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1)
La quasi totalità dei prodotti CTM ed affini non si possono considerare beni
di prima necessità; il loro utilizzo quindi contraddice quello spirito di
riduzione drastica dei consumi che il mondo occidentale deve secondo noi riscoprire
per non sfruttare più i popoli del Sud
2)
Molti di questi prodotti sono spessi sostituibili con nostri prodotti locali
(il caffè con l'orzo il mascobado con lo zucchero di barbabietole o il miele),
dunque la loro produzione impegna superficie fertile parzialmente coltivabile
per prodotti alimentari di base usufruibili dai coltivatori stessi. In questo
modo si obbligano i produttori a coltivare ciò che vuole il mercato e non
quello che la terra o i contadini sarebbero capaci di produrre al meglio;
inoltre come spiegare al contadino locale, che magari si arrabatta e lotta
quotidianamente per portare avanti una produzione biologica o alternativa,
che si preferisce al suo prodotto un altro analogo che proviene da migliaia
di chilometri di distanza?
3) Non
viene mai considerato l'aspetto negativo dei trasporti di merci su lunghissime
distanze, i cui effetti sono difficilmente quantificabili, ma sicuramente
altissimi in termini di inquinamenti, consumi energetici ed abuso di tecnologie.
E inoltre trascurato il peso degli intermediari che inevitabilmente fa lievitare
i costi (e i parassiti), e i rischi di conflitti che si possono verificare
in determinate situazioni.
5) Il commercio
equo e solidale giustamente si interroga su quale tipo di consumo è corretto,
ma non mette mai veramente in evidenza il consumo in quanto tale, ed è forse
questo l'aspetto più grave, adesso che anche i sassi sanno che le risorse
alimentari ed energetiche del pianeta sono assolutamente limitate.
Vorremmo precisare che i richiami ad una produzione propria non devono confondersi
con l'autarchia di infausta memoria; esiste infatti una differenza netta tra
la psicosi dell'accerchiamento assediante, che innalza barriere chiudendo
le porte ad un reciproco scambio Nord/Sud in difesa dei propri interessi,
e l'autonomia o l'autosufficienza. Quest'ultima è la sola soluzione possibile
per sfuggire alle infauste leggi del mercato e della finanza internazionale.
Inoltre, attraverso la promozione di quelle attività che tendono al soddisfacimento
dei propri bisogni essenziali, in modo da pesare il meno possibile sui popoli
oppressi, è naturale che si verifichi un certo movimento e scambio di beni
(e non di valuta) e quindi anche di persone e culture.
Siamo quindi
convinti che il massimo aiuto che possiamo dare ai cosiddetti paesi in via
di sviluppo sia starcene qui a fare una vita sobria ed essenziale, il più
possibile autosufficiente per quanto riguarda l'alimentazione, e riducendo
drasticamente i nostri consumi di energia e di materie prime. Un chilo di
riso ha lo stesso potere nutritivo per noi e per un contadino filippino, ma
il dollaro che noi paghiamo per comperarglielo e che a lui serve per il suo
sostentamento, un domani non gli basterà più. E meglio che quel chilo di riso
lo conservi per sé
Paolo Macina Torino
Beppe Zacchetti Rossa (Vercelli) |