
CRITICA
D’ARTIGIANATO
Janet Koplos Metalsmith estate 1993
La critica sull’artigianato
è un guazzabuglio.
Ha un passato vago, credenziali incerte, nessuna base teorica e solo una vaga
visione ideologica.
In gran parte è sulla difensiva, opera sull’assunto che l’artigianato
sia una sottocategoria, a cui ingiustamente si nega lo status di arte.
Eppure non si chiede quasi mai se essere definito arte sia una cosa positiva
e opportuna...
Per cominciare, vorrei affermare che, quale prodotto delle scuole artistiche
e del tipo di critica che abbiamo avuto, il mondo dell’artigianato è
stato come la sorellastra cattiva di Cenerentola, che vuole infilare il suo
piedone nella scarpina di vetro, che cioè l’artigianato ha cercato
di essere qualcosa che non è.
Per 40 anni gli artigiani hanno cercato di fare pittura e scultura - di solito
senza impegnarsi al massimo ma piuttosto restando fermi nello stesso posto e
inclinandosi verso l’arte. (Il vantaggio di non impegnarsi al massimo,
è che si ha sempre una scusa per fallimento.)
Una conseguenza di questa inclinazione è stata un certa tendenza dei
critici d’artigianato a prendere in prestito la terminologia della critica
d’arte, insieme ad una tendenza generale di trattare l’intero campo
dell’artigianato come un tutto unico, mentre non è così.
Forzando l’artigianato nella categoria dell’arte, quello che è
utile, prezioso e specifico dell’artigianato è spesso dimenticato
o svilito.
Dico un’ovvietà: l’artigianato non è qualcosa che
vuole chiamarsi arte e che vuole essere ammirata in gallerie e musei...
provo a enumerare alcuni tipi d’artigianato.
1) Un tipo è quello che usando materiali artigianali
convenzionali riesce a trovare spazio nelle gallerie e nei periodici d’arte
(lavori d’arte con mezzi artigianali). Fino ad ora, la ceramica è
quella che più spesso è stata accettata nel mondo dell’arte.
2) Poi, l’artigianato comprende gli oggetti funzionali
venduti localmente o alle fiere artistiche.
3) Oltre a questo, ci sono le commissioni pubbliche - per esempio
i lavori di tessitura di grandi dimensioni appesi negli atri degli alberghi.
4) Inoltre, c’è artigianato popolare, come l’intreccio
di cesti.
5) Ci sono anche quegli artigiani che fanno i prototipi per
servizi da tavola, gioielleria, oggetti in vetro da collezione, ecc.
6) C’è l’artigianato hobbistico, anche se
l’artigianato cerca sempre di distanziarsi dagli hobbisti.
7) E infine, e confusamente, ci sono quelli che vengono chiamati
“lavori da esposizione” ma che stanno all’interno delle forme
dell’artigianato tradizionale - per esempio, teiere che non possono essere
usate ma sono fatte per essere esposte.
Di questi tipi, solo nel primo e nell’ultimo caso ha qualche senso che
la “critica d’arte” ne scriva.
Il motivo è che la critica, nata dal mondo dell’arte, si occupa
di espressione personale, di originalità; in definitiva, di idee. L’arte
è sempre “a proposito di” qualcosa.
L’arte introduce delle idee visivamente, e queste possono essere idee
filosofiche, politiche, sociali, storiche, spirituali, psicologiche.
Perfino nel caso dell’arte astratta, si suppone l’esistenza di un
concetto informatore, relativo a problemi formali o significativo per analogia.
Il fatto che l’arte sia sempre a proposito di qualcosa significa che ha
strati, non è giusto una cosa unica. Sia “lavori d’arte con
mezzi artigianali” che “lavori da esposizione” condividono
questo contesto e la critica può aiutarci a capirli.
(La critica, capite, non è la verità calata dall’alto,
non è la spiegazione definitiva del significato dei lavori.
È semplicemente una proposta, un’interpretazione provvisoria, basata
su un’osservazione molto accurata da parte di qualcuno capace di scrivere.
La critica è una visione dall’esterno di quello che un lavoro comunica:
vuole tradurre un linguaggio visivo in un linguaggio verbale.
La critica è un servizio o un impegno di educazione – anche se
a volte la critica d’arte è talmente autoreferenziale da divenire
un impedimento alla comprensione del lavoro d’arte.)
Benché la critica possa dare un utile contributo ad “arte con mezzi
artigianali” ed ai “lavori da mostra”, è controproducente
nel caso di oggetti utili o funzionali. ![]()
Gli oggetti funzionali differiscono dall’arte d’avanguardia, intellettuale
e spesso quasi cinica. Spero che nessuno pensi che tutti gli oggetti visivi
dovrebbero essere arte e dovrebbero impegnarsi in idee articolabili.
Il nostro mondo e le nostre necessità non sono così ristrette,
e mettere tutto in un’unica categoria può solo rendere insignificante
la categoria.
Gli oggetti funzionali sono diverse dall’arte, ma non sono inferiori,
non sono muti, non sono poco profondi - sono solo diversi.
Lasciatemi ancora dire un’ovvietà: la caratteristica primaria di
un lavoro funzionale è quella di assolvere una funzione.
La critica così com’è strutturata oggi, basata su mostre
nelle quali non è previsto toccare gli oggetti esposti, non può
rivolgersi alla funzione.
Si può dire ben poco sull’efficienza o sull’esperienza d’uso,
se ci si limita a guardare un oggetto.
La critica su lavori funzionali è sempre stata problematica.
Potrebbe essere utile descrivere i lavori in termini di design pianificato -
usando un linguaggio tecnico - o potrebbe essere vantaggioso parlare dei loro
caratteri fisici e di quale esperienza potrebbe essere usarli.
Ma questa non è la critica d’arte che conosciamo oggi, che si occupa
di idee.
Ci potrebbero essere questioni di leggibilità per tali informazioni sul
design, ma allora, c’è una questione di leggibilità per
ogni genere di scrittura sull’arte, e non penso che sarebbe una terribile
forzatura, per i lettori delle pubblicazioni d’artigianato, recepire tali
informazioni.
Piuttosto l’analisi tecnica potrebbe richiedere nuovi scrittori.
Naturalmente i lavori funzionali mantengono una valenza estetica.
Hanno sagoma o forma, hanno colore, hanno qualità di tessitura superficiale,
possono avere aspetto o immagine.
Tutte queste cose possono essere discusse nel genere di approccio “apprezzamento
dell’arte” che penso dovrebbe sempre far parte della buona critica,
per spiegare come un lavoro comunica visivamente.
Ma sarebbe una strana distorsione scrivere di quegli aspetti isolati trascurando
lo scopo dell’oggetto. Eppure è quello che accade quando la critica
d’arte è applicata a lavori funzionali.
Inoltre, il lato estetico di cui si può discutere non considera adeguatamente
gli aspetti psicologici e sociologici del lavoro che possono essere molto importanti
– che possono nei fatti essere più importanti di qualsiasi esigenza
estetica.
Forse lo scrivere di lavori funzionali non dovrebbe mai limitarsi all’oggetto
tout court; forse l’intero modo di vivere e di rapportarsi ai beni materiali
dovrebbe sempre far parte della discussione. Forse l’oggetto è
giusto il concretizzarsi di una filosofia che plasma uno stile di vita.
L’effetto sfavorevole della critica applicata ai lavori funzionali non
consiste nell’attaccare oggetti specifici: il problema è che l’irrilevanza
dell’uso nel lessico della critica d’arte significa che l’uso
è scontato.
I lavori funzionali hanno minore probabilità di essere recensiti, e quando
lo sono, la funzione ha meno probabilità di essere discussa.
Il lento ma inesorabile esito è che l’uso sembra antiquato o perfino
irragionevole...
Un altro motivo di questa svalutazione, tuttavia, è economico piuttosto
che critico: i lavori funzionali devono vendere a prezzi ragionevoli o la gente
non li comprerebbe - questo è meno vero nella gioielleria - mentre il
prezzo dell’arte può alzarsi quasi senza limiti.
Così anche se i produttori di oggetti funzionali non sono sedotti dal
pensiero di fare più soldi con i loro lavori se non sono funzionali,
questo fattore può agire come un freno per i galleristi...
La conclusione da trarre da questa situazione è che il luogo appropriato
per lavori funzionali è quello dei negozi.
Sarebbe una soluzione pulita al problema, e la fine di questo discorso, se le
nostre menti non fossero inquinate dall’assunto che quel che è
in un negozio non può essere importante come quel che è in una
galleria.
La critica può essere anche distruttiva nel caso dell’artigianato
popolare.
Di solito la bellezza dell’artigianato popolare è qualcosa di distillato
nel tempo da quello che mi piace considerare come senso-e-sensibilità
umane di fondo che emergono quando le distrazioni sono rimosse.
Ci sono state speculazioni filosofiche sulla bellezza propria degli oggetti
puramente funzionali, sull’idea interessante che la semplicità
della funzione sia intrinsecamente bella. L’artigianato popolare è
contraddistinto e ci affascina per la sua distanza da mode e tendenze arbitrarie.
Ma scrivere di artigianato popolare spesso ha il risultato involontario di distruggere
quella sana distanza.
A mia conoscenza, l’esempio più calzante a questo proposito si
è verificato in Giappone, ma potrebbe verificarsi ovunque.
È il caso famoso delle ceramiche Onta, che furono per così dire
“scoperte” nella foresta dell’isola di Kyushu, da Soetsu Yanagi,
creatore del Museo Giapponese di Artigianato Popolare.
Ne scrisse come della realizzazione perfetta di una produzione comunitaria di
ceramiche con forme funzionali capace di esemplificare quello che chiamava “bellezza
sana.”
Come risultato dell’attenzione puntata sulle ceramiche Onta, collezionisti
e commercianti si gettarono ad acquistarle, così i prezzi lievitarono
e usarle divenne tremendamente costoso.
In seguito alcuni moduli tradizionali furono abbandonati perché per questi
c’era meno domanda fra i nuovi acquirenti. E celebrità straniere
in visita, come Bernard Leach, introdussero moduli e pratiche stranieri, come
brocche o manici. Inoltre alcuni vasai individuali vennero considerati degni
di particolare attenzione, e così il sistema sociale del villaggio delle
ceramiche ne venne sconvolto.
La conseguenza fu che quelle Onta divennero ceramiche moderne, non ceramiche
popolari.
Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca...
Forse dovremmo concludere che non si dovrebbe scrivere di artigianato popolare.
Ma l’artigianato popolare suscita un naturale interesse umano, ed inoltre,
dobbiamo accettare che non lo si può chiudere involontariamente (e forse
neanche volontariamente) a chiave in una capsula del tempo...
C’è ancora da chiedersi se la critica è appropriata per
l’artigianato popolare. In questo caso i critici non possono parlare di
espressione personale. Quest’aspetto dell’arte è presente
di rado nell’artigianato popolare.
Le idee possono essere discusse certamente, ma le idee nell’artigianato
popolare, si manifestino nella forma o nella decorazione sono di solito standard
culturali, così c’è raramente quel genere di ambiguità
a più livelli che distingue la materia che chiamiamo arte.
Oggi i simboli usati nell’artigianato popolare funzionano perché
il loro significato è condiviso dalla comunità.
Sono capiti da tutti membri della comunità.
Questo suggerisce che gli aspetti interessanti dell’artigianato popolare
possono essere studiati in termini antropologici, senza la proiezione speculativa
di significato che è tipica della critica d’arte.
E nell’artigianato popolare, come nelle arti applicate, c’è
qualcosa di più del solo oggetto, così la critica risulta troppo
angusta.
Qui di nuovo, la critica d’arte non centra il bersaglio...
I prodotti dell’industria a volte non differiscono per nulla nell’estetica
dal pezzo unico o dalla piccola serie dell’artigiano, e se c’è
una differenza, questa consiste in un maggior grado di finitura e di standardizzazione
nella produzione di massa.
La pretesa filosofica che il fatto a mano sia preferibile alla produzione industriale,
è una posizione extra-estetica, cioè validata con argomenti diversi
da quelli estetici.
Non sono per questo meno validi degli aspetti estetici.
Nei fatti, oggi che la critica d’arte d’avanguardia politicamente
corretta insiste nel tenere in considerazione il contesto culturale nel quale
l’arte è prodotta, sarebbe interessante cercare di difendere dal
punto di vista della critica d’arte la superiorità morale del fatto
a mano.
Una tale difesa andrebbe argomentata, presentata come un manifesto, ma un simile
approccio ideologico ragionato non è comune nella critica d’artigianato.
I sistemi di marketing di questi due campi sono molto diversi in relazione alla
critica.
La grande produzione ha più da guadagnare dalla pubblicità o dal
presentarsi agli acquirenti nei periodici di architettura e arredamento.
La critica, più interessata alla discussione che alle vendite, non ha
molta rilevanza riguardo agli obiettivi della produzione di massa.
Le commissioni pubbliche di lavori d’artigianato occupano una posizione
molto visibile anche se molto ambigua.
Negli alberghi e negli ingressi delle aziende questi lavori tendono a venire
trattati come arredo piuttosto che come arte e ad essere privi di targhette.
La stessa cosa accade, negli stessi ambienti, ai dipinti, così il problema
non è nel lavoro artigianale in sé.
Le difficoltà che l’artigianato o l’arte fronteggiano in
questo contesto fa sorgere domande interessanti sull’”arte nella
vita,” e su quanto del potere dell’arte derivi dalla sua collocazione
e da come viene trattata piuttosto che da qualità inerenti del lavoro...
Lavori d’artigianato in luoghi pubblici di solito sono astratti e di solito
hanno grandi dimensioni.
Tendono a concentrarsi su interessi formali come colore, struttura, o texture,
che si presume siano comprensibili e interessanti per un pubblico incompetente;
vogliono essere piacevoli piuttosto che provocanti intellettualmente o politicamente.
È una stranezza del mondo dell’arte di oggi che un lavoro piacevole
sia visto come meno “degno” di un lavoro difficile o sgradevole.
Non c’è alcuna correlazione automatica.
Eppure, l’arte pubblica che viene considerata dai critici d’arte
è il lavoro che è diverso: difficile, critico, austero, o provocativo.
C’è più da dire su lavori che sono un’eccezione alla
regola.
L’uso di materiali d’artigianato non è motivo per l’esclusione
dei lavori pubblici dall’interesse dei critici. ![]()
Così è su questo che la critica focalizza la sua attenzione.
L’artigianato se la cava meglio qui che in altre situazioni.
Eppure i lavori pubblici non sono mai installati per attirare l’attenzione
della critica.
Il loro pubblico è la gente media, piuttosto che i critici. Il lavoro
stesso non sembra guadagnare in prestigio da una critica favorevole e diventare
così più prezioso per il proprietario.
Ma l’attenzione favorevole del pubblico – per esempio, gente che
ami farsi fotografare davanti al lavoro - ha un valore intangibile per il proprietario.
Nel caso di lavori pubblici, la critica non è nociva, ma nemmeno particolarmente
significativa.
Più vantaggiosi sono semplicemente servizi su questo genere di opere,
come articoli giornalistici, o analisi che focalizzano più sulla risposta
del pubblico che sulle intenzioni artistiche.
“Lavori da esposizione” e “arte con mezzi artigianali”
sono le due categorie di lavori fatti per essere messi in mostra, per essere
discussi, analizzati criticamente con gli strumenti della critica d’arte
del 20mo secolo...
Questi lavori sono trattati facilmente col lessico normalmente usato dai critici
d’arte, oppure sono in qualche modo così interessanti da costringere
i critici a usare un altro linguaggio, a scegliere un vocabolario adattato alla
loro originalità.
I “lavori da esposizione” rappresentano probabilmente la categoria
più ampia e ingombrante.
Questi lavori sono quelli che ho definito come tendenti all’arte, che
adottano i suoi moduli o la sua lingua o la sua scelta di motivi ma che non
adottano l’enfasi propria dell’arte su individualità o originalità.
Continuano ad essere esposti in gallerie d’artigianato ed in mostre e
concorsi artigianali – autoghettizzandosi.
Hanno giusto abbastanza in comune con le altre forme d’arte da permettere
ai membri del mondo dell’arte di guardarli e dire, “Questo sembra
familiare, ed è arte di seconda categoria.”
Fino a un certo punto, questa critica è giustificata...
Permettetemi di dire senza mezzi termini un’altra verità: gli artigiani
credono che l’arte sia più importante dell’artigianato, così
vanno alle mostre d’arte, leggono i periodici e, seguendo le mode, va
a finire che sembrano copisti...
Epperò, in genere, imitando o replicando alle trovate di qualcun altro,
non si riesce ad essere attuali.
Si resta in fondo alla coda.
(Ma mentre parlo di questa influenza dall’esporsi all’arte, devo
osservare per converso che è anche vero che la maggior parte degli artigiani
non si preoccupa realmente dell’arte, non è ben informata su nuovi
lavori e nuovi artisti).
I lavori che arrivano a loro sono quelli che sono ben stabiliti, ciò
è quello che intendo con lavori che non entrano realmente nel mondo all’arte
ma a questo tendono, ed è anche il motivo per cui l’artigianato
sembra datato in un contesto artistico.
Per confondere ulteriormente la faccenda, l’artigianato ha una storia
talmente ricca e varia che spesso quando certe nuove tendenze emergono nel mondo
dell’arte, il mondo dell’artigianato dichiara, “Oh, ma noi
l’abbiamo sempre fatto!”
Questa situazione è patetica, perché se è vero che l’artigianato
può vantare un precedente (l’ultimo esempio è il multiculturalismo
scoperto di recente dal mondo dell’arte), rivendicare quello fatto è
limitarsi alla difesa del debole.
L’artigianato lo ha sempre fatto, ma la critica d’artigianato non
ne ha mai fatto niente, non ha mai considerato il multiculturalismo come un
fondamento ideologico dell’artigianato finché non è divenuto
importante nell’arte.
La difesa tipo “anch’io!” si limita a testimoniare di nuovo
che il mondo dell’arte è quello che determina l’argomento
della conversazione. [...] si potrebbe fare un parallelo tra la posizione dell’artigianato
e il ruolo femminile nella conversazione: tipicamente la donna introduce i temi
ma il maschio determina se sono discussi o no.![]()
Non e difficile vedere la parentela di sangue tra arte ed artigianato.
Ma l’artigianato è nettamente differente dall’arte.
Chi è abituato a pittura e scultura e si volge ai “lavori da esposizione”,
spesso pensa che questi siano troppo timidi e troppo piccoli.
Di nuovo, è l’arte che stabilisce le regole di base: la maggior
parte dell’arte d’avanguardia oggi è su grande scala, ed
quando talvolta non lo è, tende ad essere straordinariamente densa e
ciò la rende vitale e degna di attenzione quanto la scultura di maggiori
dimensioni.
Il fatto è che l’artigianato in genere è più interessato
alla qualità della superficie di quanto non lo sia l’arte, e così
è più coinvolto nelle sottigliezze.
L’artigianato più spesso tende a palesare il carattere naturale
del materiale di cui è fatto; cosa che di solito richiede un’attenta
analisi.
Questa intimità è un carattere specifico dell’artigianato
e non è certamente una debolezza di per sé, ma richiede un cambio
di marcia nel passare da pittura e scultura all’artigianato.
Chi si interessa d’artigianato, nota le sottigliezze, nota le innovazioni,
e può facilmente apprezzare a un buon lavoro, mentre gente del mondo
dell’arte riesce solo a vedere una specie di riduzione.
Nel campo dei mobili attualmente sembra esserci il potenziale per superare questa
dicotomia.
Una panca o una scrivania sono grandi abbastanza da imporsi in una galleria,
tuttavia, dato che i mobili si usano, è perfettamente normale che la
gente li osservi da vicino e si accorga anche delle sottigliezze.
Le gallerie d’artigianato spesso perpetuano o acutizzano il problema di
questo cambio di distanza focale perché riempiono i muri della galleria
con oggetti troppo accalcati e sistemati in espositori e vetrine che li distanziano
e sopprimono le loro qualità distintive. Le gallerie d’artigianato
presentano i lavori più come nei negozi che come nelle gallerie d’arte.
L’artigianato si distingue anche dalla maggior parte dell’arte in
termini di immediatezza e di metafora.
L’attività di un pittore è così distinta dalla vita
normale che ogni azione deve essere vista come carica di intenzione e significato,
mentre un oggetto d’artigianato può essere giusto quello che è
- un adornamento del corpo, un utensile, una copertura protettiva - a meno che
l’autore non lavori consapevolmente per aggiungere altri significati.
Questi scopi di base sono connessi al corpo umano, così l’artigianato
è di solito prodotto su scala familiare, intima, che non richiede la
nostra piena attenzione come spesso fanno gli estremi di scala in pittura o
scultura. inoltre, la concretezza, la realtà; l’identità
materiale degli oggetti d’artigianato è quasi irriducibile, il
che significa che è difficile per un oggetto d’artigianato creare
l’illusione pittorica di una scala diversa.
Solo raramente, guardando l’artigianato si viene proiettati in uno spazio
immaginario - un effetto che è piuttosto comune in pittura.
Di solito quando l’artigianato realizza un’illusione convincente,
c’è una corrispondenza tra la taglia dell’oggetto artigianale
e la taglia di quello che è raffigurato.
Tutti questi fattori di differenza risultano in un artigianato che si sforza
di essere arte; così, spesso, sembra modesto e non eccitante. Ma non
deve necessariamente essere così.
La migliore strategia per l’artigianato è di capitalizzare sulla
sua forza, sul suo proprio carattere, facendo le cose che altri mezzi artistici
non possono fare.
Ma forse se gli artigiani sviluppano più fiducia nel fare esattamente
questo, capitalizzare sulle differenze, smetteranno di preoccuparsi di essere
arte e saranno se stessi.
Ciò non significa essere una sorellastra cattiva o perfino debole, significa
essere un individuo sicuro della propria identità.
In chiusura mi piacerebbe dire che la critica dovrebbe essere applicata solo
a quel segmento del mondo dell’artigianato che riguarda idee, originalità,
ambiguità e le altre caratteristiche dell’arte.
Gli artigiani dovrebbero riconoscere che se vogliono i “privilegi”
dell’arte, devono anche accettare le “responsabilità”
e ciò significa gettarsi nel mondo dell’arte e accettare la critica
dura.
Ancora, la critica non dovrebbe essere considerata un onore ma semplicemente
un modo per discutere di un particolare tipo di lavoro.
I critici d’artigianato non dovrebbero sempre lottare per far come se
parlassero d’arte, ma dovrebbe adottare il linguaggio dell’oggetto
che stanno descrivendo, anche se include aspetti che non sono attualmente in
voga nel mondo dell’arte.
Le gallerie d’artigianato dovrebbero lasciare spazio tra gli oggetti ed
allo stesso tempo dovrebbe permettere un approccio intimo.
Le pubblicazioni d’artigianato non dovrebbero cercare di trattare tutti
gli aspetti dell’artigianato nello stesso modo e con lo stesso “elevato”
rispetto che ha il deplorevole risultato di distanziare queste cose dalle nostre
vite.
Le pubblicazioni d’artigianato dovrebbero anche collaborare, in modo che
quando c’è un importante articolo di qualsiasi tipo, possa adempiere
a una funzione istruttiva in un ambito più vasto della piccola sezione
del mondo artigianale che legge quel periodico specifico di un certo medium.
E infine, gli artigiani dovrebbero ricordare quello che li ha portati al campo
ed al materiale, e dovrebbe essere coerenti con quello che sentono e non lasciarsi
sviare da quello che altri fanno
.