Una giornata di Ivan Denisovich
Solzhenitsyn,
in “Una giornata di Ivan Denisovich" descrive un muratore del
Gulag che disubbidisce al caposquadra per finire il lavoro iniziato rischiando
un ulteriore inasprimento della pena. “Calcina! Mattone! Schiacciato!
Controllato! Calcina. Mattone. Calcina. Mattone...”
Ma non aveva detto il caposquadra di non aver riguardi per la calcina: di
buttarla di là dal muro e di... filare? Ma Suchov era fatto in quel
modo cretino e in nessun modo potevano fargli perdere quell’abitudine:
di ogni cosa e di ogni lavoro aveva riguardo, che non si rovinassero inutilmente.
”Calcina! Mattone! Calcina! Mattone!”
“Abbiamo finito, porco diavolo! — urlò il suo amico. -
Filiamo”. Atterrò il cassone e corse sulla passerella.
Ma. Suchov, che provasse pure la scorta ad aizzare i cani contro di lui, si
allontanò correndo all'indietro sullo spiazzo. Guardò. Non male.
Poi si avvicinò di corsa sopra il muro, a sinistra, a destra. Ehi,
aveva un occhio che era una bolla! Perfetto. La mano non era invecchiata.
Alcuni anni più tardi, l’ex-galeotto Aleksandr Solzhenitsyn spiegò
in un’intervista: “Devo dire che l’intelligencija sovietica
mi ha molto rimproverato perché Ivan Denisovich, nel mio libro, lavora
con piacere: come può uno schiavo provare piacere per il suo lavoro?"
- obiettavano. È sorprendente, ma è così; io stesso,
in certi momenti, provavo soddisfazione a fare bene il mio lavoro. Ivan Denisovich,
che non ha altri interessi all’infuori del lavoro, morirebbe se non
vi trovasse piacere, questa è l'unica sua difesa spirituale. Quella
scena fu la ragione per cui Khruscev permise la pubblicazione del romanzo:
l’aveva interpretata come la glorificazione del lavoro socialista”.
Da La Voce 10 nov. 2006
Un giorno o due
Una domanda
è posta all’artigiano con inquietante frequenza: “Quanto
tempo ci è voluto per fare questo oggetto?” La risposta non
è semplice; da quando partire? Da quando si è cominciato ad
imparare il mestiere, da quando si è iniziato ad affinare la tecnica,
oppure dal momento in cui i propri lavori hanno portato l’impronta dell’artefice,
impronta inconfondibile anche se non scritta? E come conteggiare la scelta
dei materiali, delle forme? Alla fine, quanto conta il tempo di realizzazione
di un oggetto? «Un giorno o due» risponde la filatrice
di Lawrence nel libro Twilight in Italy, il tempo di realizzazione dell’oggetto
può essere uguale alla metà, ma anche al suo doppio. Il lavoro
artigianale non è quantificabile ne’ in ore, ne’ in denaro:
è estraneo alla logica del “il tempo è denaro“,
il lavoro artigianale è patrimonio comune. Crediamo che rispetto alla
quantificazione del lavoro conti di più la sopravvivenza di un mestiere;
non importano le ore di lavoro, ma l’esistere stesso dell’artigiano.
Perché l’artigiano è una figura portante nella vita urbana
e rurale, e non possono esistere città ne’ campagna senza il
lavoro artigianale. L’artigiano è come una pietra, come una «pietra
vivente».
Ilaria Agostini da La Fierucola sett. 2006
Cose piene di uomini
l manifesto 12 Ottobre 2006
Lorenzo Imbesi
*i*
Gli oggetti - vale a dire la realtà artificiale con cui intrecciamo
un continuo rapporto nel quotidiano - si pongono come nodi complessi di
relazioni attraverso cui esercitiamo il nostro legame operativo con il mondo,
un rapporto multidimensionale che si esprime non solo nella funzionalità
dei nostri atti fisici, ma anche nei significati simbolici, nelle immagini
percettive, nelle relazioni sociali.
Bruno Latour constatava quanto le cose fossero in verità piene
di uomini, incorporando nella loro fisicità idee, lavoro, abitudini,
costruzioni di senso: una rete fitta di relazioni intersoggettive senza le
quali il nostro stare al mondo apparirebbe inverosimile. E quindi la trasformazione
da materia a materiale, a prodotto e poi a merce, e infine a strumento e poi
a scarto, mobilitando una rete infinita di attori, tecniche e processi eterogenei,
testimonia l'alternarsi di processi culturali che si condensano intorno al
mondo artificiale, trasformandolo.
Oltre a essere la reificazione di un lavoro, o il prodotto risultante da una
azione di manipolazione, o una delega strumentale con il mondo fisico, gli
oggetti sono quindi anche il tratto significativo di come la società
si organizza ed esprime la propria cultura al di là dell'esistenza
utilitaria puntuale. Ne risulta un macrosistema che trova un corrispettivo
nelle strutture dell'organizzazione economica, negli uffici di progettazione,
nelle strategie e negli assetti dell'industria per la produzione, nei sistemi
di distribuzione e nelle modalità di commercializzazione e intermediazione,
nelle pratiche di consumo e addirittura nelle norme di standardizzazione che
regolano molti ambiti della vita quotidiana, influenzando una catena pressoché
infinita di corrispondenze……
Nelle nostre pratiche quotidiane incrociamo beni a rotazione lenta, slow
turn, o a rotazione rapida, fast turn, che segnano il nostro tempo agendo
sul paesaggio plastico. Ogni singolo progetto cioè arruola, enroll,
una propria rete sociotecnica che si esprime attraverso connessioni tra attori
sociali, comunità artificiali, quadri tecnologici, organizzazioni produttive,
comportamenti relazionali… …