TRADIZIONE E RESTAURO introduzione di B. Paolo Torsello al volume di Carla Arcolao Le ricette del restauro Malte, intonaci, stucchi dal XV al XIX secolo con postfazione di Paolo Bensì. Marsilio

L’oggetto di questo libro è l’arte di fabbricare malte, impasti, intonaci e stucchi come ci viene trasmessa dai trattati e dai manuali. Il metodo espositivo e la natura prescrittiva delle formule catalogate, fanno pensare ad una specie di ricettario; ad un’opera monografica, cioè, che descrive modi storici di combinare leganti e inerti, presentandoli come un corpus di precetti a suo modo omogeneo,anche se necessariamente non esaustivo. Per questo, l’utilità del libro sembra risiedere innanzitutto nell’ordinamento di un materiale di cui tutti abbiamo sempre supposto l’esistenza, ma che non era ancora conosciuto nella sua composita e stupefacente articolazione. Da un altro punto di vista, l’Autrice sembra venire incontro all’esigenza avvertita da alcuni restauratori di rifarsi ai modi di costruire del passato per reimpiegarli come modi del ricostruire consoni alla verità storica della fabbrica. Altri, prescindendo dalle ragioni teoriche e metodologiche di fondo, negano che sia possibile un tale recupero, adducendo tra l’altro i seguenti argomenti:
a) le pratiche edificatorie d’oggi sono molto diverse da quelle di un tempo e non possiamo rinunciare alle risorse materiali e tecnologiche che ci appartengono;
b) le tecniche costruttive affidate all’abilità manuale e ai tempi lunghi delle antiche elaborazioni sono ormai improponibili, oltretutto per via della progressiva estinzione delle tradizionali arti e mestieri;
c) i materiali di base, vale a dire gli «ingredienti» delle antiche ricette non sono disponibili in una società dominata dalla produzione industriale. In altre parole, sia la visione per così dire ottimistica, sia quella pessimistica fanno perno sugli aspetti esecutivi del cantiere, come se il riguadagnare i vecchi mestieri possa ridursi a semplice e fedele replica dei procedimenti tecnici.   
Pur essendo dotate di un certo fondamento, queste argomentazioni colgono però aspetti esteriori (e per certi versi ingannevoli) della questione, perché, a leggere le pagine di Carla Arcolao, acquistano evidenza contenuti problematici, di ben altra natura, che complicano l’orizzonte di senso col quale dobbiamo misurarci. Alcuni dei nodi per così dire interni alla materia trattata fanno emergere ad esempio domande del tipo: in cosa consiste ciò che chiamiamo tradizione del costruire? È possibile che quella tradizione ci appartenga ancora in qualche forma, oppure siamo destinati ad esserle estranei? E sufficiente riesumare le vecchie regole dell’arte per riacquistare i saperi che le fondavano e le capacità di agire che ne derivavano? Noi cercheremo anzitutto di circoscrivere il significato del termine tradizione, almeno per quanto attiene all’edificazione, e proveremo poi a chiarire se ne sussistono ancora le ragioni di sopravvivenza e di operatività. Diciamo subito che la tesi sostenuta in queste note è che la tradizione, per lungo tempo ancorata alla trasmissione dell’esperienza, entri in crisi con quei mutamenti che la cultura occidentale registra a partire dalla nascita del mondo Moderno, che da molti storici è collocata nell’Umanesimo. In particolare, il declino della tradizione sembra legato soprattutto alla nascita (e allo sviluppo) della nuova scienza, al costituirsi di una diversa concezione della storia, ai mutamenti delle tecniche e dei modi di produzione.
Tradizione/esperienza
Sul senso della tradizione, come veniva intesa tempo addietro, ci è d’aiuto una singolare regola tratta da L’idea dell’architettura universale di Vincenzo Scamozzi.
«E buonissimo segno quando le pietre percosse l’una con l’altra s’amaccano, e fanno una certa farina, e che rendono l’odore del corno abbruciato, & al gusto non so che di falso. Si lodano più tosto grandi, e grevi, che picciole, e leggieri, perche all’hora hanno maggior virtù, e rendono fortezza alla calce; e finalmente al tutto siano gravi, e vive, e di molto nervo» ‘.
La singolarità risiede nel modo con cui Scamozzi suggerisce di scegliere una buona pietra da calce, richiamando uno a uno i sensi della percezione: l’olfatto per cogliere l’odore di «corno abbruciato», il gusto che individua quel «non so che di falso», la vista per scegliere le dimensioni delle pietre e osservarne l’effetto di sfarinamento «quando [...] percosse l’una con l’altra s’amaccano», il tatto per accertare che «siano gravi [...] e di molto nervo».
Ma il precetto, per essere bene inteso, richiede una generale predisposizione a comprendere, che deriva dall’esperienza: solo chi ha ascoltato e provato a lungo possiede il criterio per coglierne appieno il senso e giudicarne l’utilità. Il richiamo alla percezione si innesta, dunque, nel tronco di un sapere che è in parte trasmesso da fonti remote, in parte acquisito e affinato con il proprio lavoro e con l’osservazione. C’è, in altre parole, il filo rosso del trasferimento di antiche esperienze alle nuove generazioni, in una catena di nozioni che passano di padre in figlio, da maestro ad apprendista. Il veicolo della trasmissione è l’individuo; resta tutto interno al rapporto diretto tra i soggetti della comunicazione e prescrive che essi appartengano - o si riconoscano come appartenenti - al medesimo universo del fare. Lo stesso modo di esprimersi dello Scamozzi sta fra la semplice testimonianza di una verità che proviene da lontano (e che è stata personalmente controllata) e la dettatura di una norma che non può essere messa in discussione, in quanto confortata e resa autorevole dalla continuità delle usanze. Non v’è alcun bisogno, perciò, di dare un qualche chiarimento - scientifico o logico, diremmo oggi - del messaggio. Il suo vero senso è un invito ad accogliere con fiducia un insegnamento e a metterne alla prova l’efficacia. La trasmissione del sapere è vincolata di conseguenza ad alcune condizioni:
a) la credibilità di chi formula il messaggio, che risiede nella figura riconosciuta del Maestro;
b) la linea di continuità che collega l’esperienza del magister alle generazioni successive e a quelle precedenti;
c) il riconoscimento che il vero significato del messaggio e la sua efficacia possano essere compresi soltanto da chi è del mestiere, da chi possiede le cognizioni e l’esperienza dell’arte;
d) la possibilità o l’opportunità che il messaggio possa essere formulato in termini essenziali, affinchè venga salvaguardato quell’aspetto esoterico che lo rende interamente comprensibile soltanto a chi possiede il talento e lo status di iniziato. L’esperienza «trae origine dalla memoria», secondo la nota versione aristotelica, e sta per cumulo di nozioni attinte alla realtà essenzialmente attraverso i sensi e dotate perciò, salvo il caso di percezioni ingannevoli, di sicura credibilità. L’esperire è venire in cognizione provando e riprovando e si connette con la capacità del soggetto di apprendere dal contatto con le cose, oltre che di lasciarsi guidare per agire sulle cose. Tradizione/scienza Scamozzi, tuttavia, vive e opera all’alba di quella stagione che vede nascere la Modernità, e con essa una nuova visione del sapere tecnico e scientifico, oltre che un modo diverso di misurarsi con il passato, con la storia. Sono già presenti, in altre parole, i segni di un generale mutamento della cultura e, per prima cosa, al primato dell’esperienza si va sostituendo quello dell’esperimento. Non si tratta di un semplice artifìcio verbale: cambiano i modi dell’osservare e del concepire la realtà. L”esperienza, infatti, presuppone una gestazione del sapere interna a chi la possiede o la trasmette; conserva il carattere intimistico di un modo individuale di rapportarsi alle cose; presuppone che le cose esistano veramente e siano il vero oggetto dell’azione speculativa ed operativa, tanto nel lavoro più altamente creativo quanto nelle attività di pura esecuzione, l’esperimento, invece, trasforma il provare e il riprovare in un esercizio della ragione che richiede di essere controllato e condiviso da tutta la comunità degli esperti. Esige la presenza di spettatori ed è, vorremmo dire, la messa in scena dell’elaborazione tecnica e scientifica, il suo ingresso nel circuito pubblico della mondanità. Nella nuova scienza, si cerca l’ordine logico celato dietro l’apparenza accidentale delle cose, secondo il modello già annunciato dall’antichità greca ma destinato a permeare la quotidianità e i gesti dell’uomo comune. Così, le cose perdono via via la loro contingente concretezza ed assumono lo statuto di rappresentazioni di quelle leggi, vale a dire di una realtà che le trascende in quanto oggetti sensibili. Viene in mente la nota vicenda della caduta della mela osservata da Newton. Nel racconto che ci viene offerto, il frutto pare perdere profumo, sapore, forma e colore per diventare pura manifestazione della gravità, astratto fenomeno dinamico. La scienza, sostituendo il dominio deì[’experimentum a quello deìì’experientia, pone i presupposti per modificare l’ordine regolato dalla tradizione. Tra le formule raccolte in questo libro, ad esempio, ve n’è una riportata da Plinio che prevede la preparazione di un impasto a base di calce spenta nel vino con l’aggiunta di «grasso suino e fichi, entrambi agenti che lo ammorbidiscono» Quindici secoli più tardi la ricetta è ancora ben conosciuta, e Baldassarre Peruzzi ricorda che «Anco usavano gli antichi fare la malta di calcina fresca spento col vino, dipoi pesta con sugnia di porco e fichi secchi». Noi siamo del tutto estranei al filo conduttore di un tal modo di pensare, ma abbiamo imparato dalla scienza che quel procedimento alchemico ha una spiegazione logica, e nella preparazione di alcune malte aggiungiamo delle sostanze grasse per aumentarne la lavorabilità evitando di eccedere nella quantità d’acqua. Oggi, quegli additivi organici vengono impiegati sotto forma di stereati di magnesio o di alluminio che fluidifìcano gli impasti e ne esaltano il carattere impermeabilizzante. Anche lo zucchero può avere a sua volta effetto fluidificante, e le ricerche in corso tentano di far luce sull’incidenza della fermentazione, peraltro non scontata e non accertata in sede sperimentale, nel processo di indurimento. È singolare che Plinio, riferendosi ad un ingrediente - la polpa di fichi - che per sua natura è in grado di fermentare, pare testimoniare una cognizione ben matura circa il comportamento di questo additivo, sia pure partendo da basi del tutto empiriche. I modi d’essere tipici della tradizione trovano nella scienza un principio di contaminatio. Lo sviluppo di un sistema cognitivo razionalmente fondato tende via via ad emarginare il ruolo dell’esperienza individuale, sino ad estraniarlo dalla linea di sviluppo vincente nel mondo moderno. È messo in discussione il medesimo processo di formazione e di propagazione della cultura tecnica: il valore dimostrativo delle proposizioni scientifiche è cosa diversa, infatti, dall’intento persuasivo dell’esperienza; la ripetibilità e la stessa confutabilità dell’esperimento sono altro da quel «provare e riprovare» che coinvolgono la rassicurante evidenza dei sensi e la memoria degli uomini. Inoltre, le prime presuppongono un interesse verso le leggi generali che governano i fenomeni e richiedono che il sapere sia fissato nella scrittura, un mezzo sempre più potente per affermarle e diffonderle; le seconde, invece, si affidano soprattutto alla custodia della parola detta, alle pratiche del fare e alla testimonianza evidente delle cose, che stanno li a mostrare una sapienza tangibile, pietrificata. E ancora, la crescita delle conquiste scientifiche si attua, vorremmo dire, con una legge di propagazione a rete, in un complesso di rapporti interattivi che invadono lo spazio multidimensionale della cultura, puntando a coinvolgere tutti gli esseri pensanti; i procedimenti empirici, al contrario, si affermano per direzioni lineari lungo le quali sono inanellate le esperienze di singoli soggetti accomunati da un’arte o da un mestiere.
Tradizione/storia
Le esperienze individuali implicano memoria, osservazione e capacità esecutive guidate da determinate regole, e le regole sono dettate da chi ha a sua volta vissuto esperienze analoghe, vale a dire da un soggetto autorevole che ne assicura l’attendibilità. Così, il meccanismo della tradizione induce gli attori a percepire il proprio presente come ancorato ad un passato prossimo più o meno vicino, in una catena ininterrotta di “passati prossimi” che tracciano uno speciale percorso diacronico. La metafora della catena rende l’idea di una successione di anelli ove il prima e il dopo sono disposti secondo l’ordine della contiguità più che con la logica dello sviluppo. La norma della contiguità si estende pure alle azioni avvenire, collocate anch’esse in un “futuro prossimo” che raramente travalica il tempo di una generazione. Così, il “remoto” è una categoria del tempo che sfugge alla tradizione. Per essa il passato non è ancora storia, ma eventualmente monito ed esempio o «promessa di un ritorno», e il futuro non è mai progetto, ma piuttosto destino o traguardo della Provvidenza. Nel suo dispiegamento lineare, il trasferimento dell’esperienza si realizza appunto tra soggetti contigui, un antecedente e un conseguente: l’uno parla diretta- mente all’altro e quest’ultimo partecipa, in avvolgente e dilatata contemporaneità, al rito dell’ascolto. Non a caso “tradizione”, da tradere, è “dare” o “consegnare”, secondo Cicerone, con il senso anche di “affidare”; è pure “raccontare”, “narrare”, “riferire”; “insegnare”, oppure “trasferire” o “trasmettere”. In tutti i casi la traditio comporta il passaggio diretto, da chi precede a chi segue, di un certo patrimonio di idee e di esperienza, e implica che il trasferimento sia possibile grazie all’immediatezza del rapporto tra chi trasmette e chi riceve, in un tempo che abbraccia e comprende sia gli attori sia l’azione. Possiamo definire questo particolare volto della temporalità come invadenza di un eterno presente, ravvisabile anche in espressioni del genere usato da Peruzzi: «...gli antichi usavano», «secondo i nostri avi...» e così via; giacché ogni voce del sapere, per quanto lontana, si presta ad essere ascoltata come fosse astante e agente, qui ed ora. In questo tempo astorico, tra il passato e l’oggi non c’è vera separazione, ma una convivenza testimoniata dal perdurare quasi immutato delle azioni che ne derivano e delle cose che vengono prodotte. Il sapere è sempre conservato da chi lo accoglie e lo fa proprio, ma è al tempo stesso perpetuamente arricchito e rinnovato, sia pure in modo impercettibile e nel rispetto sacrale delle usanze. Quando, con l’Umanesimo, la storia si affaccia sulla scena della cultura occidentale, gli uomini si apprestano a prendere le distanze dal passato e a osservarlo da lontano. Si preannuncia un modello di sviluppo del sapere ben diverso da  quello della tradizione, in quanto si presuppone che le vicende umane siano studiate da un osservatore che è loro esterno, anzi estraneo. All’egemonia del tempo prossimo si va sostituendo quella di un tempo remoto in grado di offrire una nuova e duplice prospettiva: nella direzione del passato, tramite la potenza cognitiva della storia, e in quella del futuro, con l’efficacia predittiva del progetto. Non è solo in gioco l’impossibilità ad essere partecipi del passato a causa della distanza temporale che ci separa, ma la convinzione che per ben interpretarlo sia indispensabile il non appartenergli. In un certo modo, l’idea moderna della storia pare ricalcare un percorso simile a quello descritto per la scienza, nel senso che il passato è guardato sotto forma di “fenomeno”, di un dominio cioè che racchiude il senso delle cose trascorse ma non coincide necessariamente con le cose, e in quanto tale deve essere analizzato e spiegato alla luce della ragione. Una tale visione presuppone un atteggiamento verso il tempo e una concezione dei comportamenti umani e dei fenomeni naturali (con le vicende che ne derivano) che non era pensabile nella cultura antica e in quella medievale. «E vero che la Storia è esistita ben prima della costituzione delle scienze umane, [ma era] una grande storia liscia, uniforme in ognuno dei suoi punti e tale da aver trascinato in una stessa deriva, in una stessa caduta o ascensione, in uno stesso ciclo, tutti gli uomini e con essi le cose, gli animali, ogni essere vivente o inerte, fino ai volti più calmi della terra». Le cose in quanto tali vanno scomparendo, com’è per il mondo scientifico, e sono sostituite da ciò che possono rappresentare se osservate attraverso particolari modelli di interpretazione. Il passato non è dietro la porta del nostro presente, non ci comunica con il tono confidenziale del racconto, non è di guida ai nostri gesti abituali. Beninteso, la storia continuerà a raccontare, ma l’oggetto della narrazione non sarà più quello vissuto da testimoni oculari, com’era ad esempio per Erodoto, bensì la realtà ricostruibile attraverso fonti senza voce, ne occhi, ne membra: i documenti. Anche questo genere di racconto, tuttavia, ulti- mo residuo di una connessione con la realtà dei fatti, perderà di interesse, per essere sostituito da un’analisi di ciò che si nasconde dietro i fatti. Riprendendo un’espressione di Francois Furet, si passa «dalla storia racconto alla storia problema», e i problemi della storia risiedono nella memoria collettiva. «La memoria collettiva e la sua forma scientifica, la storia, si applicano a due tipi di materiali: i documenti e i monumenti», ci dice Jacques Le Goff, ribadendo sia la supremazia della memoria storica sulla logica della testimonianza tramandata, sia la definitiva trasfigurazione degli oggetti in documenti. Certo, la memoria è trasmessa tanto dalla grafia dei documenti quanto dal concreto lavoro di produzione e di trasformazione dell’ambiente. Ma c’è differenza tra la cultura tramandata dalla scrittura e quella attingibile direttamente alle forme e alla materia. La prima ci giunge con la mediazione delle parole scritte, o delle immagini, affidandosi al loro potere immediatamente narrativo, e lasciando che la corporea concretezza di chiese, città e utensili resti fuori dalle regioni della comunicazione, in un’esistenza riconosciuta ma silenziosa. I documenti ci possono svelare le vicende che furono all’origine delle azioni umane, le tensioni creative e gli scenari che ne caratterizzarono lo svolgimento, le fatiche e il pensiero degli artefici, i ricettarii e i calcoli delle soluzioni costruttive. Perciò, rispetto alla poderosa auto-sufficienza delle fonti scritte, l’oggetto perde ogni privilegio dell’esistere: potrebbe essere scomparso, oppure appartenere alle regioni del pensiero immaginativo, senza che venga meno la possibilità di parlarne o di evocarne le forme. Gli oggetti continuano ad esistere come reperti del passato - simulacri di un vissuto - e pur se hanno smarrito la loro originaria funzione pratica (anzi, non hanno alcun bisogno di svolgere una funzione) acquistano un valore storico che trascende ogni valenza di utilità. Il valore storico tramuterà anche la loro accidentale consistenza in patrimonio della memoria, in documento. «La storia - ci dice Febvre - si fa con i documenti scritti, certamente. Quando esistono. Ma la si può fare, la si deve fare senza documenti scritti se non ce ne sono [...]. Quindi con delle parole. Dei segni. Dei paesaggi e delle tegole. Con le forme del campo e delle erbacce. Con le eclissi di luna e gli attacchi dei cavalli da tiro. Con le perizie su pietre fatte da geologi e con le analisi di metalli fatte dai chimici. Insomma, con tutto ciò che, appartenendo all’uomo, dipende dall’uomo, serve all’uomo, esprime l’uomo, dimostra la presenza, l’attività, i gusti e i modi di essere dell’uomo».
Resta ancora un passo da compiere, forse il più radicale, e quel passo risiederà nella estinzione stessa del documento, nella accettazione della sua loquace assenza: «Si noti anche - afferma Le Goff - che la riflessione storica oggi si applica altresì all’assenza di documenti, ai silenzi della storia. [...] Bisogna fare l’inventario degli archivi del silenzio, e fare la storia a partire dai documenti e dalle assenze di documenti»”.
Tradizione/produzione
Vi sono alcune «ricette» in questo volume che riguardano le malte con coccio pesto. Per una di esse Vitruvio attesta che «il risultato sarà ancora migliore se alla sabbia di fiume o di mare si aggiungerà la terza parte di coccio pestato e setaccia- to» . In un’altra, Francesco di Giorgio Martini precisa che se alla miscela di calce e sabbia «sarà agionto la terza parte di testi pesti overo di antiqui tegoli, molto più tenace che senza diverrà». Quel chiarimento «antiqui tegoli» è prezioso: i coppi devono essere vecchi, come affermerà anche Cesare Cesariano nel De Architectura. Ai primissimi anni dell’Ottocento, Rondelet aggiunge che, oltre che le vecchie, «conviene scegliere le tegole ben cotte», vale a dire le ferriole. Tegole vecchie e molto cotte, dunque. Sono precetti di un certo valore, perché ci fanno sapere che una costante del coccio pesto antico è costituita dall’impiego di tegole, vasellame o mattoni frantumati vecchi, mai nuovi. Inoltre, per lo svolgimento delle tipiche funzioni idraulicizzanti (e impermeabilizzanti) richieste ad un coccio pesto, sono preferibili mattoni ferrioli (molto cotti), nei quali la silice, l’allumina e il ferro sono fortemente attivi. Per contro, l’odierna produzione di impasti per le malte in coccio pesto impiega tritura di mattoni cotti alla giusta temperatura nei forni industriali, dando poco peso all’azione chimica dei ferrioli, e soprattutto trascurando la funzione del grassello di calce nel composto, un argomento su cui purtroppo non abbiamo sufficienti conoscenze. Sappiamo invece che dopo le esperienze di Loriot, condotte alla fine del Settecento, la scoperta del cemento metterà in secondo piano le ricerche sulla calce, e che l’attività odierna dei laboratori scientifici in questo settore punta a recuperare un “saper fare” ormai dimenticato, che probabilmente racchiudeva i segreti dell’intero ciclo di preparazione dei composti e dei materiali di base, compresa la calce. Basta una rapida scorsa alle varie formule qui raccolte per avere idea dell’importanza attribuita a questo legante e ai suoi tratta- menti. In breve, possiamo affermare che le esigenze dell’economia industriale e l’euforia delle innovazioni tecnologiche abbiano condotto a mutuare dai principi generalizzanti delle scienze quelli omologanti della produzione, dando luogo a ulteriori motivi di allontanamento dalla tradizione. Un aspetto specifico di quella tradizione risiede nella figura del costruttore, l’artefice della fabbrica. Egli è un artigiano avvezzo a lavorare usando le mani e maneggiando utensili, ma la sua arte non si affida alla sola manualità: è artigiano colui che guida i propri gesti con un appropriato bagaglio di conoscenze teoriche e con uno speciale talento che è un misto di capacità creative e di segreti del mestiere. Il suo modo di lavorare non è esente da imprevisti, perché ogni impresa costruttiva, per quanto tutelata dalle certezze tramandate e dall’esperienza, non è mai semplice e meccanica ripetizione. L’impasto di una malta e i movimenti necessari a stendere uno strato di intonaco sono al tempo stesso sempre uguali e diversi, come negli eventi naturali dell’alba e del tramonto, delle stagioni e delle fioriture. Permane il “saper fare” che guida il lavoro, e il rito di una gestualità costantemente simile a se stessa, ma il caso e le circostanze più diverse agiscono come variabili difficili da controllare. In altre parole, ogni singolo risultato artigianale presuppone la ripetitività delle fasi esecutive, comprese le materie prime e il loro trattamento, ma resta opera unica, irripetibile. In ogni oggetto costruito con le mani coesiste la costanza rassicurante del ciclo produttivo assieme a una qualche incertezza del risultato. Quando la tradizione non dà le regole dell’arte e il capomastro deve affrontare un problema nuovo, come era ad esempio per i primi costruttori di chiese gotiche, egli si trova dinanzi ad un compito per il quale la propria esperienza è insufficiente. Sa bene che ogni innovazione comporta il pericolo della rovina e a ciò si deve se molti dei grandi edifici medievali crollavano durante la costruzione o appena qualche tempo dopo. La cultura di quei costruttori era bensì fondata su nozioni dotate di una certa struttura teorica e conteneva regole simili a quelle che oggi riconosciamo alle discipline dell’architettura e dell’ingegneria, ma erano evidentemente nozioni non inquadrabili nel modello delle scienze che si costituisce a partire dal xvii secolo. Le loro cognizioni non erano fondate su principi sufficientemente generali da consentire il controllo generalizzato dei fenomeni. E questo valeva, oltre che per l’arte di edificare, anche per i mestieri legati alla manipolazione e al trattamento dei materiali, o per quelli della esecuzione dei dettagli accessori della fabbrica o dei piccoli oggetti d’uso quotidiano. Nell’era moderna, perciò, le astrazioni della scienza non agiscono soltanto nel senso di mettere in discussione l’origine empirica delle nozioni, ma danno luogo ad un diverso modo di intendere le tecniche produttive. D’ora in poi, sempre più estesamente, la cultura scientifica avrà anche il duplice compito di guidare le tecniche e di produrre nuove tecniche. I materiali verranno analizzati nelle rispettive caratteristiche fisiche e chimiche e meccaniche; le leggi dell’equilibrio e del comportamento statico saranno enunciate in forme (e formule) via via più ampie; l’estrazione, la lavorazione e le manipolazioni della materia saranno affidate a procedimenti meccanici e a macchine costruite a loro volta con altre macchine. I modi della produzione artigianale sono gradualmente ma inarrestabilmente sostituiti dai modi di organizzazione e di produzione dell’industria. L’intero sistema sembra fondarsi su quel processo di trasfigurazione che abbiamo già osservato negli atteggiamenti della scienza e dell’investigazione storica. Ciò che è prodotto industrialmente dovrà possedere requisiti che non erano richiesti nell’universo artigianale della tradizione, a cominciare dal fatto che l’interesse non sarà più orientato verso la singolarità e la durevolezza, ma includerà le categorie del superfluo e dell’effimero tipiche dei consumi di massa;  nella nuova logica, è il prodotto che deve adeguarsi al modo di produzione, e non viceversa, come in precedenza. Inoltre, i requisiti di accettabilità dei beni costruiti industrialmente saranno definiti in base a “standard di qualità” che obbediscono a criteri di ordine quantitativo, di misurabilità; si cercherà di produrre oggetti che rispettino caratteristiche predefìnite con ragioni di mercato, che non si discostino da un livello di qualità anch’esso predefìnito e controllabile. L’industria, sostituendo la categoria dell’uso con quella del consumo (o, per dirla in termini marxiani, il valore d’uso col valore di scambio) e la peculiare singolarità degli oggetti artigianali con la omogeneità quantitativamente controllata dei prodotti manifatturieri, introduce altre ragioni di crisi della tradizione. Come rispondere, allora, agli interrogativi da cui siamo partiti? Una volta respinte le interpretazioni meccaniche di un recupero operativo della tradizione, ci troviamo dinanzi ad un ordine di problemi che pare interessare la stessa struttura del nostro sapere, e la cui origine è nel lungo e multiforme insieme di muta- menti epocali che distinguono la modernità. Eppure il percorso sembra chiaro. Ad un’era di operatività caratterizzata da un agire “secondo natura”, si giunge, attraverso la nuova idea di scienza e di storia, alla possibilità di “ibridazione della natura”, alimentata dall’accesa curiosità verso le leggi che governano il mondo fisico e i comportamenti umani, sino ad approdare a una sorta di “oblio della natura”, che coinvolge la stessa scienza e la storia. A partire dal secolo scorso, il nostro interesse si va spostando verso una forma del sapere il cui oggetto è il sapere stesso, sul cui sfondo c’è la realtà dei fenomeni naturali ed umani. Che è poi un modo di far avanzare la cultura tornando alle sue radici, come suggerisce David Deutsch. L’utilità di questo libro, di conseguenza, non può essere di ordine pratico - anche se si presenta ricco di spunti e di occasioni “pratiche” , ma risiede nella riproposizione alla nostra coscienza di una frangia del sapere che avevamo dimenticato. Esso sembra ammonirci che un’antica ricetta scritta può essere prima di tutto provocazione e fonte di un impegno speculativo, al pari di un vecchio frammento di intonaco, che di quella ricetta è presenza materiale. In questo interesse, tipico del nostro tempo, a produrre sapere dal sapere - cultura dalla cultura - le pratiche empiriche, la scienza e la storia perdono i loro originari confini disciplinari e sono immessi nel percorso di un pensiero nomade non interessato a escludere o a privilegiare alcunché. Si può obiettare che tutto ciò ha il difetto di una sorta di rannicchiamento teoretico impotente a produrre azione, e che il mondo richiede invece azioni oltre che riflessioni. Ma questa custodia del sapere non solo comporta decisioni e atti tecnici, specie nell’ambito della cultura materiale - e, dunque, della conservazione dei beni storici - ma impone un radicale ripensamento degli attuali percorsi decisionali e delle tecniche, promettendo nuove prospettive di ricerca. Un atteggiamento, tra l’altro, che trova sede appropriata in quel «conservare per conoscere» che è a fondamento del restauro e delle ragioni che presumibilmente ne determinarono la nascita nel secolo scorso. Le tesi sostenute in questo saggio sono da tempo oggetto di analisi e di dibattito con l’amico Roberto Masiero, i cui interessi di ricerca vertono, come è noto, sulla storia delle idee in relazione all’epistemologia e alle arti.

Carla Arcolao Le ricette del restauro Malte, intonaci, stucchi dal XV al XIX secolo introduzione di B. Paolo Torsello postfazione di Paolo Bensì, Marsilio