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E'
sorprendente che in Italia, uno dei paesi con più forti e antiche tradizioni
artigianali in Europa,non esista una vera e propria coscienza della funzione
culturale dell'artigianato considerato perlopiù come un'appendice marginale
dell'Arte con l'a maiuscola. Fuori d'Italia le cose vanno un po' meglio per
una serie di ragioni che in un convegno di questo taglio,in una città d'arte
come Montepulciano, vale la pena mettere in luce.
A Stoccolma esiste uno dei musei dell'artigianato rurale più belli del
mondo,il Nordiska Museet fondato da Artur Hazelius ai primi del Novecento. Vi
sono raccolte e inventariate migliaia di manifatture in legno, metallo,tessuti
e ceramiche. Per apprendere che cos'è l'artigianato nella storia della
società svedese le direzioni scolastiche inviano scolaresche da ogni parte
del paese facendole esercitare a riconoscere, catalogare gli oggetti esposti
e allestendo corsi di apprendistato alle varie tecniche. C'è una differenza
sostanziale tra pittori, scultori, architetti, musicisti, poeti e scrittori
che agiscono sulla base del talento e dell'estro personale e rappresentano in
fondo se stessi, e gli artigiani che incarnano e tramandano con la loro opera
lo spirito di una terra e del popolo che la abita.
Questa visione che lega gli oggetti artigianali di uso quotidiano alla
comunità è particolarmente radicata in Giappone, un paese in cui proprio la
presenza di forti radici aristocratiche ha dato rigoglio all'artigianato come
espressione genuina del popolo. La parola con cui si designa l'artigianato, mingei,
è composta da min, popolo, e gei, arte. "L'arte popolare -
scrive Soetsu Yanagi (1889-1961), fondatore del Museo Mingei a Tokyo nel 1936
- creata e mantenuta in vita dagli artigiani, diversamente da quella degli
artisti veri e propri, è molto più integra, incontaminata, semplice e
bella…L'arte Mingei tramanda il fulcro della tradizione e non è
personalistica, mentre l'arte con l'A maiuscola è essenzialmente libera, nasce
e si sviluppa come risposta ai bisogni dell'ego dell'artista". Nel 1993,
in occasione del trentennale della fondazione dell'Istituto Giapponese di
Cultura a Roma, veniva allestita una splendida mostra sulla collezione
Mingei, che raccoglie oggetti di legno, lacca, ceramiche, abiti e piccola
mobilia dove il criterio estetico dominante è quello della semplicità se non
della frugalità e della perfetta simbiosi tra forma e funzione, materia e
bellezza.
Siamo lontanissimi dalla teoria moderna dell'arte per l'arte, dove tra
tradizione e innovazione non c'è dialogo possibile, e il senso della
bellezza, invece di essere al di sopra delle mode del tempo, ne dipende
totalmente.
Non è possibile entrare qui nei dettagli di un problema che è stato
al centro della riflessione estetica moderna, il deliberato abbattimento
nell'arte con l'A maiuscola del primato del Bello estetico a vantaggio
di ogni altra gradazione - dal brutto all'orrido al triviale all'osceno
purché sia sensazionale e prono al nuovo. Di questo travaglio che ha
attraversato il Sette e l'Ottocento ed è culminato nel Novecento, non
c'è quasi traccia nella cultura artigiana. Un gioiello, una tazza dipinta,
un oggetto in ferro battuto, un tappeto, una scatola intagliata a mano,
un ricamo continuano ad esercitare la funzione per la quale hanno preso
forma, e tra forma e funzione, materia e bellezza sussiste un accordo
che l'ego dell'artigiano si guarda bene dal violare.
Nell'eseguire un'opera a regola d'arte, nell'arrivare al capo della sua
esecuzione - donde il significato originario dell'espressione 'capolavoro' -
l'artigiano trova il suo appagamento, mentre l'artista che vuole essere al
passo coi tempi celebra la sua 'autonomia' nello sganciamento dalle regole
dell'espressione.
Mentre l'arte con l'A maiuscola, istigata dal principio dell'innovazione, si
slancia verso il futuro, l'artigianato rappresenta uno dei pochissimi, forse
l'unico fattore di continuità culturale nella storia e nel costume di un
popolo, nell'espressione di una creatività che si fonda sull'intelligenza
della mano di cui la destrezza è parte, e che dipende dall'approvazione del
senso estetico.
Sottolineo questi due elementi, la mano intelligente e il senso
estetico, perché una radicata visione dualistica che ci porta
ad esempio a contrapporre natura a cultura, materia a spirito, umano
a divino, fugacità a perennità - induce ad attribuire l'intelligenza
alla mente piuttosto che alla mano e non solo ad ammettere ma anche
a sostenere degno di apprezzamento ciò che va contro il naturale senso
estetico. Nel caso di una manifattura, se la fattura non è intelligente
e risulta antiestetica, il buon senso antico ce la fa immediatamente
scartare come non valida.
Vale la pena allora mettere in luce i motivi per cui l'artigianato non solo
possiede una propria identità culturale - come il tema di questo convegno
intende sottolineare - ma incarna il concetto stesso di cultura (da cultus
=coltivazione e cura della terra) in quanto contiene in sé, esprime e
tramanda le componenti, etniche, etiche, sociali, estetiche, economiche e
religiose di una società e di un popolo. In un tempo in cui non si può
immaginare una società planetaria se non nei termini di un omologante
progresso tecnologico che investe le stesse arti e modifica il gusto, l'artigianato
e la vita della bottega artigiana rappresentano uno dei pochissimi fattori
stabili di una società in cammino, un anello di collegamento essenziale della
cultura dell'uomo con la natura della terra, e perciò una via
di conoscenza completa dove pratica e teoria si fondono e perfezionano a
vicenda.
Vorrei sottolineare tre aspetti di una rinnovata 'filosofia'
dell'artigianato:
1) artigianato e memoria
2) artigianato e bellezza
3)artigianato e compresenza di naturalezza e artificio.
1) Nelle società
avanzate si è perso di vista che la memoria, una prestazione cruciale
della mente, ora trasferita nei computers, prima dell'invenzione della
scrittura si fondava sull'oralità e l'artigianato. Così come l'oralità
costituiva il serbatoio unico e decisivo delle conoscenze e delle credenze
di una comunità, nomade o sedentaria che fosse, le tecniche per fabbricare
a mano oggetti di uso sia quotidiano che rituale e celebrativo, erano
a loro volta il serbatoio di conoscenze, alcune delle quali segrete,
che assicuravano la copertura di ogni necessità contingente alla vita
quotidiana e festiva; e poiché l'uomo è un animale estetico che ama
la decorazione e la bellezza, le manifatture - per le materie impiegate,
l'uso dei colori, l'intaglio, la forgia e l'innesto di pietre preziose
- agirono da altrettanti catalizzatori di godimento e piacere estetico,
e l'apprezzamento suscitato dagli oggetti fatti a mano costituì la premessa
di un mercato, di una valutazione comparativa del valore economico.
La tradizione artigianale, in tutte le sue forme, è dunque essenzialmente
memoria di usanze e trasmissione di significati pratici
e insieme spirituali, significati nei quali mito e storia, tempo ed
eternità s'intrecciano in modi che sempre più sfuggono all'attenzione
ed alla sensibilità attenuate dell'uomo postmoderno.
Nella loro forma e nelle tecniche tradizionali di manifattura, indipendentemente
dall'evoluzione di stili e maniere, ceramiche, gioielli, tappeti, tessuti,
ricami racchiudono e raccontano una storia atavica e dimenticata di
legami e vincoli con la terra e il cosmo, di cui i libri offrono evidenze
inevitabilmente indirette. Che una cosa fatta 'ad arte' abbia una identità
spirituale che coesiste con quella fisica e le conferisce senso e valore,
ce lo rendono immediatamente comprensibile una cesta coi suoi intrecci
ben costruiti, una ciotola con la sua concavità uterina, un tappeto
coi suoi nodi e i suoi disegni , un gioiello con le sue filigrane e
le sue pietre che mandano luce, un ricamo i cui fili di seta si sposino
armoniosamente tra loro.
Queste manifatture che 'parlano' all'uomo e colpiscono il suo senso
estetico sono immensamente più educative e efficaci di un complicato
discorso filosofico.
2) Il secondo fattore, la bellezza, è intimamente legato all’artigianato
in termini oramai ignoti all'arte con l'A maiuscola nelle sue espressioni
moderne e postmoderne.
Che la bellezza - come afferma un personaggio in un romanzo di Dostoevsky
- sia una forza capace di sconfiggere la malvagità del mondo, di riannodare
il nesso tra umano e cosmico, è qualcosa che oggi può ricordarcelo soltanto
una manifattura dove forma e funzione si compenetrano e si esaltano
a vicenda. Titus Burkhardt, uno dei massimi esperti di arte islamica
del Novecento, a proposito del mosaico nell'architettura marocchina,
scriveva :
"E' particolarmente significativo che l'abilità, in un'arte tradizionale,
riguardi al contempo la soluzione tecnica e la soluzione estetica di
un dato problema " (La maschera sacra, tr.it. SE:Milano
1988). Nel caso di un arco moresco con la sua ogiva e i suoi piedritti,
o l'utilizzo di certi schemi geometrici per stabilire le proporzioni
di una fontana o di un ornamento, il procedimento a regola d'arte tien
conto sia della stabilità che dell'eleganza. E aggiungeva :
"Nell'arte o nell'artigianato - giacché la tradizione non separa
queste due professioni - l'insegnamento è spesso muto: l'apprendista
vede il maestro all'opera e lo imita. Ma non vi sono soltanto i metodi
di lavoro, poiché il buon artigiano si distingue per tutto un insieme
di virtù umane: pazienza, tenacia, disciplina, sincerità, che danno
all'artigianato un valore pedagogico, e ne fanno un mezzo di perfezionamento
spirituale. Mentre questo perfezionamento spirituale nelle società avanzate
è stato in buona parte obliterato, nelle società indigene è alla base
del processo educativo e di inserimento del giovane nella comunità degli
adulti.
3) Con ciò vengo al terzo ed ultimo punto: la compresenza e la coesione
nel manufatto artigianale di naturalezza e artificio.
"Simil cose - affermava a proposito del gioiello Vincenzo Borghini
più di cinque secoli fa - non sono tutte della natura né tutte dell'arte,
ma vi hanno ambedue parte, aiutandosi l'un l'altra - come, per dare
un esempio, la natura dà il suo diamante o carbonchio o cristallo et
simile altra materia rozza e informe, et l'arte gli pulisce, riquadra,
intaglia" (Berti, Il principe dello studiolo. Francesco I de'
medici e la fine del Rinascimento fiorentino, Firenze: Cedam 1967).
E' bene non perdere di vista che la bottega orafa è un microcosmo nel
quale avvengono ininterrotti scambi culturali tra tecniche tradizionali
autoctone e tecniche che vengono da lontano. Parlando in generale dell'Eurasia
- dove accanto a una via della seta, dell'avorio, del corallo proliferò
nei millenni una florida via dell'ambra - si riconoscono nella storia
dell'oreficeria due linee stilistiche maggiori: quella che nel gioiello
esalta il frutto della perizia umana, scorgendo nella pietra grezza
la materia amorfa (yle) su cui l'intagliatore, l'orafo agiscono
traendo dalla pietra ciò che in essa esiste in potenza, lo splendore.
E la linea 'ecologica', condivisa a Montepulciano dagli orafi che hanno
organizzato questo primo incontro di studio, Alessandro Pacini e Manuela
Petti. La linea ecologica propende a far emergere il potenziale estetico
della pietra in natura, esaltandone le caratteristiche con il minimo
di interventi 'correttivi'.
Il fatto che in questo convegno sia stato evocato Efesto, il fabbro
del mito ellenico, è la prova che esiste una continuità sommersa tra
passato e presente, tradizione e aggiornamento. Questa continuità va
tutelata con convinzione, affinché le generazioni avvenire non si trovino
a vivere in un mondo snaturato dove qualsiasi traccia dell'antica bellezza
sia svanita tristemente per sempre.
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