un esempio, la natura dà il suo diamante o carbonchio o cristallo et simile altra materia rozza e informe, et l'arte gli pulisce, riquadra, intaglia" (Berti, Il principe dello studiolo. Francesco I de' medici e la fine del Rinascimento fiorentino, Firenze: Cedam 1967).
E' bene non perdere di vista che la bottega orafa è un microcosmo nel quale avvengono ininterrotti scambi culturali tra tecniche tradizionali autoctone e tecniche che vengono da lontano. Parlando in generale dell'Eurasia - dove accanto a una via della seta, dell'avorio, del corallo proliferò nei millenni una florida via dell'ambra - si riconoscono nella storia dell'oreficeria due linee stilistiche maggiori: quella che nel gioiello esalta il frutto della perizia umana, scorgendo nella pietra grezza la materia amorfa (yle) su cui l'intagliatore, l'orafo agiscono traendo dalla pietra ciò che in essa esiste in potenza, lo splendore.
E' la linea 'ecologica', condivisa a Montepulciano dagli orafi che hanno organizzato questo primo incontro di studio, Alessandro Pacini e Manuela Petti. La linea ecologica propende a far emergere il potenziale estetico della pietra in natura, esaltandone le caratteristiche con il minimo di interventi 'correttivi'.

Il fatto che in questo convegno sia stato evocato Efesto, il fabbro del mito ellenico, è la prova che esiste una continuità sommersa tra passato e presente, tradizione e aggiornamento. Questa continuità va tutelata con convinzione, affinché le generazioni avvenire non si trovino a vivere in un mondo snaturato dove qualsiasi traccia dell'antica bellezza sia svanita tristemente per sempre.