GLI INTELLETTUALI E LA VITA. L'AMARA ESTETICA DEL DISIMPEGNO

Tucidide nelle sue cronache sulla guerra del Peloponneso riferisce questa affermazione di Pericle: “Noi ateniesi sappiamo dare prova di grande audacia, ma passiamo all'azione solo dopo matura riflessione. Presso altri popoli l'ardimento è solo frutto dell'ignoranza perché, quando riflettono, cadono nell'indecisione”.
Vorremmo aggiungere: nell'indifferenza, nel disimpegno. Vi sono buone ragioni per credere che gli intellettuali di oggi soffrano di quella sindrome denunciata da Pericle: preferiscono non impegnarsi per non riflettere. Preferiscono osservare dall'Olimpo delle loro astrazioni colte e infarcite di citazioni sapienziali che il web ti fornisce a iosa, per poi concludere che politica, impegno civile e coinvolgimento antropologico (o umano) non sono cose che riguardano la cultura.
Questa barriera di indifferenza, forse eretta per esorcismo scaramantico, si consolida mentre la nostra società assume sempre di più quelle caratteristiche per cui il filosofo tedesco Ulrich Beck la definisce società del rischio. Questo rischio, ancorché altissimo, viene costruito e accettato sul presupposto di un permissivismo tollerante. Tale mentalità, come vedremo, è utile alla diffusione dello spietato spirito distruttivo di quella società che, andando oltre il concetto di spettacolarizzazione accampato da Guy Debord, definirò come società dei consigli per gli acquisti.
Se una cosa è nociva, se costituisce un veleno, come l'arsenico, se ne dovrebbe vietare la vendita. Non così nel caso di numerose sostanze tossiche prodotte dalla industrializzazione del mondo: il biossido di carbonio, il monossido di azoto, il benzopirene, la diossina, il mercurio, lo zolfo, il piombo e molti altri fattori inquinanti non vengono proibiti in quanto tossici, ma ammessi entro una soglia di tolleranza.
Ogni giorno alcune centraline indicano le concentrazioni di inquinamento e i giornali riferiscono dello stato dell'aria, che in genere è scadente, quando non pessimo. Quale poeta ha mai composto un inno o almeno una filastrocca sullo stato delle nostre inalazioni?
Nella società del rischio circolano di nuovo le potenze invisibili, i demoni. Non si tratta più dell'invisibile religioso o mistico, bensì dell'invisibile iatrogeno e tossico: radiazioni, virus, distruzione degli agenti immunitari, buchi neri, mutazioni genetiche e atmosferiche, mucche impazzite perché possedute dal demonio carnivoro e, last but not least, anche le pallottole all'uranio.
Mi domando: col terrore che tutti hanno della distruzione nucleare, e anche delle scorie radioattive, c'era proprio bisogno di usare l'uranio e di discuterne ora burocraticamente per stabilire il principio dell'impossibilità persino di una moratoria?
Risposta: forse l'uomo, come la vacca, impazzisce a mangiar carne. Ora poi che col benessere ne mangia molta, la pazzia diventa furiosa.
Hitler era un pazzo furioso, oggi è l'intera civiltà occidentale che sembra dare in smanie, ora per la new economy, ora per la guerra nel Golfo o nei Balcani, sempre per governare su una immensa discarica di detriti nucleari, di auto da demolire, di bovini fuori di testa, di uranio impoverito. Questo è il mondo, o almeno la sua parte più ricca. Gli indiani saranno poveri, ma hanno capito che le vacche non si toccano.
Tutta questa società del rischio non interessa, non commuove, non suscita lo sdegno di nessuno, né ispira un urlo, un lamento, un quadro o un'elegia. I sindacati continuano a organizzare i loro scioperi; gli aerei, treni, metropolitane, e ora pure le ruote del lotto si fermano; i ricchi vanno a Portofino, a Saint Moritz o a Dubai. Gli uomini della finanza si ritrovano a Davos o a Villa d'Este.
L'arte intesa come gioco formale porta al distacco e all'indifferenza per la cultura.
Gli intellettuali, come ha scritto recentemente Carlo Bo su queste colonne (Corriere del 20 dicembre 2000), “sono affetti da disinteresse, appiattimento sui propri interessi, distrazioni, mancanza di desiderio, di curiosità, di passione”.
L'arte è del tutto indifferente: formale, estetica, situazionista, paludata di concettualismo. Questo concettualismo dal punto di vista filosofico e della capacità di pensare è una catastrofe, è un concettualismo degno del mercato dell'arte e delle aste truccate di cui ora si parla.
“L'arte contemporanea è nulla”, dice Baudrillard, “è del pompierismo ufficiale”, afferma Virilio. “E l'era del vuoto”, sostiene Lipovesky, “è l'impero del non-senso” secondo Jacques Ellul. Per Hélé Béji tutto ciò è inumano.
Nonostante l'enorme sviluppo delle strutture museografiche, le arti plastiche sono state divorate dalla fotografia e dal video. Astraendosi dalla vita e dall'uomo stanno lentamente scomparendo dalla scena della storia. Già negli anni Trenta Antonin Artaud, col suo Teatro della Crudeltà, aveva denunciato la crisi di una intera cultura che non poteva più risolvere la questione dell'uomo e del suo rapporto con il mondo, non sapendo più risolvere il rapporto tra la realtà e la sua rappresentazione. L'arte come fabbricazione di giochi formali si separava dalla circolazione della vita e mirava a costruire un'estetica del tutto distaccata, come un dominio separato. Con disimpegno. top