Marco Martelli - IL CARABINIERE – marzo 2007

Era molto tempo che i giornali non si occupavano con l’assiduità di oggi di alcune categorie di cittadini. Categorie è un termine improprio e generico: più opportuno - e appropriato - ricorrerere al vocabolo antico (mestieri) o a quello più moderno, di vago sapore burocratico (professioni). Non passa giorno senza che si parli dei benzinai, o dei taxisti (attività di conio recente), ma anche dei notai, dei barbieri, degli avvocati e dei farmacisti (che hanno radici lontane). La cronaca ha ricondotto alla ribalta le “appartenenze”. Cambiano alcune regole per artigiani, commercianti e liberi professionisti, in nome delle liberalizzazioni: aumenta la concorrenza, si modificano alcune tutele giuridiche. I giornali ripropongono un aggettivo caduto da tempo in disuso, evocando gli interessi corporativi chiamati in causa.

Le corporazioni sono un’istituzione di origine medievale, che raccoglieva quanti esercitavano la medesima attività, arte o mestiere che fosse. A Firenze - nel XIII e XIV secolo - chi non era iscritto a una corporazione non godeva del diritto di voto. Nasce allora un modo di dire ancora in voga. Essere «senza arte né parte». Chi non era iscritto a un’Arte era, automaticamente, privo di una parte nella società civile.
Le Arti riassumevano in sé molteplici ruoli: erano corporazioni, sindacati, gruppi di pressione, consorterie e (persino) partiti. Lo sapevano perfettamente tutti i cittadini di Firenze, che - spesso - si iscrivevano (con qualche debita raccomandazione) a un’Arte del tutto estranea alla loro vera attività. Due esempi su tutti: Dante Alighieri era iscritto all’Arte degli Speziali (pur non sapendo nulla di spezie o di farmacie), Machiavelli a quella dei Vinattieri. Per far carriera (o per contare qualcosa) era indispensabile avere una tessera in tasca.
Gli appartenenti alle Arti maggiori avevano il diritto di voto e potevano candidarsi alle cariche pubbliche; gli iscritti alle Arti minori erano eleggibili ma non potevano votare.
Le Arti maggiori (riservate ai cittadini più facoltosi) erano:
Giudici e Notai, Mercanti di Calimala (importatori e raffinatori di lana), Cambiatori, Mercanti di Porta Santa Maria (seta), Arte della Lana, Medici e Speziali, Pellicciai.
Le Arti minori:
Spadai e Corazzai, Chiavaioli, Calzolai, Correggiai, Linaioli e Rigattieri, Cuoiai e Caligai, Fabbri, Maestri di pietra e di legname, Fornai, Legnaioli, Vinattieri, Beccai, Albergatori, Oliandoli.
In totale, le Arti erano ventuno.
Nel 1378, il tumulto dei Ciompi (cardatori di lana) - guidato da Michele di Lando - condusse al riconoscimento di altre tre Arti: quella dei Ciompi, quella dei Farsettai e quella dei Tintori. Naturalmente, alle Arti si iscrivevano i titolari delle aziende (o delle imprese artigiane) e non gli operai, che appartenevano al popolo minuto.
A dire il vero, l’associazionismo professionale affonda nella notte dei tempi. Se ne hanno tracce nelle società dell’antico Egitto e della Mesopotamia. Nella Roma antica le corporazioni si svilupparono come collegia, organizzate essenzialmente in modo volontario. I collegia - con caratteristiche simili - sopravvissero a Costantinopoli e nell’Impero d’Occidente, dove si trovarono a fare i conti con le invasioni barbariche e il crollo dell’economia
«È possibile», racconta lo storico Matthew E. Bunson, «che nessuno di questi collegia del primo periodo sia sopravvissuto nel Medioevo, tranne che in qualche zona d’Italia, Francia e Sicilia. Le tribù tedesche incoraggiarono un gruppo sociale denominato gilda, che però non aveva fini economici. Prima dell’XI secolo, la società era principalmente agricola e c’era poco commercio urbano; perciò era assai difficile che esistessero corporazioni. Solo lo sviluppo delle città e la rinascita del commercio e degli affari permisero alle organizzazioni di mercanti e artigiani di moltiplicarsi. Questi gruppi si riunirono e col tempo ci fu un’importante divisione tra le corporazioni dei mercanti e quelle degli artigiani».
San Tommaso d’Aquino (nel XIII secolo) condannò l’attività dei mercanti: «II commercio, considerato in se stesso», scrisse, «ha un certo carattere vergognoso», dovuto al desiderio di guadagno e all’avidità di ricchezza. Il denaro (lo «sterco del diavolo», secondo i moralisti del tempo) chiamava altro denaro, ed era molto frequente che gli stessi mercanti ne accumulassero ulteriormente prestandolo: antenati dei banchieri (o degli strozzini, dipendeva dalle condizioni). Un caso per tutti: Jakob Fugger. fondatore della più influente dinastia di banchieri a cavallo tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento) era iscritto inizialmente alla gilda dei maestri tessitori.
In Francia (come racconta lo storico Robert Delort) le confraternite precedettero le corporazioni. «Per esempio, gli orafi di Parigi, alla fine del XI11 secolo, si impegnano a mantenere i loro confratelli malati O caduti in miseria, e a insegnare un mestiere agli orfani; del pari. fanno un’elargizione a favore dei poveri dell’ospedale maggiore il giorno della festa solenne». Avevano una cassa comune alimentata da una royalty (pari allo O,45 per cento del valore) sulla merce venduta, che serviva anche a pagare la quota di iscrizione a confraternita da parte dei colleghi indigenti.
Nel XIV secolo - con la nascita della grande imprenditoria (di stampo precapitalistco)  -  «l’atteggiamento delle corporazioni» fu ispirato (sottolinea Henri Pirenne, nella Storia economica e sociale del Medioevo) «alla più sospettosa diffidenza». E fu allora che,  nelle Fiandre, i mercanti all’ingrosso di materie prime (come la lana, per dire) furono autorizzati a non far più parte della corporazione dei tessitori.
Le corporazioni dei mercanti apparvero sulla scena prima di quelle degli artigiani. «Furono create», ricorda Bunson, «per mantenere la solidità finanziaria quando sorse una forte concorrenza. Le corporazioni regolavano anche i mercati locali e salvaguardavano il passaggio delle merci in periodi pericolosi. Col tempo le corporazioni trovarono una maggiore accoglienza, in particolare in Germania, Inghilterra e Paesi Bassi, e controllarono persino l’amministrazione di alcune città. A causa dello scompiglio politico a livello aristocratico e imperiale, queste stesse corporazioni fornirono un’organizzazione stabile nei rapporti con altri Paesi. La Lega Anseatica, che controllava il commercio tra le città dell’Europa settentrionale, fu fondata nel XIII secolo, e a sua volta diede una spinta alla fondazione delle corporazioni inglesi. Dal XII secolo, quando la conduzione degli affari divenne più complessa, i mercanti ritennero saggio istituire diversi dipartimenti, ad esempio quelli dei trasporti, dell’approvvigionamento e della sicurezza. La continua specializzazione portò alcune comunità alla creazione di veri e propri centri commerciali per la manifattura. La Fiandra, ad esempio, divenne nota per le stoffe di lana.
I monopoli e il controllo dei prezzi e delle tariffe, non solo aumentavano l’influenza delle corporazioni dei mercanti ma garantivano potere politico».
Le corporazioni degli artigiani (che si svilupparono nel corso del XII secolo, come conseguenza della crescita dei mercati delle merci) furono completamente separate dalle corporazioni dei mercanti, con proprie tradizioni, regole e direzione.

In pratica, le corporazioni degli artigiani erano divise in tre livelli: i maestri, gli operai qualificati e gli apprendisti. I maestri erano abili artigiani che guidavano le loro organizzazioni, occupandosi delle emergenze e delle operazioni. Le botteghe erano controllate da questo gruppo. Gli altri membri cominciavano normalmente come apprendisti, all’età di dieci anni o più, e imparavano il mestiere scelto per un periodo dai due ai sette anni: ricevevano vitto, alloggio e vestiario e potevano pagare una retta supplementare a un maestro per ottenere l’apprendistato in un’arte particolarmente prestigiosa.
A conclusione del periodo di apprendistato si doveva superare una specie di esame per ottenere il rango di operaio qualificato e ricevere il primo salario dal proprio maestro o da un altro datore di lavoro. La corporazione regolava l’ingresso degli apprendisti alla professione in ragione anche della congiuntura economica: se gli affari tiravano si allargava l’accesso; in caso contrario, i salari venivano abbassati.
E a Firenze - nel periodo d’oro, sotto la signoria dei Medici  -  le Arti e i Mestieri giunsero a finanziare le grandi opere pubbliche contribuendo in misura determinante a creare la più bella capitale del Rinascimento.