L’arte nell’era del mercato. di Ivo Bonacorsi il-manifesto mercoledì 24 dicembre 2008 -
PARIGI «Picasso e i Maestri»
In coda a orario continuato , 24 ore di business

L'annuncio dell'apertura straordinaria (24h/24h) negli ultimi giorni (30 gennaio - 2 febbraio 2009) della mostra Picasso e i Maestri alle gallerie del Grand Palais di Parigi, non costituisce soltanto una premiére assoluta.
Si profila piuttosto come un interessante precedente nelle strategie culturali della fruizione dell' opera d'arte. L'artistico, ancor di più oggi nelle sue relazioni con il business e le nuove l'ideologie che modellano l'offerta ed i consumi culturali, è governato da una sola libido imprenditoriale che opera come il capitale globalizzato. Le recenti proposizioni di cambio della normativa dell'impiego, che prevedono deroghe per il lavoro domenicale, appoggiate dal presidente Sarkozy in persona, sono ricalcate sullo sfruttamento delle liturgie di fruizione, le stesse che regolano i centro commerciali ed intrecciano bisogni indotti di consumo, pratiche di non-stop e deregulation selvaggia che coinvolge in modo esponenziale la commercializzazione degli spazi museali.
Se esiste un patrimonio artistico, e di partecipazione culturale condivisibile a livello mondiale, si sta creando attorno all'arte una isteria della partecipazione difficilmente simulabile come comprensione globale del «fatto» artistico. Piuttosto si prepara e perfeziona la sola esperienza del consumo compulsivo, e in parallelo, lo smantellamento di ogni comprensione critica della pratica artistica con una presenza di grandi sforzi «corporate» da parte di sponsor pubblici e privati. Si realizzano purtroppo le previsioni di artisti come Hans Haacke , per fare solo un esempio, che già negli anni Settanta denunciarono il fatto che i musei avevano intrapreso la pericolosa via di essere gli uffici di relazione pubblica del grande business e dei suoi interessi ideologici.
Così come accade per questa indecente mostra parigina, alla cui nascita concorrono diversi fattori, non ultima la ristrutturazione e il conseguente tour forzato (e ovviamente redditizio) delle collezioni del Museo Picasso di Parigi - luogo ora investito dalla cosmesi provvisoria di Daniel Buren destinata a coprire i vuoti lasciati dalle opere in prestito. Come era accaduto durante la ristrutturazione del Moma a New York, che durante i suoi lavori di riassetto aveva inventato la formula della mostra- confronto itinerante, Matisse- Picasso, diventata il primo block buster di questa nuova attitudine.
Occorre considerare che anche la disputa per i profitti di Picasso e i Maestri che, proprio in questi giorni finita sui giornali francesi , è altro non trascurabile segno della lenta ma inesorabile appropriazione della sola logica del profitto come regolatore dell'offerta culturale. Bizzarro che a pochi metri dalle sue code infinite, e ospitata nelle stesse gallerie , una delle prime retrospettive complete di Emil Nolde in Francia ha collezionato un passivo di 400.000 euro. La Rmn, Riunione dei musei nazionali francesi, la stessa che segna i codicilli ed i protocolli di intesa, che inventa organismi autonomi di gestione per operazioni come il franchising del Louvre ad Abu Dabi, non riesce ora a dirimere le richieste di spartizione dei dividendi tra tutti gli azionisti (Louvre, D'Orsay e Museo Picasso ) che dovrebbero ammontare a un milione di euro. L'organismo che dovrebbe reinvestire, appunto, una buona parte di questo denaro per tamponare gli inevitabili disastri di programmazione, sembra non essere troppo sensibile ai piani di rimborso dei singoli stabilimenti. Un bel colpo all' utopia di un pubblico colto e che fruisce e s'inebria di capolavori su base gratuita , forse all'origine delle ultime vere imprese museali del secolo scorso come il freakettonissimo Beaubourg alla fine degli anni Settanta.
Ora tra negoziazione di prestiti e piani di rendimento delle collezioni permanenti, le riunioni delle equipes di conservatori pare assomiglino sempre più a consigli d'amministrazione dove si misura la capacità di fund raising dei singoli curatori. Purtroppo ciò che é sotto gli occhi di tutti, dopo aver atteso in coda per ore, é che la capacità di «commozione» dell'arte nata nel genio e nelle prestidigitazioni economiche del ventesimo secolo, assomiglia alla moneta falsa: non ha la parità-oro delle collezioni museali, utilizzate come esche per agognate sveltine con il capolavoro, studiate per un pubblico bulimico e dopato agli ormoni dallo splendido lavoro di marketing delle equipes di comunicazione dei musei. Quando anche l'apporto delle economie asiatiche all'arte verranno a mancare, anche solo come destinazione onirica di espansione dell'arte occidentale, anche il lavoro di Picasso che ne incarna la linea inconscia di delegittimazione del capolavoro, si ristabiliranno relazioni meno compulsive e voyeristiche con l'opera. Tanti peep-shows sono aperti 24 ore su ventiquattro, ma persino Warhol che integrava la durata totale nella fruizione dell'opera (Empire) dichiarava in modo sprezzante di avere sogni da casalinga e di andare a messa ogni domenica.