il manifesto - 15 Maggio 2005
La sagra delle buone idee Il «nuovismo», pensiero cieco davanti al
processo collettivo del sapere, Novità, merce rara L’«invenzione»
non è mai una scoperta individuale, ma la connessione geniale tra conoscenze
già sviluppate da altri
F. C.
Nuovo e Utile è la grande festa della creatività e dell’innovazione
che si apre a Firenze mercoledì prossimo, prolungandosi fino a domenica.
E’ stata Chiara Boni, assessora alla comunicazione della regione Toscana,
a volerla per il secondo anno, ed è Annamaria Testa a dirigerla. Il programma
ricchissimo lo si legge sul sito www.nuovoeutile.it e l’invito a passare
uno o più giorni alla Fortezza da Basso è una sincera raccomandazione
ai lettori. Ma ragioniamo un attimo sulle parole, anche con il criticismo che
da un quotidiano doverosamente ci si aspetta. Dunque osserviamo che «Nuovo»,
«Utile» sono anche le due caratteristiche principali, i requisiti,
dei brevetti. Le innovazioni infatti per accedere al monopolio sul loro sfruttamento,
garantito dallo stato, non devono essere ovvie, devono rappresentare una novità
vera rispetto a quanto altri abbiano già inventato o scoperto, e devono
essere di una qualche pratica utilità, fosse pure soltanto per estrarre
un tappo dalla bottiglia senza fatica (il brevetto di un cavaturaccioli).
I due termini sono dunque importanti, ma carichi di ambiguità come succede
a tutte le parole importanti e multiformi, e in particolare alle parole ombrello
che ospitano molti significati. Sono ambigui sia presi singolarmente che in coppia.
La novità, intanto, è merce rara, anzi forse inesistente,occorre
rassegnarsi in proposito. Infatti molto di quello che viene proposto come nuovo,
era già stato pensato prima, da altri e in altri contesti. Il genio del
creativo non sta quasi mai nel creare, una parola che alla lettera vorrebbe dire
partire dal nulla, ma nell’imitazione, nella trasformazione, nella miglioria
e nel riuso in altri contesti.
Del resto nemmeno l’uomo venne creato dal nulla da Dio, dato che il Creatore
biblico partì da un pugno di terra (Homo e Humus non per caso hanno la
stessa radice). Già, ma allora che dire della teoria della relatività,
di cui si festeggiano i cento anni in questo 2005, la quale prima non c’era
e che cambiò radicalmente il nostro modo di guardare all’universo
fisico?
Questo è un caso diverso, ma solo fino a un certo punto, dato che il
gigante Einstein, così come il gigante Newton, svilupparono le loro rivoluzioni
concettuali innalzandosi a loro volta sulle spalle dei giganti che li avevano
preceduti.
Detta in altro modo, la conoscenza è sempre, per sua natura, un processo
collettivo e cumulativo; per questo è delittuoso recintarla e privatizzarla,
dato che significa fermarla. Ce lo ricorda un librino delizioso, che rasenta
la perfezione per agilità di scrittura e densità di idee. E’
appena uscito, si intitola «Creatività e Innovazione» (il Mulino)
ed è opera di Paolo Legrenzi, vero grande maestro della psicologia italiana.
Esplorando i due concetti, parenti ma anche diversi, Legrenzi ci ricorda un testo
di Carlo Cattaneo, il teorico del federalismo italiano. Nel 1864 egli scriveva
dunque che «Tutte le più alte prove della scienza e della virtù
si svolgono negli accordi e disaccordi degli uomini posti tra loro in intima relazione
... ciò che caratterizza un’idea nuova è ch’ella nasce
dal conflitto di più menti». Dunque si rassegnino gli artisti individualisti:
anche la loro personale creatività è sempre in qualche misura figlia
dei loro antenati e contemporanei, cui essi magari aggiungono un guizzo in più,
quel legame che gli altri non avevano pensato.
E che dire della parola «Utile»? Anche qui le domande si affollano.
Utile per che cosa? E a chi? Di chi cambia la vita quell’idea? A favore
di chi va? Sono le domande che i singoli e la società dovrebbero porsi
davanti a ogni innovazione, per non cadere nel penoso «nuovismo»,
ovvero nell’ideologia secondo cui ogni cosa nuova è buona per definizione
e ogni cosa dell’altro ieri è da superare.
Con un’ulteriore osservazione obbligatoria: per ottenere qualcosa di
veramente nuovo e utile, occorrerà in precedenza fare molte attività
inutili, che di per sé rientrano nella categoria dello spreco. Ancora Legrenzi
ci ricorda che il modello sottostante alle grandi innovazioni è in qualche
modo analogo a quello darwiniano: la variabilità casuale genera una grande
molteplicità di soluzioni, le quali verranno selezionate dall’ambiente
in cui si troveranno a vivere.
Il caso spreca, la selezione finalizza. Lo stesso avviene con le idee (e anche
con i prodotti) occorrono molti tentativi, talora a casaccio e disordinati per
ottenere dei veri salti di qualità. Il nuovo e l’utile insomma, sono
anche figli del vecchio e dell’inutile.