A parte il mio desiderio di produrre qualcosa di bello, la principale passione della mia vita era, ed è tuttora, l'odio per la «civiltà» moderna.
Devo parlare della mia speranza della sua distruzione?
E della sua sostituzione con il socialismo?
Devo parlare del suo dispotismo?
Del suo abuso di forza meccanica, della sua socialità tanto povera; dei nemici di questa socialità, che sono i ricchi, della sua perfetta organizzazione, che è la miseria della vita?
Del suo disprezzo per i piaceri semplici, che ognuno potrebbe godere se non fosse per la sua idiozia?
Della cieca volgarità che ha distrutto l'arte, unico conforto del lavoro? (…)

Riassumendo, lo studio della storia e l'amore e la pratica dell'arte mi hanno costretto ad odiare una civiltà che, se le cose dovessero rimanere come sono, cambierebbe la storia in una idiozia inutile e farebbe dell'arte una collezione di curiosità del passato, che non avrebbe alcuna connessione seria con la vita reale.
Ma la coscienza della rivoluzione in atto in seno alla nostra odiosa società moderna mi ha impedito, essendo più fortunato di molti altri per quanto riguarda la sensibilità artistica, da una parte di cristallizzarmi in una mera critica contro il "progresso e dall'altra di perdere tempo ed energia in uno qualsiasi dei numerosi progetti coi quali i quasi-artisti delle classi medie sperano di sviluppare l'arte il giorno che non abbia più radici (…)
Forse alcuni dei nostri amici diranno: che c'entriamo noi in questa questione di storia e di arte? Per mezzo della socialdemocrazia vogliamo guadagnare una esistenza decente; vogliamo vivere, in qualche modo, e subito.
Certamente chiunque pretenda di credere che la questione dell'arte e della cultura debba venire prima di quella del coltello e della forchetta non capisce il significato dell'arte. Le cui radici possono attecchire solo in un terreno di vita prospera e serena.
Ora è necessario ricordare che la civiltà ha ridotto i lavoratori a un'esistenza talmente miserabile e pietosa che essi appena comprendono come dar forma al desiderio di una vita migliore di quella che adesso subiscono…
All'arte quindi compete di stabilire il vero ideale, una vita piena e ragionevole per il lavoratore, una vita nella quale la percezione e la creazione della bellezza, il godimento del vero piacere, vengono considerate necessarie per l'uomo come il suo pane quotidiano, in modo che nessun uomo o gruppo di uomini, possa esserne privato, se non con un atto reazionario contro cui si saprà ben resistere.

Per chi vuole saperne di più:
William Morris, Come potremmo vivere, EditoriRiuniti, Roma 1979
William Morris, News from Nowhere and Other Writings, Penguin Books, London 1993
Fiona MacCarthy, WilliamMorris: a Life for Our Time, Faber and Faber,London, 1995