da Arte dell'estremo oriente a cura di G. Fahr-Becker
Poiché
la rivoluzione industriale raggiunse l'arcipelago più tardi rispetto ad
altri paesi, fino alla seconda metà del XIX secolo quasi tutti gli oggetti
prodotti in Giappone rientravano nell'ambito dell'arte popolare. Prima del
Novecento la produzione su scala industriale era, infatti, pressoché inesistente.
Il Giappone era ricco di materie prime e, sin dalla notte dei tempi, i suoi
abitanti avevano creato con uno spiccato senso decorativo ed estetico manufatti
di ceramica, legno, paglia, metallo, pietra, lacca e stoffe allora uniche
al mondo.
Le case dalle pareti di argilla, tetti di paglia e pavimenti ricoperti da
tatami, erano costruite in legno da abili artigiani con tecniche tramandate
di generazione in generazione. D'inverno non vi doveva fare molto caldo
ma il resto dell'anno il clima era particolarmente mite sicché i paraventi
scorrevoli (shoji) potevano rimanere
aperti e l'uomo si sentiva parte della natura e seguiva l'avvicendarsi delle
stagioni. Quasi tutti i materiali impiegati erano naturali e di una bellezza
che si accentuava col trascorrere del tempo.
"La bellezza nasce dall'uso" recita
acutamente un celebre saggio intitolato The unknown Craftsman ("L'artigiano ignoto") del filosofo
e critico Yanagi Sóetsu (1889-1961).
La patina di un legno consumato dall'uso, i colori sbiaditi della
seta e del cotone, le semplici ciotole macchiate di tè, la lucentezza
di una lacca antica: da sempre il fluire del tempo ha affascinato
i giapponesi.
Nel periodo Muromachi la cerimonia del tè, fortemente influenzata dal buddhismo
Zen, incarnava di per sé il culto della bellezza insita negli oggetti
comuni frutto del lavoro di umili artigiani. Da tale atteggiamento nacquero
due concetti estetici (wabi e
sabi) di fronte ai quali
i visitatori occidentali provavano dapprima sconcerto, al quale tuttavia
seguiva — dopo che avevano imparato ad apprezzare alcuni manufatti
tra i più belli al mondo — una profonda fascinazione.
L'arte popolare si caratterizza principalmente per la sua naturalezza.
Non fa appello all'intelletto e non è artefatta, ma sollecita unicamente
la sfera affettiva; ciò che più traspare è il suo lato umano.
I termini wabi e sabi indicano due principi estetici strettamente connessi al
buddhismo Zen e alla cerimonia del tè. E’ pressoché impossibile darne una
traduzione; basti dire che il primo indica una sottile commistione
di sobrietà, riserbo e perfino indigenza, mentre il secondo rimanda
all'usura provocata dal trascorrere del tempo e alla solitudine.
A questi due concetti si affianca il termine shibui che significa "stringatezza", stile ellittico, condensazione
delle cose — si tratta di una qualità nascosta — ed è frequentemente
evocato a proposito dell'arte giapponese. E’ un invito a scoprire
la bellezza latente degli oggetti. La parola indica fra l'altro l'estrema
sobrietà, l'assenza di ogni superficialità, le forme semplici, una monotonia
misteriosa, le ferite e le cicatrici della vita, il tempo che scorre...
L'indigenza dell'anno passato
non era ancora vera indigenza.
La vera e propria indigenza
è quella di quest'anno.
L'anno scorso, niente posto
per conservare i trivelli.
Quest'anno niente trivelli.
Monaco zen Hsiang-yen [Xiang yan]
Se potessimo
tornare indietro nel tempo per rivivere nel XIX secolo, costateremmo con
stupore che tutti gli oggetti erano assolutamente unici perché fabbricati
a mano, come le ceramiche realizzate con il tornio del vasaio, il cui
fascino veniva accresciuto da lievi imperfezioni nella forma e nelle decorazioni.
Inoltre le tecniche differivano talmente da un villaggio all'altro, da
una prefettura all'altra, che una breve escursione assumeva il fascino
di un vero e proprio viaggio di avanscoperta.
Oggi l'uniformità è divenuta
così universale che è impossibile immaginare di stare in una stanza d'albergo
senza chiedersi in quale paese ci si trovi.
Dopo l'apertura dei porti ai paesi occidentali, il Giappone ha recuperato
rapidamente il suo ritardo industriale e oggi è la seconda potenza economica
del mondo. A differenza di quanto avveniva nel XIX secolo, la maggior
parte degli oggetti è ormai prodotta su scala industriale e, sebbene le
novità esercitino sempre un fascino cui è difficile resistere, l'usura
del tempo non rende di certo più belli i manufatti contemporanei. Salvo
alcune rare eccezioni, gli edifici di nuova costruzione dopo uno o due
anni appaiono irrimediabilmente brutti, oltre a essere costantemente esposti
a fenomeni nocivi tra cui vapori tossici di pitture e materiali sintetici,
onde elettromagnetiche e radiazioni pericolose, luce artificiale
ecc. Tutti questi fattori contribuiscono a creare nei giapponesi
una forma di disagio denominata "sindrome da nuova costruzione".
Quasi tutti i materiali sintetici sono sgradevoli al tatto e assumono
ben presto un aspetto tutt'altro che piacevole. Hanno una
vita molto breve e sembrano dotati di un "meccanismo di autodegradazione
incorporato". L'evoluzione consiste nel passare dal prêt-à-porter al prêt-à-jeter, ovvero da una
moda pronta per essere indossata a una "usa e getta"...
Le ragioni economiche dell'industrializzazione sono ormai note e
si possono certo avanzare validi argomenti a sostegno del progresso, quali
il miglioramento delle condizioni di vita e del benessere generale rispetto
ai decenni passati. Nel contempo, tuttavia, il rinnovato interesse per
l'arte popolare suona come una ribellione contro l'invasione degli
oggetti di plastica. In ogni periodo dell'anno i grandi magazzini
e le gallerie d'arte giapponesi ospitano esposizioni di opere artigianali.
Anche le ceramiche e i tessuti godono di una crescente popolarità
e in Giappone, a differenza che in molti altri paesi, un vasaio o
un tessitore possono vivere del loro mestiere.
Fra i sostenitori dell'arte popolare, Yanagi Sóetsu è stato senz'altro
colui che più si è prodigato per ravvivare tale interesse. Proveniente da
una famiglia agiata, dopo gli studi presso la rinomata Peer's School
(Gakushuin) divenne docente di filosofia alla Tokyo Imperial University.
Nel saggio precedentemente citato, egli interpreta la spontaneità dell'arte
popolare come il prodotto di un'esperienza concreta e non intellettuale,
al punto che per l'artigiano la lavorazione degli oggetti rappresenterebbe
una sorta di seconda natura, un fenomeno designato da Yanagi Sóetsu con
la locuzione tariki: "Non
sono io a fare questo". D'altra parte tale abilità intuitiva si ritrova
nella bellezza del manufatto ultimato. Per quanto realizzato minuziosamente,
un oggetto che ha preso forma nel pensiero non può produrre "alcuna
emozione", un difetto spesso percepibile nei lavori dei principianti.
Dopo aver studiato le opere di William Morris, iniziatore del movimento
Arts and Crafts in Inghilterra, Yanagi Sóetsu diede inizio a una fruttuosa
collaborazione con il britannico Bernard Leach (trasferitosi in Giappone
per studiare la ceramica di Ógata Kenzan VI) e con i ceramisti giapponesi
Hamada Shóji e Kawai Kanjiro. Kawai viveva a Tokyo in una splendida casa
oggi aperta al pubblico mentre Hamada e Leach lavoravano nella "comune
dell'artigianato" all'interno della tenuta di Yanagi ad Abiko, nei
pressi di Tokyo, un laboratorio che avrebbe dovuto indirizzare la società
postindustriale verso il culto del bello. Nonostante le buone intenzioni,
tale ideale rimase purtroppo solo un sogno.
Yanagi coniò il neologismo mingei (composto dalle parole "popolo" e "artigianato")
per indicare la semplicità e la spontaneità della produzione popolare e
nel 1926 fondò l'associazione Nihon Mingei Kyokai (Società giapponese per
lo studio delle arti popolari) a sostegno dell'omonimo movimento.
L’organizzazione, che si diffuse ben presto in tutto il paese, è all'origine
della creazione del ;Japan Folk Art Museum così come della rivista
"Mingei", che viene tuttora pubblicata.
Se in passato il movimento Mingei riscosse un successo altalenante, oggi
poggia su basi molto solide in quanto fra la popolazione giapponese
vi è un'accresciuta consapevolezza della necessità di tutelare e sviluppare
l'arte popolare. Alle pagine meno gloriose della storia del movimento
va purtroppo ascritta la comparsa di un vero e proprio "culto" mingei. Lo sfruttamento commerciale
raggiunse dimensioni tali che i manufatti potevano raggiungere prezzi
simili a quelli degli oggetti artistici. Eppure le arti popolari,
per definizione, dovrebbero essere accessibili a tutti. Se un
piatto è venduto alla ragguardevole cifra di 100.000 yen diviene troppo
prezioso per l'uso quotidiano e di fatto non può più chiamarsi mingei.
Molto spesso i mercanti d'arte sono i maggiori responsabili di
tale fenomeno poiché, valorizzando il lavoro di alcuni artisti alla stregua
della produzione di un pittore o di uno scultore, hanno provocato
un'impennata del costo degli oggetti artigianali, le cui quotazioni
si sono avvicinate a quelle delle opere d'arte.
Gli stranieri che visitano il Giappone non hanno difficoltà ad apprezzare la produzione artigianale attribuendole un giusto valore dal momento che, a parte il fascino esotico, non è difficile comprendere e stimare la qualità dei manufatti.
Il vecchio continente (soprattutto l'Inghilterra) vanta una lunga tradizione artigianale e di conseguenza il turista europeo è in grado di riconoscere il valore delle opere artigianali giapponesi.
Così come gli occidentali furono i primi estimatori e collezionisti delle stampe ukiyo-e nel XIX secolo, oggi alcuni fra i più splendidi capolavori mingei si possono ammirare in America e in Europa.
Tali oggetti sono molto apprezzati in Occidente anche perché i materiali con cui sono realizzati, per esempio il bambù, la lacca o il legno di keyaki (olmo giapponese) e di kiri (paulonia giapponese), hanno una forte valenza esotica.
Ma gli oggetti possiedono di per sé un certo fascino, specie perché in genere assolvono funzioni alquanto singolari.
Fra i prodotti artigianali particolarmente esotici e pittoreschi vanno citati i wadansu (comò dai molteplici cassetti atti a custodire suppellettili), gli hibachi (stufe a carbone), gli andon (lampade), i kago (panieri), lo yokogi (strumento che serviva da sostegno per i recipienti appesi sul focolare domestico), utensili per il sakè, i tetsubin (paioli di ferro) e i kimono. E la lista di simili oggetti naturalmente non si esaurisce qui...
Gli occidentali sono sedotti non solo dai manufatti e dal loro impiego inusuale ma anche dalle meravigliose decorazioni che li impreziosiscono. Si tratta per lo più di motivi mutuati dalla natura, una scelta che non è certo specifica del Giappone, poiché fino all'era contemporanea l'ambiente è stato la principale fonte d'ispirazione per gli artigiani di ogni paese. Ciò che al mondo occidentale appare tipicamente giapponese è tuttavia il modo del tutto originale di trasporre i motivi naturalistici (o provenienti dall'ambiente domestico). Si pensi per esempio agli yokogi, che nelle case rurali giapponesi si usa appendere sopra la stufa a carbone. In genere sono intagliati nel legno e possono presentare le forme più svariate, ma per lo più raffigurano dei pesci (un pesce del Pacifico portafortuna o una carpa, che agli occhi dei bambini simboleggia il coraggio e la tenacia). Ma ve ne sono anche a forma di rotolo verticale avvolto su se stesso che dissimula un dipinto o una calligrafia.
I nastri per appendere il rotolo sono scolpiti in modo molto realistico e di lato appare anche l'etichetta che, sui rotoli reali, contiene alcune notizie sull'artista o sul soggetto del dipinto. Ne risulta un oggetto particolarissimo, e ci si chiede perché l'artigiano abbia scelto una foggia così singolare.
In genere la pittura o la calligrafia all'interno dei rotoli hanno un certo valore artistico ma in questo caso è il rotolo in quanto tale a catturare l'attenzione.
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