L’arte ha prezzo, ma è simbolico
il manifesto 04 Maggio 2006
Alessandro Cassin
New York
Nella percezione comune i prezzi dell’arte contemporanea sono pura
follia, una sorta di gioco d’azzardo spericolato. Anche chi non frequenta
gallerie e aste, apprende dai giornali che dopo la crisi degli anni ‘90
le quotazioni per gli artisti di più largo successo hanno ripreso
la loro galoppata. A scadenza semestrale le case d’asta annunciano
nuovi record. A novembre, da Christies, Study for a Pope 1, venduto per
$10.7 milioni, è stato il quadro più pagato di Francis Bacon,
mentre l’americano Richard Prince ha stabilito un duplice record:
il prezzo più alto per una sua opera e il primato per una fotografia.
Si tratta di una Ektacolor del 1989 Senza Titolo (Cowboy), un’immagine
manipolata a partire dalla pubblicità delle Marlboro, aggiudicata
a Stellan Holm, un mercante d’arte newyorchese, per 1.2 milioni di
dollari.
Come investimento l’arte contemporanea è ad altissimo rischio:
nessuno può garantire che un oggetto pagato oggi milioni conservi
il suo «valore» negli anni, eppure collezionarla da status,
ha una quantificabile resa in «immagine». Gli addetti ai lavori
concordano che c’è più glamour, effervescenza e prestigio
nell’arte contemporanea che in quella moderna o di qualunque altro
periodo.
In soccorso alla moltitudine di «profani», a cui il mondo dell’arte
contemporanea appare come qualcosa di alieno e avvolto nell’elitismo
più spinto, arriva in libreria Talking Prices - Symbolic Meaning
of Prices on the Market for Contemporary Art di Olav Vethuis, un giovane
sociologo olandese. Si tratta del primo tentativo di studio capillare di
un sistema economico del tutto anomalo. Velthuis inizia la sua indagine
con una domanda molto semplice: come fanno i galleristi a stabilire i prezzi
per l’arte contemporanea in un mondo in cui sembrano mancare criteri
oggettivi? Attraverso una serie di interviste a galleristi, artisti e mercanti
a New York e Amsterdam, l’autore traccia un profilo di un mercato
sospeso tra due logiche contraddittorie: quella dell’arte e quella
dell’economia. La sua conclusione è che i prezzi dell’arte
contemporanea, non sono né un’entità misteriosa, né
qualcosa di simile al sistema di prezzi di altri prodotti, ma piuttosto
costituiscono un complesso sistema simbolico i cui significati il libro
analizza in dettaglio. Rigoroso ma dall’appassionante lettura, Talking
Prices ci conduce in una realtà sconosciuta al grande pubblico, in
cui il 75% delle gallerie non sopravvive più di 5 anni e dove
i protagonisti (galleristi e mercanti) affermano di inseguire compensi simbolici
piuttosto che monetari
Ne abbiamo discusso con l’autore. Come è nato «Talking
Prices»? È un’estensione della mia tesi di dottorato.
Avevo studiato economia e storia dell’arte: questo è il tentativo
di mettere le due cose insieme. Mentre gli economisti e i sociologi vedono
i prezzi come un modo di tradurre qualità in quantità lei
ha «scoperto» che nell’arte i prezzi hanno valenze simboliche
e morali, come?
Il prezzo di un’opera spesso non riflette un «valore assoluto»,
ma piuttosto l’identità di collezionisti o musei che hanno
comprato precedentemente lavori dello stesso artista, non è qualcosa
di immutabile ma una costrutto culturale. Per un collezionista un prezzo
astronomico può dare status, a un’altra persona può
sembrare un «furto».
I prezzi vengono stabiliti dai galleristi, figure centrali di questo
mondo, ma anch’essi sospesi tra almeno due ruoli...
Il gallerista, mi riferisco al mercato primario, è colui che regola
l’accesso di un’artista al mondo dei collezionisti e in un secondo
tempo dei musei. È il vero mediatore tra arte e commercio, tra artista
e mercato.
Dichiara di lavorare per passione, per l’Arte e per la storia, ma
naturalmente fa anche del business. Come conciliano le due cose? A partire
da una barriera architettonica. Le gallerie contemporanee a New York, Amsterdam
e in tutti gli altri centri importanti, oggi sono divise in due. C’è
una parte espositiva, che assomiglia alla sala di un museo, e un «retrobottega»
in cui avviene il business. La sala espositiva ha le caratteristiche della
«pura» istituzione culturale, gli oggetti non hanno un prezzo
esposto. Nell’ufficio al contrario avvengono le vendite. David Zwirner,
noto gallerista newyorchese, ha fatto il passo successivo: ha una galleria
a Chelsea, che funziona da istituzione culturale, e un’altra, sulla
Upper East Side, dedicata al mercato secondario e al commercio.
I meccanismi psicologici e economici che regolano i rapporti tra artista-gallerista
e collezionista sono spesso oscurati da un aura di mistero, da un certo
mystique. Chi ha interesse a prevenire la trasparenza?
Un po’ tutti. Per i collezionisti parte dell’attrattiva per
questo mondo è proprio il mystique, ovvero l’idea che attraverso
l’acquisto di un’opera d’arte ci si elevi al disopra delle
transazioni economiche quotidiane. Si tratta di persone esperte nel proprio
campo che entrando nel mondo dell’arte scoprono un’universo
parallelo con un linguaggio e regole diverse. Per un gallerista eliminare
«il mistero» e presentare il proprio lavoro come una qualsiasi
altra attività commerciale, sarebbe un autentico suicidio.
Dal punto di vista sociologico il dato fondamentale è che nessuno
apre una galleria con il fine ultimo di guadagnare.
Lei descrive i rapporti tra gallerista e artista non tanto come rapporti
di business ma di famiglia, è davvero così? Nella maggior
parte dei casi sì.
Il gallerista si vede come promotore, consigliere e tende a stabilire
legami di grande intensità emotiva con i propri artisti. Tutto questo
emerge con chiarezza quando un rapporto si incrina assumendo contorni drammatici
simili a «un divorzio». La cosa interessante è che il
rapporto si basa su un legame personale che è assai più importante
dell’accordo economico. Più un gallerista appare disinteressato
all’aspetto puramente commerciale e più sale il suo prestigio...
Un gallerista per avere successo deve «apparire» come una figura
assolutamente distinta dal mercante. Nella realtà, però, deve
anche essere un abile businessman capace di collocare le opere dei suoi
artisti nei posti cruciali: grandi collezioni e musei.
Lei sostiene che il mercato dell’arte contemporanea non è
«democratico», cosa intende? In questo mercato il denaro non
basta per ottenere l’opera desiderata.
Quando un’artista ha successo, la galleria gestisce le vendite
con una scala di valori che non ha niente di democratico e spesso cozza
con i principi del capitalismo. Se un «signor nessuno», o peggio
uno speculatore, è disposto a comprare un quadro a prezzo pieno,
spesso il gallerista lo ignora mettendolo in una lista d’attesa. La
priorità va sempre ai musei (gli unici a ottenere sconti automatici),
seguono i collezionisti importanti. Dunque se non si ha una collezione importante
è impossibile acquistare certe opere? È vero per le gallerie
(mercato primario), ma proprio per questo esiste un mercato secondario dove
fioriscono le case d’aste. Qui ogni opera torna a essere accessibile
a chiunque sia disposto a pagare.
Già prezzi (sempre cifre tonde) differenziano l’arte da altre
merci...
Negli Usa, dove i prezzi esposti sono sempre approssimati per difetto
(999 invece che 1000), nell’arte sono tondi. È un segnale psicologico
forte e crea un senso di stabilità molto importante in un mercato
in cui l’incertezza è la regola. Nell’arte i prezzi sono
il risultato di un processo cognitivo dalla forte carica simbolica. Il dato
più anomalo rispetto a altri mercati è il tabù del
ribasso. Una galleria preferisce rinunciare a un’artista con cui ha
un rapporto da anni piuttosto che abbassarne i prezzi. Ha descritto un microcosmo
ambito e influente le cui regole appaiono chiare soltanto ai partecipanti.
A chi continua a non capire l’enormità dei prezzi raggiunti
cosa direbbe? Che l’arte non ha un puro valore estetico quantificabile,
dunque i prezzi sono il risultato di una complessa rete di rapporti culturali.
Non sono né arbitrari né irrazionali, ma qualcosa di simile
a un linguaggio simbolico. Vanno decifrati all’interno di un contesto
culturale e sociale piuttosto che attraverso parametri puramente economici.
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