Le due leggi dello sguardo
il manifesto - 19 Maggio
2006
Oggi, all’Auditorium di Roma, secondo appuntamento del ciclo «L’Arsenale
di Galileo» dedicato ai meccanismi neurofisiologici della visione. Con
la lezione di Semir Zeki, neurobiologo dell’University College di Londra,
sul «cervello visivo»
Franco Voltaggio
In tedesco «arte» si dice Kunst, un vocabolo, la cui radice «kn»
è riconducibile al radicale «gn» del greco ghighnosko e del
latino cognosco. Questo nesso supera le barriere della mera glottologia
e diventa il filo rosso di riflessioni cruciali della filosofia classica tedesca.
In Schelling l’arte è la chiave (una vera clavis universalis che
apre la porta che si affaccia sul sapere assoluto, in Schopenhauer è
l’unico modo consentito all’uomo di cogliere le forme immutabili
dell’essere, sottraendole al movimento e alla vita che le rendono invisibili,
volgendole in un fluire infinitamente sfuggente. Chiunque può ovviamente
vedere gli elementi di un bosco che si trovi ad attraversare, ma la forma «bosco»
può essere colta solo in un dipinto o in una buona fotografia. In caso
contrario, la forma tende a dileguarsi infinitamente e lo stesso destino attende
gli oggetti animati che in quello sono compresi, se non altro perché
la loro visione si appanna nel ricordo e non è perciò recuperabile
con precisione Sotto questo aspetto, il pittore o il buon fotografo sembra obbedire
alla voce panica dell’essere che vuole emergere dal movimento e dalla
vita e prestarsi al compito di uccidere l’uno e l’altra. Di qui
il sospetto tipicamente romantico che l’artista abbia un’inconfessabile
parentela con il delinquente e il deviante. Un sospetto la cui ultima traccia
è reperibile nel Tonio Kröger di Thomas Mann, che definisce il protagonista,
tipico poeta di fine Ottocento, un borghese traviato dall’arte. Ci induce
a queste considerazioni il testo di una conferenza che un neurobiologo dell’University
College di Londra, Semir Zeki (introdotto dallo psicobiologo Alberto Oliverio
dell’università La Sapienza, e con Pablo Echaurren nel ruolo di
discussant) terrà stasera (18,30) all’Auditorium Parco della Musica
di Roma all’interno di un’iniziativa promossa da «Musica per
Roma» e dalla Fondazione Sigma-Tau di Roma. Il tema da cui prende le mosse
la riflessione di Zeki è la variabilità che contrassegna tanto
l’opera d’arte quanto il suo apprezzamento da parte dello spettatore
o del lettore. Il suo tratto distintivo è perciò quello di proporsi
come un’innovazione che contribuisce in modo potente allo sviluppo della
cultura e al progresso della civiltà. Sotto questo aspetto, l’arte
ha un preciso significato evolutivo. Il suo prodotto, pur presentandosi nella
forma di un’informazione extragenetica, cioè culturale, ricorda
da vicino l’indole del fenotipo che, in natura, esprime la variazione
del carattere di una specie destinato poi a trasmettersi all’interno del
gruppo filetico per via ereditaria. Si tratta certamente di un’analogia
che va presa con le molle, giacché l’opera d’arte è,
per definizione, unica, dal momento che appena il caso di sottolineare che
vi è un solo, e irripetibile, Bacchino malato di Caravaggio come vi è
una sola, e irripetibile Iliade di Omero. Resta, ciò non di meno, il
fatto che i valori plastici della tela caravaggesca come l’incanto degli
esametri omerici hanno veicolato, e continuano a farlo, straordinarie innovazioni
pittoriche e poetiche, come anche suggestioni di tipo filosofico ed etico, in
una continua opera di evoluzione della civiltà e sul filo di un processo
che - questo sì - sembra replicare il percorso evolutivo delle specie.
Ma vi è ancora un’altra cosa. Caravaggio pagò lo scotto
per il suo capolavoro con una vita travagliata ed errabonda, attraversata da
non pochi momenti di deviazione criminale; a sua volta, Omero - il cui nome,
ricordava un illustre grecista come Perrotta, significa «ostaggio»
- scrisse i suoi poemi, conquistando la bellezza a prezzo di un’esistenza
misera, per di più afflitta dalla cecità. Ma se questo è
vero, e crediamo che non vi siano dubbi a riguardo, tante e così gravi
traversie non ricordano forse la complessità dei fenomeni che scandiscono
la comparsa di una variazione in una specie?
Stando così le cose, è tutt’altro che illegittimo adottare
nell’interpretazione dell’arte un approccio biologico. E’
quanto fa Zechi, a riguardo del cervello visivo, chiedendosi se l’arte
figurativa non costituisca, al di là del carattere eccezionale dei suoi
prodotti, l’esito di un comportamento delle cellule cerebrali sostanzialmente
identico in tutti gli individui, artisti e non. Osserva, in particolare,
Zeki: «Il cervello visivo è dotato di diverse aree, ciascuna delle
quali è specializzata per elaborare una specifica componente della scena
visiva, in quanto ognuna di esse dispone di cellule dotate di caratteristiche
che le rendono espressamente rispondenti a un preciso elemento del contesto
visivo. L’area V5, per esempio, è specializzata per la rivelazione
del moto visivo. Le sue cellule riflettono perfettamente il moto di uno stimolo
in una certa direzione, mentre sono indifferenti al suo colore e alla sua forma».
Per contro altre aree sono specializzate nella percezione della forma di un
oggetto al di là di tutti i mutamenti che intervengono in esso. Sotto
questo aspetto, «l’arte visiva (leggi ‘figurativa’)
obbedisce alle leggi del cervello visivo e ce le rivela». Tra queste leggi,
due sono fondamentali: la legge della costanza e quella dell’astrazione.
In virtù della prima, l’oggetto percepito è salvato e colto
nella sua interezza al di là del cambiamento; in forza della seconda
il cervello, affrancandosi dai limiti del suo sistema di memoria, procede dai
particolari al generale(leggi ‘universale’) dando vita a quelli
che Zeki chiama concetti sintetici del cervello e che, in buona sostanza, equivalgono
alle idee di Platone. A dispetto di un’ingenuità speculativa
che investe la reale natura delle idee di Platone (che, condividendo una convinzione
radicata ed erronea, Zeki sostiene essere veri e propri oggetti ideali dotati
di un’esistenza separata e autonoma rispetto a quelli delle cose), lo
studioso perviene comunque a conclusioni del più grande interesse. Quello
che innumerevoli artisti contemporanei, da Calder a Malevic a Braque a Picasso,
hanno tentato di fare, riproducendo in pittura il moto degli oggetti o per contro
cogliendone la permanenza delle forme, non è altro che l’applicazione
delle regole seguite dal cervello visivo con le sue aree specializzate.
Studiarle con i procedimenti della neurobiologia può effettivamente aiutarci
a comprendere il significato dell’arte e fare delle acquisizioni neurobiologiche
la piattaforma di una sorta di neuroestetica. Ma forse il contributo più
significativo di Zeki è ancora un altro. La neuroestetica può
contribuire a farci apprendere che cosa è la conoscenza e, in quale modo,
l’arte può costituire una fonte di suggestioni preziose validabili
empiricamente. L’arte, tipica espressione del cervello visivo, non riproduce
la realtà visibile, ma, in qualche modo proietta le nostre elaborazioni
mentali, le rende visibili - materializza un sogno, come sosteneva Picasso -
ponendo così in evidenza il percorso conoscitivo quale esteriorizzazione
di un processo mentale interno, come, d’altronde, affermava Kandinsky
in Della spiritualità dell’arte. Se si accetta questo assunto,
forse si abbandona tutta la positività del realismo, ma forse, chissà,
la si recupera a un altro livello, sul piano cioè dell’evidenziazione
di un organo, il nostro cervello che, in modo tipicamente evoluzionistico, non
registra la realtà, ma agisce su di essa. Sarà davvero così?
La ricerca continua.
Nota CM: anche Klee diceva che l'arte rende visibile l’invisibile.
Anche la matematica non esiste fuori dalle nostre menti: è un modo di
manifestare le connessioni che il nostro cervello fa.