Nelle recensioni o descrizioni degli oggetti d'artigianato non si possono usare (solo) i criteri della critica d'arte.

 

 


Critica d’artigianato, Janet Koplos Metalsmith estate 1993
Ristampa della monografia pubblicata nel 1992 dall’Haystack Institute.

La critica sull’artigianato è un guazzabuglio.
Ha un passato vago, credenziali incerte, nessuna base teorica e solo una vaga visione ideologica.
In gran parte è sulla difensiva, opera sull’assunto che l’artigianato sia una sottocategoria, a cui ingiustamente si nega lo status di arte.
Eppure non si chiede quasi mai se essere definito arte sia una cosa positiva e opportuna...

Per cominciare, vorrei affermare che, quale prodotto delle scuole artistiche e del tipo di critica che abbiamo avuto, il mondo dell’artigianato è stato come la sorellastra cattiva di Cenerentola, che vuole infilare il suo piedone nella scarpina di vetro, che cioè l’artigianato ha cercato di essere qualcosa che non è.
Per 40 anni gli artigiani hanno cercato di fare pittura e scultura - di solito senza impegnarsi al massimo ma piuttosto restando fermi nello stesso posto e inclinandosi verso l’arte. (Il vantaggio di non impegnarsi al massimo, è che si ha sempre una scusa per fallimento.)
Una conseguenza di questa inclinazione è stata un certa tendenza dei critici d’artigianato a prendere in prestito la terminologia della critica d’arte, insieme ad una tendenza generale di trattare l’intero campo dell’artigianato come un tutto unico, mentre non è così.
Forzando l’artigianato nella categoria dell’arte, quello che è utile, prezioso e specifico dell’artigianato è spesso dimenticato o svilito.
Dico un’ovvietà: l’artigianato non è qualcosa che vuole chiamarsi arte e che vuole essere ammirata in gallerie e musei...

provo a enumerare alcuni tipi d’artigianato.
1) Un tipo è quello che usando materiali artigianali convenzionali riesce a trovare spazio nelle gallerie e nei periodici d’arte (lavori d’arte con mezzi artigianali). Fino ad ora, la ceramica è quella che più spesso è stata accettata nel mondo dell’arte.
2) Poi, l’artigianato comprende gli oggetti funzionali venduti localmente o alle fiere artistiche.
3) Oltre a questo, ci sono le commissioni pubbliche - per esempio i lavori di tessitura di grandi dimensioni appesi negli atri degli alberghi.
4) Inoltre, c’è artigianato popolare, come l’intreccio di cesti.
5) Ci sono anche quegli artigiani che fanno i prototipi per servizi da tavola, gioielleria, oggetti in vetro da collezione, ecc.
6) C’è l’artigianato hobbistico, anche se l’artigianato cerca sempre di distanziarsi dagli hobbisti.
7) E infine, e confusamente, ci sono quelli che vengono chiamati “lavori da esposizione” ma che stanno all’interno delle forme dell’artigianato tradizionale - per esempio, teiere che non possono essere usate ma sono fatte per essere esposte.

Di questi tipi, solo nel primo e nell’ultimo caso ha qualche senso che la “critica d’arte” ne scriva.
Il motivo è che la critica, nata dal mondo dell’arte, si occupa di espressione personale, di originalità; in definitiva, di idee. L’arte è sempre “a proposito di” qualcosa.
L’arte introduce delle idee visivamente, e queste possono essere idee filosofiche, politiche, sociali, storiche, spirituali, psicologiche.
Perfino nel caso dell’arte astratta, si suppone l’esistenza di un concetto informatore, relativo a problemi formali o significativo per analogia.
Il fatto che l’arte sia sempre a proposito di qualcosa significa che ha strati, non è giusto una cosa unica. Sia “lavori d’arte con mezzi artigianali” che “lavori da esposizione” condividono questo contesto e la critica può aiutarci a capirli.
(La critica, capite, non è la verità calata dall’alto, non è la spiegazione definitiva del significato dei lavori.
È semplicemente una proposta, un’interpretazione provvisoria, basata su un’osservazione molto accurata da parte di qualcuno capace di scrivere. La critica è una visione dall’esterno di quello che un lavoro comunica: vuole tradurre un linguaggio visivo in un linguaggio verbale.
La critica è un servizio o un impegno di educazione – anche se a volte la critica d’arte è talmente autoreferenziale da divenire un impedimento alla comprensione del lavoro d’arte
.)
Benché la critica possa dare un utile contributo ad “arte con mezzi artigianali” ed ai “lavori da mostra”, è controproducente nel caso di oggetti utili o funzionali. top

Gli oggetti funzionali differiscono dall’arte d’avanguardia, intellettuale e spesso quasi cinica. Spero che nessuno pensi che tutti gli oggetti visivi dovrebbero essere arte e dovrebbero impegnarsi in idee articolabili.
Il nostro mondo e le nostre necessità non sono così ristrette, e mettere tutto in un’unica categoria può solo rendere insignificante la categoria.
Gli oggetti funzionali sono diverse dall’arte, ma non sono inferiori, non sono muti, non sono poco profondi - sono solo diversi.
Lasciatemi ancora dire un’ovvietà: la caratteristica primaria di un lavoro funzionale è quella di assolvere una funzione.
La critica così com’è strutturata oggi, basata su mostre nelle quali non è previsto toccare gli oggetti esposti, non può rivolgersi alla funzione.
Si può dire ben poco sull’efficienza o sull’esperienza d’uso, se ci si limita a guardare un oggetto.
La critica su lavori funzionali è sempre stata problematica.

Potrebbe essere utile descrivere i lavori in termini di design pianificato - usando un linguaggio tecnico - o potrebbe essere vantaggioso parlare dei loro caratteri fisici e di quale esperienza potrebbe essere usarli.
Ma questa non è la critica d’arte che conosciamo oggi, che si occupa di idee.
Ci potrebbero essere questioni di leggibilità per tali informazioni sul design, ma allora, c’è una questione di leggibilità per ogni genere di scrittura sull’arte, e non penso che sarebbe una terribile forzatura, per i lettori delle pubblicazioni d’artigianato, recepire tali informazioni.
Piuttosto l’analisi tecnica potrebbe richiedere nuovi scrittori.
Naturalmente i lavori funzionali mantengono una valenza estetica.
Hanno sagoma o forma, hanno colore, hanno qualità di tessitura superficiale, possono avere aspetto o immagine.
Tutte queste cose possono essere discusse nel genere di approccio “apprezzamento dell’arte” che penso dovrebbe sempre far parte della buona critica, per spiegare come un lavoro comunica visivamente.
Ma sarebbe una strana distorsione scrivere di quegli aspetti isolati trascurando lo scopo dell’oggetto. Eppure è quello che accade quando la critica d’arte è applicata a lavori funzionali.
Inoltre, il lato estetico di cui si può discutere non considera adeguatamente gli aspetti psicologici e sociologici del lavoro che possono essere molto importanti – che possono nei fatti essere più importanti di qualsiasi esigenza estetica.

Forse lo scrivere di lavori funzionali non dovrebbe mai limitarsi all’oggetto tout court; forse l’intero modo di vivere e di rapportarsi ai beni materiali dovrebbe sempre far parte della discussione. Forse l’oggetto è giusto il concretizzarsi di una filosofia che plasma uno stile di vita.
L’effetto sfavorevole della critica applicata ai lavori funzionali non consiste nell’attaccare oggetti specifici: il problema è che l’irrilevanza dell’uso nel lessico della critica d’arte significa che l’uso è scontato.
I lavori funzionali hanno minore probabilità di essere recensiti, e quando lo sono, la funzione ha meno probabilità di essere discussa.
Il lento ma inesorabile esito è che l’uso sembra antiquato o perfino irragionevole...

Un altro motivo di questa svalutazione, tuttavia, è economico piuttosto che critico: i lavori funzionali devono vendere a prezzi ragionevoli o la gente non li comprerebbe - questo è meno vero nella gioielleria - mentre il prezzo dell’arte può alzarsi quasi senza limiti.
Così anche se i produttori di oggetti funzionali non sono sedotti dal pensiero di fare più soldi con i loro lavori se non sono funzionali, questo fattore può agire come un freno per i galleristi...
La conclusione da trarre da questa situazione è che il luogo appropriato per lavori funzionali è quello dei negozi.
Sarebbe una soluzione pulita al problema, e la fine di questo discorso, se le nostre menti non fossero inquinate dall’assunto che quel che è in un negozio non può essere importante come quel che è in una galleria.
La critica può essere anche distruttiva nel caso dell’artigianato popolare.

Di solito la bellezza dell’artigianato popolare è qualcosa di distillato nel tempo da quello che mi piace considerare come senso-e-sensibilità umane di fondo che emergono quando le distrazioni sono rimosse.
Ci sono state speculazioni filosofiche sulla bellezza propria degli oggetti puramente funzionali, sull’idea interessante che la semplicità della funzione sia intrinsecamente bella. L’artigianato popolare è contraddistinto e ci affascina per la sua distanza da mode e tendenze arbitrarie.
Ma scrivere di artigianato popolare spesso ha il risultato involontario di distruggere quella sana distanza.
A mia conoscenza, l’esempio più calzante a questo proposito si è verificato in Giappone, ma potrebbe verificarsi ovunque.top

È il caso famoso delle ceramiche Onta, che furono per così dire “scoperte” nella foresta dell’isola di Kyushu, da Soetsu Yanagi, creatore del Museo Giapponese di Artigianato Popolare.
Ne scrisse come della realizzazione perfetta di una produzione comunitaria di ceramiche con forme funzionali capace di esemplificare quello che chiamava “bellezza sana.”
Come risultato dell’attenzione puntata sulle ceramiche Onta, collezionisti e commercianti si gettarono ad acquistarle, così i prezzi lievitarono e usarle divenne tremendamente costoso.
In seguito alcuni moduli tradizionali furono abbandonati perché per questi c’era meno domanda fra i nuovi acquirenti. E celebrità straniere in visita, come Bernard Leach, introdussero moduli e pratiche stranieri, come brocche o manici. Inoltre alcuni vasai individuali vennero considerati degni di particolare attenzione, e così il sistema sociale del villaggio delle ceramiche ne venne sconvolto.
La conseguenza fu che quelle Onta divennero ceramiche moderne, non ceramiche popolari.
Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca...

Forse dovremmo concludere che non si dovrebbe scrivere di artigianato popolare.
Ma l’artigianato popolare suscita un naturale interesse umano, ed inoltre, dobbiamo accettare che non lo si può chiudere involontariamente (e forse neanche volontariamente) a chiave in una capsula del tempo...
C’è ancora da chiedersi se la critica è appropriata per l’artigianato popolare. In questo caso i critici non possono parlare di espressione personale. Quest’aspetto dell’arte è presente di rado nell’artigianato popolare.
Le idee possono essere discusse certamente, ma le idee nell’artigianato popolare, si manifestino nella forma o nella decorazione sono di solito standard culturali, così c’è raramente quel genere di ambiguità a più livelli che distingue la materia che chiamiamo arte.
Oggi i simboli usati nell’artigianato popolare funzionano perché il loro significato è condiviso dalla comunità.
Sono capiti da tutti membri della comunità.
Questo suggerisce che gli aspetti interessanti dell’artigianato popolare possono essere studiati in termini antropologici, senza la proiezione speculativa di significato che è tipica della critica d’arte.
E nell’artigianato popolare, come nelle arti applicate, c’è qualcosa di più del solo oggetto, così la critica risulta troppo angusta.
Qui di nuovo, la critica d’arte non centra il bersaglio...

I prodotti dell’industria a volte non differiscono per nulla nell’estetica dal pezzo unico o dalla piccola serie dell’artigiano, e se c’è una differenza, questa consiste in un maggior grado di finitura e di standardizzazione nella produzione di massa.
La pretesa filosofica che il fatto a mano sia preferibile alla produzione industriale, è una posizione extra-estetica, cioè validata con argomenti diversi da quelli estetici.
Non sono per questo meno validi degli aspetti estetici.
Nei fatti, oggi che la critica d’arte d’avanguardia politicamente corretta insiste nel tenere in considerazione il contesto culturale nel quale l’arte è prodotta, sarebbe interessante cercare di difendere dal punto di vista della critica d’arte la superiorità morale del fatto a mano.
Una tale difesa andrebbe argomentata, presentata come un manifesto, ma un simile approccio ideologico ragionato non è comune nella critica d’artigianato.

I sistemi di marketing di questi due campi sono molto diversi in relazione alla critica.
La grande produzione ha più da guadagnare dalla pubblicità o dal presentarsi agli acquirenti nei periodici di architettura e arredamento.
La critica, più interessata alla discussione che alle vendite, non ha molta rilevanza riguardo agli obiettivi della produzione di massa.
Le commissioni pubbliche di lavori d’artigianato occupano una posizione molto visibile anche se molto ambigua.
Negli alberghi e negli ingressi delle aziende questi lavori tendono a venire trattati come arredo piuttosto che come arte e ad essere privi di targhette.
La stessa cosa accade, negli stessi ambienti, ai dipinti, così il problema non è nel lavoro artigianale in sé.
Le difficoltà che l’artigianato o l’arte fronteggiano in questo contesto fa sorgere domande interessanti sull’”arte nella vita,” e su quanto del potere dell’arte derivi dalla sua collocazione e da come viene trattata piuttosto che da qualità inerenti del lavoro...

Lavori d’artigianato in luoghi pubblici di solito sono astratti e di solito hanno grandi dimensioni.
Tendono a concentrarsi su interessi formali come colore, struttura, o texture, che si presume siano comprensibili e interessanti per un pubblico incompetente; vogliono essere piacevoli piuttosto che provocanti intellettualmente o politicamente.
È una stranezza del mondo dell’arte di oggi che un lavoro piacevole sia visto come meno “degno” di un lavoro difficile o sgradevole.
Non c’è alcuna correlazione automatica.
Eppure, l’arte pubblica che viene considerata dai critici d’arte è il lavoro che è diverso: difficile, critico, austero, o provocativo. C’è più da dire su lavori che sono un’eccezione alla regola.
L’uso di materiali d’artigianato non è motivo per l’esclusione dei lavori pubblici dall’interesse dei critici. topbr> Così è su questo che la critica focalizza la sua attenzione.
L’artigianato se la cava meglio qui che in altre situazioni.
Eppure i lavori pubblici non sono mai installati per attirare l’attenzione della critica.
Il loro pubblico è la gente media, piuttosto che i critici. Il lavoro stesso non sembra guadagnare in prestigio da una critica favorevole e diventare così più prezioso per il proprietario.
Ma l’attenzione favorevole del pubblico – per esempio, gente che ami farsi fotografare davanti al lavoro - ha un valore intangibile per il proprietario.
Nel caso di lavori pubblici, la critica non è nociva, ma nemmeno particolarmente significativa.
Più vantaggiosi sono semplicemente servizi su questo genere di opere, come articoli giornalistici, o analisi che focalizzano più sulla risposta del pubblico che sulle intenzioni artistiche.

“Lavori da esposizione” e “arte con mezzi artigianali” sono le due categorie di lavori fatti per essere messi in mostra, per essere discussi, analizzati criticamente con gli strumenti della critica d’arte del 20mo secolo...
Questi lavori sono trattati facilmente col lessico normalmente usato dai critici d’arte, oppure sono in qualche modo così interessanti da costringere i critici a usare un altro linguaggio, a scegliere un vocabolario adattato alla loro originalità.

I “lavori da esposizione” rappresentano probabilmente la categoria più ampia e ingombrante.
Questi lavori sono quelli che ho definito come tendenti all’arte, che adottano i suoi moduli o la sua lingua o la sua scelta di motivi ma che non adottano l’enfasi propria dell’arte su individualità o originalità.
Continuano ad essere esposti in gallerie d’artigianato ed in mostre e concorsi artigianali – autoghettizzandosi.
Hanno giusto abbastanza in comune con le altre forme d’arte da permettere ai membri del mondo dell’arte di guardarli e dire, “Questo sembra familiare, ed è arte di seconda categoria.”
Fino a un certo punto, questa critica è giustificata...

Permettetemi di dire senza mezzi termini un’altra verità: gli artigiani credono che l’arte sia più importante dell’artigianato, così vanno alle mostre d’arte, leggono i periodici e, seguendo le mode, va a finire che sembrano copisti...
Epperò, in genere, imitando o replicando alle trovate di qualcun altro, non si riesce ad essere attuali.
Si resta in fondo alla coda.
(Ma mentre parlo di questa influenza dall’esporsi all’arte, devo osservare per converso che è anche vero che la maggior parte degli artigiani non si preoccupa realmente dell’arte, non è ben informata su nuovi lavori e nuovi artisti).
I lavori che arrivano a loro sono quelli che sono ben stabiliti, ciò è quello che intendo con lavori che non entrano realmente nel mondo all’arte ma a questo tendono, ed è anche il motivo per cui l’artigianato sembra datato in un contesto artistico.

Per confondere ulteriormente la faccenda, l’artigianato ha una storia talmente ricca e varia che spesso quando certe nuove tendenze emergono nel mondo dell’arte, il mondo dell’artigianato dichiara, “Oh, ma noi l’abbiamo sempre fatto!”
Questa situazione è patetica, perché se è vero che l’artigianato può vantare un precedente (l’ultimo esempio è il multiculturalismo scoperto di recente dal mondo dell’arte), rivendicare quello fatto è limitarsi alla difesa del debole.
L’artigianato lo ha sempre fatto, ma la critica d’artigianato non ne ha mai fatto niente, non ha mai considerato il multiculturalismo come un fondamento ideologico dell’artigianato finché non è divenuto importante nell’arte.
La difesa tipo “anch’io!” si limita a testimoniare di nuovo che il mondo dell’arte è quello che determina l’argomento della conversazione. [...] si potrebbe fare un parallelo tra la posizione dell’artigianato e il ruolo femminile nella conversazione: tipicamente la donna introduce i temi ma il maschio determina se sono discussi o no.top

Non e difficile vedere la parentela di sangue tra arte ed artigianato.
Ma l’artigianato è nettamente differente dall’arte.
Chi è abituato a pittura e scultura e si volge ai “lavori da esposizione”, spesso pensa che questi siano troppo timidi e troppo piccoli.
Di nuovo, è l’arte che stabilisce le regole di base: la maggior parte dell’arte d’avanguardia oggi è su grande scala, ed quando talvolta non lo è, tende ad essere straordinariamente densa e ciò la rende vitale e degna di attenzione quanto la scultura di maggiori dimensioni.
Il fatto è che l’artigianato in genere è più interessato alla qualità della superficie di quanto non lo sia l’arte, e così è più coinvolto nelle sottigliezze.
L’artigianato più spesso tende a palesare il carattere naturale del materiale di cui è fatto; cosa che di solito richiede un’attenta analisi.
Questa intimità è un carattere specifico dell’artigianato e non è certamente una debolezza di per sé, ma richiede un cambio di marcia nel passare da pittura e scultura all’artigianato.
Chi si interessa d’artigianato, nota le sottigliezze, nota le innovazioni, e può facilmente apprezzare a un buon lavoro, mentre gente del mondo dell’arte riesce solo a vedere una specie di riduzione.
Nel campo dei mobili attualmente sembra esserci il potenziale per superare questa dicotomia.
Una panca o una scrivania sono grandi abbastanza da imporsi in una galleria, tuttavia, dato che i mobili si usano, è perfettamente normale che la gente li osservi da vicino e si accorga anche delle sottigliezze.
Le gallerie d’artigianato spesso perpetuano o acutizzano il problema di questo cambio di distanza focale perché riempiono i muri della galleria con oggetti troppo accalcati e sistemati in espositori e vetrine che li distanziano e sopprimono le loro qualità distintive. Le gallerie d’artigianato presentano i lavori più come nei negozi che come nelle gallerie d’arte.

L’artigianato si distingue anche dalla maggior parte dell’arte in termini di immediatezza e di metafora.
L’attività di un pittore è così distinta dalla vita normale che ogni azione deve essere vista come carica di intenzione e significato, mentre un oggetto d’artigianato può essere giusto quello che è - un adornamento del corpo, un utensile, una copertura protettiva - a meno che l’autore non lavori consapevolmente per aggiungere altri significati.
Questi scopi di base sono connessi al corpo umano, così l’artigianato è di solito prodotto su scala familiare, intima, che non richiede la nostra piena attenzione come spesso fanno gli estremi di scala in pittura o scultura. inoltre, la concretezza, la realtà; l’identità materiale degli oggetti d’artigianato è quasi irriducibile, il che significa che è difficile per un oggetto d’artigianato creare l’illusione pittorica di una scala diversa.
Solo raramente, guardando l’artigianato si viene proiettati in uno spazio immaginario - un effetto che è piuttosto comune in pittura.
Di solito quando l’artigianato realizza un’illusione convincente, c’è una corrispondenza tra la taglia dell’oggetto artigianale e la taglia di quello che è raffigurato.
Tutti questi fattori di differenza risultano in un artigianato che si sforza di essere arte; così, spesso, sembra modesto e non eccitante. Ma non deve necessariamente essere così.
La migliore strategia per l’artigianato è di capitalizzare sulla sua forza, sul suo proprio carattere, facendo le cose che altri mezzi artistici non possono fare.
Ma forse se gli artigiani sviluppano più fiducia nel fare esattamente questo, capitalizzare sulle differenze, smetteranno di preoccuparsi di essere arte e saranno se stessi.
Ciò non significa essere una sorellastra cattiva o perfino debole, significa essere un individuo sicuro della propria identità.

In chiusura mi piacerebbe dire che la critica dovrebbe essere applicata solo a quel segmento del mondo dell’artigianato che riguarda idee, originalità, ambiguità e le altre caratteristiche dell’arte.
Gli artigiani dovrebbero riconoscere che se vogliono i “privilegi” dell’arte, devono anche accettare le “responsabilità” e ciò significa gettarsi nel mondo dell’arte e accettare la critica dura.
Ancora, la critica non dovrebbe essere considerata un onore ma semplicemente un modo per discutere di un particolare tipo di lavoro.
I critici d’artigianato non dovrebbero sempre lottare per far come se parlassero d’arte, ma dovrebbe adottare il linguaggio dell’oggetto che stanno descrivendo, anche se include aspetti che non sono attualmente in voga nel mondo dell’arte.
Le gallerie d’artigianato dovrebbero lasciare spazio tra gli oggetti ed allo stesso tempo dovrebbe permettere un approccio intimo.
Le pubblicazioni d’artigianato non dovrebbero cercare di trattare tutti gli aspetti dell’artigianato nello stesso modo e con lo stesso “elevato” rispetto che ha il deplorevole risultato di distanziare queste cose dalle nostre vite.
Le pubblicazioni d’artigianato dovrebbero anche collaborare, in modo che quando c’è un importante articolo di qualsiasi tipo, possa adempiere a una funzione istruttiva in un ambito più vasto della piccola sezione del mondo artigianale che legge quel periodico specifico di un certo medium.
E infine, gli artigiani dovrebbero ricordare quello che li ha portati al campo ed al materiale, e dovrebbe essere coerenti con quello che sentono e non lasciarsi sviare da quello che altri fannotop.