Evaristo Borsatti da Mestieri e saperi fra cittą e territorio, Neri Pozza editore

E' sufficiente citare alcuni passi dalla monografia sulla Fraglia dei fabbri di Vicenza di D. Bortolan per comprendere la lunga tradizione della lavorazione dei metalli nella nostra provincia. Anche se unus de fratalia fabrorum appare tra i sedici anziani eletti in consiglio solo nel 1311, mentre non compare alcuno di loro in quello del 1264, sappiamo che «l’arte dei fabbri, quantunque rude, fu tenuta sempre per honorevole et degna non solo per l’antichità del tempo, che ella fu instituita, et per le qualità delle arti, che sono, o unite ad essa, o da lei uscite, ma anche perché abrada così largo campo nella humana vita con l’industria et comodo suo».
E dovevano «entrar in fraglia sotto pena di 25 lire tutti quelli, che volessero far botega, et lavorar manualmente alla fusina et esercitare in qual altro si voglia modo l’arte di fabraria con/usine così in Vicenza; come nelli borghi et colture.
Inoltre chi teneva da vendere o faceva mercantia a grosso e a minuto di ferro, azzale novo o vechio, ramo, laton novo o vechio, bronzo, brandi orniti di ramo o disforniti, gomieri, lame, spiaze, vanghe, badili, forche, zappe, menare, menarmi, cortelazzi, falze, sesole, trivelle, seghe, lance, chiave, seradure, chiodi di ogni sorte, padelle, fogolari, cadene, cavedani, gradelle, balze, arpese, feriade, cobie, cadenazzi, palese, schiene, morsi, ferri da cavallo, lime, gratacase, menestradori di ferro, staffe, speroni, spade, daghe, forbese, spontoni, mazie, cartelli, pironi, corazze, celade, manopole, archibusi, schioppi forniti con le casse, et altri fornimenti di essi archibusi, armadure di ogni sorte, et di qualunque altra si voglia altra sorte di ferramenti lavorati di ferro o di azzale, fatti alla fusina, o con lime.

Nessun magnan o baschirotto potea lavorar in casa sua, o d’altri, ne andar per la città o borghi e colture colla baschiera lavorando et comando di rame, di ferro, di brandi, ne exercitando in qualsivoglia modo arte pertinente alla professione così de fabri, come de schiesari senza essere ascritto alla fraglia».
Dal documento emerge la notevole importanza sociale del fabbro, legata alla enorme quantità di oggetti prodotti.
A conclusioni analoghe si perviene consultando la “tavola di tutte le professioni del mondo” del Garzoni(T. Garzoni, La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia 1626): ben una trentina di esse sono legate alla lavorazione dei metalli non nobili.
Ancor più eloquente, per certi versi, è l’elenco delle voci (e la trattazione) offerto dal dizionario enciclopedico di Francesco Griselini, che molto spesso illustra la “professione” con opportuni disegni, parecchi dei quali hanno il loro corrispettivo nell’Encyclopédie di Diderot, edita qualche decennio prima.…

Dizionario delle Arti e de Mestieri, a cura di F. Griselini e M. Fassadori, Venezia 1768, 18 voll.
In quest’opera sono contemplate queste voci: «acciaio, ancora (arte di fabbricar le ancore), armajolo, calderaio, canne da schioppo, cannone (fonditore di cannoni), carbonajo, carrajo, chiavaiolo o serraturiere, chiodajolo, coltellinajo, damaschinatore, fabbricatore di campane (v. fonditore di campane), ferragliere, ferrajo, fonditore (di cannoni, di campane, di caratteri da stampa, di rame, di stagno), incisore di metalli, incudinajo, maniscalco, mercatante di ferro, miniere [...] di ferro, palline e palle d’archibugio, rasoj (arte di fabbricare), spadajo, speronajo, spilli, tempera (dell’acciaio)».

Il lavoro del fabbro generico
Il mestiere del fabbro, in ogni località del Vicentino, è sempre stato considerato indispensabile. Francesco Rando ci informa che, negli anni Cinquanta, quasi in ogni paese operavano uno, due o anche più fabbri “generici”. E dell’importanza della loro professione erano consapevoli i fabbri stessi, che, come abbiamo già notato, a Vicenza avevano costituito una loro corporazione o fraglia. «Fin dal 1414 la fraglia di fabbri possedeva una sede per le adunanze in Piazzetta S. Giacomo presso la quale teneva anche due chaneve del carbon, ossia due magazzini di carbone messi a disposizione dei confratelli per il funzionamento delle loro fucine; si intende che si trattava di carbone di legna».
Nelle “botteghe” oltre al maestro operavano altre due categorie di lavoratori:
«a) i garzoni, ragazzi in regime di apprendistato che iniziavano a pigliare dimestichezza con le tecniche e i segreti del mestiere;
b) i lavoranti, vale a dire i giovani che avevano oltrepassato il tirocinio dei quattro-cinque anni iniziali e che si apprestavano a divenire - non prima di aver compiuto, in genere, i vent’anni - veri maestri, una volta superata la prova e pagata la tassa di iscrizione all’arte».
A Bassano, ad esempio, già alla fine del XII secolo, quando la città contava all’incirca 2500 abitanti, i fabbri erano quattro.
Quali fossero gli attrezzi dei fabbri e i loro manufatti, lo sappiamo, ad esempio, dallo storico G. Mantese, il quale ha pubblicato l’inventario degli attrezzi della bottega del fabbro Giuseppe fu Giovanni Conforti (che aveva fatto testamento il 17 dicembre 1590):
«Ancudine da doi corni, pesi tredese incirca, mantesi doi in opera in la fosina et scaffa di ferramenti et ordigni della fusina, cioè martelli, tanaglie et altri stampi». E con questi strumenti aveva, in parte, “forgiato”: «vere et spieze da carro, lame da ma da carro, falze n. 4 vecchie, cobbie da occhio desnodà, polesi et cadenatii, chiodi refatti de diverse sorte, strigghe da cavallo due nove e due vecchie, forche 14 da due et da tré branchi sei de nove con tré branchi e 8 refatte, zappe, zappon, segure (scure), menarotti in tutto n. 22, cortelli da doi manighi, seseggioli et rangoni et masanghi in tutto n. 13, ferramenti da opera vecchi, cobbie tre grandi da porta, gomieri doi vecchi, ferro vecchio da martello, paldeferro, balanzetta, un paro de sperroni, un calamaro de rame, pestarrolle due da lardo, un masango et un sesegiolo, zappe 4 una menara et un menarin vecchi, tanagia grande da fosina, ferramenti de più sorte da opera, ferri da cavallo grandi e piccoli n. 15, vanghe due vecchie, ferriadella una, segure sei refatte, cavichio da Chiodaria, sega una et una piana, chiodi da solaro, chiodi da cavallo, cortelli da doi maneghi n. 3 e tre rangoni, ferri cioè vere et altri ferrezoli fiasche due con fìaschini, tenaggia da marascalco grande, cadenelle da seda de ramo, albio della fosina de preda».
Occorre subito aggiungere che quando noi parliamo di fabbri “generici”, ci riferiamo a dei “professionisti” che, nel vastissimo mercato dei prodotti della lavorazione dei metalli “non nobili”, si erano ritagliati determinati spazi di intervento, legati alla condizione generale socio-economica del luogo (paese, contrada o rione) in cui operavano, capaci quindi, se il contesto e le necessità della popolazione lo richiedevano, di dedicarsi non solo alla produzione degli articoli più svariati, ma anche a quella “in serie”, adottando le innovazioni tecnologiche più avanzate o capaci essi stessi di sperimentarne di nuove, riuscendo sempre a consegnare oggetti o strumenti estremamente funzionali e formalmente curati.
E si rimane stupiti, nelle inchieste che si conducono, quando un vero “artigiano” - in questo caso un fabbro, un majàro, un maniscalco, un batirame - interpellato sul suo mestiere, risponde candidamente che non c’è lavorazione e oggetto conseguente che non si possa fare, basta avere un locale apposito, la materia prima e gli strumenti adatti; e si rimane quasi sbigottiti per certe soluzioni pratiche ad ogni problema inerente il loro lavoro.
La materia prima utilizzata, il ferro, era un tempo sempre “greggio”, non già pronto all’uso come oggi, e con una varietà di leghe che vanno dalla ghisa al ferro più dolce e all’acciaio più resistente.
Era il fabbro che da questo ferro greggio - non certo già fuso e “in lega” sempre in bei masselli o barre, a sezione tonda, quadra o piatta, a T o a L, di spessore e lunghezza vari - o da quello che noi oggi chiamiamo ferrovecchio o da strumenti e oggetti in ferro ormai inservibili, o dagli stessi scarti della lavorazione, o perfino dalle limature, riusciva a creare la “massa” che con il fuoco e a colpi di maglio, di mazza o di martello assumeva un po’ alla volta la forma e la “consistenza” volute.
I fabbri riuscivano a produrre la lega occorrente o a riconoscere la qualità del metallo da lavorare per adoperarlo nel modo più appropriato, saggiandone semplicemente la consistenza: a caldo ne assottigliavano a forma di linguina un pezzettino, lo raffreddavano e lo spezzavano con un colpo di martello; dal modo in cui si rompeva valutavano per quale strumento o oggetto fosse più adatto.…
Oltre ai badili un fabbro poteva produrre con analogo procedimento innumerevoli altri “articoli”, perché egli non era altro che un abile fabbro dotato di un mezzo “meccanico” di elevata potenza: il maglio. Infatti, nei periodi di stasi o di forzate interruzioni del lavoro del maglio per rotture di una certa entità, egli doveva ingegnarsi nei lavori più sofisticati o arrabattarsi anche in quelli più elementari come ribattere e riaguzzare (salare) gli attrezzi logori di qualche contadino indigente.
Di concreto che cosa egli sapeva forgiare? Intanto, tutti gli attrezzi di cui abbisognava, a cominciare da tutte le componenti in ferro o in acciaio delle ruote a pala, del mèlo e del maglio (majo) stesso, poi i martelli (martèi) di dimensioni varie, le mazze (mase), le tenaglie (tanàje de tute le rase), le pinze (finse), le molle (mojéche), che servivano per raccogliere il carbone ardente o per accudire al fuoco (fógo) della fucina (fusina, fogolaro), le palette (paéte), gli scalpelli (scarpei) di tutte le misure, gli stampi (sàgome) di svariati attrezzi o oggetti da produrre, i tasselli del maglio (tasèi), chiodi (ciòi, dòdi) di ogni tipo, della lunghezza anche di oltre 50 cm, a sezione quadrata e rotonda, la trancia (tajadóre, tajaóre), i tràpani a man e poi le forbici, le lime ecc.
Gli attrezzi più comuni che venivano prodotti per committenti erano in genere badili normali che dovevano essere in acciaio (balli, baie quadro vicentino; baie padovano ch’el ga el nervéto da a parte ch’èl !é curvo; palato nel Basso Vicentino) e badili particolari (balli muli co e rècie, baìii batajìni, più lunghi dei normali e con una “nervatura” a sezione piramidale, propri del Bresciano); vanghe (vanghe, vanghiti); zanchette (sanchéte) per appoggiare il piede sulla vanga onde affondarla maggiormente nel terreno; zappe (sape, sapete) di vario tipo e forgiate con il ferro perché se in acciaio potevano “saltare”; pale (balle, baie) per sterrare, da sabbia, da malta, da segatura ecc.; picconi (pichi) la cui tempra doveva riguardare la punta, da una parte a tàjo e dall’altra a ponta; forche e forconi da fieno, da paglia, da letame e da vangare; trivelle (trivèle da vigna, da tèra) per fare i buchi in cui inserire i pali per le viti; tiradài (picconi con la punta ad accetta per tagliare le radici quando si levavano le piante); alette per solcatori (solchete, aléte); vomeri (gomiéri, vomiéri, gumièri) la cui tempra doveva interessare solo la parte che doveva iniziare a incidere il terreno (oltre al vomere negli aratri più recenti era sempre in ferro con la punta temprata anche la coltra, che serviva per incidere il terreno, el varsòro, la parte superiore dell’aratro che si trovava posteriormente e el vasorèto, la parte superiore che si trovava anteriormente); la lama dell’assolcatore (muso da màs-cio); gli arpioni per i pagliai (cavapàja); l’attrezzo per tagliare gli asparagi (cavaspàrase, cavaspàrasi); attrezzi per battere le falci (piantale); leve di vario tipo (lève, levarmi); zappini per muovere i tronchi (sapini, dopine}; scortecciatoi (scorsaróli); anelli per proteggere l’estremità della mazza di legno (vére da màja, vére da masa); cunei (pèndole, péndoe); sgorbie (sbube, sgube); anelli (s-ciòne); chiavarde (cavejàre); nasiere (najiére) per accompagnare tori e buoi e per domarli; roncole per potare e tagliare rami piuttosto leggeri (cortèli, ronchéti, cortèi da scarsèa); potatoi a lama ricurva per tagliare rami grossi (corteón a Cartigliano; cortelasi a Bre-ganze; róncoe a Quinto Vicentino) e a forma di mezzaluna rigonfia (corteàso a Cartigliano; stegagno nella Riviera Berica); scuri varie (menare; manare); accette (menaròti; manarini) per tagliare la legna in casa; l’accetta con il manico storto per falegnami (valdòra); coltelli a petto per lavorare, ad esempio, i manici di legno (fèri a do màneghi); coltelli larghi per macellai (masanghi, marsanghe); falci messorie (sétole); falcetti (setolati); coltelli di vario tipo (cortèi); coltelli da norcino da punta e taglio (cortèi da mas-ciàro o da masolìn o da santi-saro); raschiatoi per levare il pelo ai maiali (rasaróle); uncini per levare le unghie ai maiali uccisi (cavaónge); graticole per arrostire polenta e carne (gradèle, graèle); palette per braci (paléte par brónse); alari per focolari (cavedani, caveduni, caveluni); treppiedi per focolari (trapìe, trepìe); ganci per arcucci (rodare par bigòli); arpioni per recuperare i secchi che rimanevano nel fondo dei pozzi (sgranfióni); particolari ganci a ganasce per agganciare e portare le botti (sate par cagne); chiodi (dòdi, dòi) soprattutto molto lunghi per unire travature (da rapavo); catenacci (caenasi); cerniere per porte e cancelli (cubie); chiavistelli per porte (ciavesei); saliscendi per chiudere finestre e porte (saltarei); congegni per tenere uniti i tronchi di legno durante il trasporto (can); attrezzi per bat-tere i cerchi delle botti (sprasèi); uncini (ansini); tirabraci da forni (reàbi, rabi); assi per carro (asi); battagli per campane (batóci); picche (pal de fèro, lève)”.
Da questo lungo elenco di oggetti e attrezzi che i majàri potevano produrre (anche se poi, come i Favero di Cartigliano, erano specializzati nella forgiatura solo di alcuni di essi), si possono comprendere le potenzialità presenti in questo mestiere.
Occorre inoltre aggiungere che, spesso, arrivavano delle grosse commissioni con conseguenti spedizioni di rilevanti partite di attrezzi che dovevano essere ben impacchettati e ben oliati.
Il recapito della merce avveniva tramite corrieri fidati, un tempo possibilmente dei parenti che facevano la professione anche di carrettieri. Tutte le formalità burocratiche venivano di solito espletate dalle mogli dei majàri che risultavano sempre anche abili massaie (paróne de casa)…
Era poi la volta del manico (mànego) de légno duro oppure de òso. Il legno ottimale era quello di bosso (buso) o di corniolo (cornolaro) o di papolara; legno che veniva lavorato con la sega prima e la raspa per smussarne gli angoli poi, infine con un seghetto (prima a lama fine, poi con lama più grossa) vi si otteneva un particolare taglio (il manico, segato quasi a metà, doveva rimanere “attaccato” solo nella sua parte “bassa”, dove trovava sede la punta aguzza della “roncolina” e la parte più larga della molla che veniva fissata con i due cilindretti metallici, poi ribattuti, perché non si sfilassero e tenessero avvinta la struttura).
Il manico di “osso”  era ottenuto con le corna di bue (còrni de bò), non quelli però di mucca perché, diversamente da quelli di bue, tendevano a sfaldarsi (sfojàrse). Esse venivano divise a metà con un seghetto, quindi “appiattite”: per far questo venivano poste sopra il fuoco perché si riscaldassero al punto giusto per venir poi strette nelle ganasce di una morsa.
In seguito, venivano sagomate con un seghetto nel modo dovuto, ben lucidate, prima con del saldame o della polvere della mòla de pria, poi strofinate con della cenere.
A questo punto avveniva l’assemblaggio - tramite  le raparéle - del manico di legno o di osso - a cui era già stata applicata la molla - con la lama, già ben “molata” (con la solita mola, un tempo, di pietra arenaria) e resa quindi bella lucente e a cui era stata tolta con un seghetto da ferro, nella sua parte bassa, la sezione di metallo in cui doveva inserirsi perfettamente la molla. (…)

La lavorazione del rame
Miniere di rame, sia pure modeste, erano attive nel Vicentino già nel Me-dioevo, in Valdastico e nella Val Leogra, dove pure si estraevano stagno e piombo. Per quanto concerne la città di Vicenza, possediamo documentazione sulla presenza difabrìa calderiis (cioè calderai) già all’inizio del XV secolo, cioè quando per il rame «una sete furiosa si riaccende in Europa» e veniamo a sapere da una delibera del 2.5 maggio 1478, che si stigmatizzava il comportamento di «calderai che avevano cominciato ad applicare ai vasi di rame dei manici di ferro molto massicci e pesanti, allo scopo di speculare sul minor costo di quest’ultimo metallo che però si faceva pagare alla clientela allo stesso prezzo del rame». Sappiamo pure che «la lavorazione di recipienti in rame si effettuava già a Passano sin dall’inizio del ‘500.
Qualcuno potrebbe pensare che pentole e tegami venissero ricavati dalle lamiere, ma nel ‘500 non era così, perché non si disponeva ancora di laminatoi capaci di trasformare lingotti in lastre. Paioli, pentole, bacini venivano ricavati da lingotti fusi e questo sistema venne usato sino all’inizio del secolo attuale».
Le ultime località del Vicentino in cui si è lavorato artigianalmente il rame sono state Cogollo e Rettorgole. La maggior parte degli oggetti prodotti dai battirame concerneva gli utensili di cucina ed ha avuto un grande incremento in età rinascimentale.
L’alimentazione in Rinascimento, per il consolidato benessere, diventa esigente, si raffina, si specializza. Propone cibi nuovi, sofisticati, impensabili e per questo ci vogliono recipienti corrispondenti. I grandi pranzi diventano spunto di incontri.
I tegami di terracotta, facilmente deperibili, vengono sostituiti da altrettanti recipienti in rame, di forme diverse, sottili, di piccole e grandi dimensioni. I recipienti di rame si possono tirare a sottigliezze mai raggiunte, si possono stagnare all’interno in modo che i cibi non si deteriorino. Scaldano più facilmente ed altrettanto facilmente raffreddano. Si possono pulire con cenere, farina e miscuglio di aceto e splendono come il “sole” sulle mense. Foratoi, pignatte, bastardelle, casseruole, secchie, pentole, colatoi, padelle basse, alte, colabrodi, setacci, fortiere, conche, caldari, coperchi, leccarde, stufatori, navicelle, conserviere, forni a tré piedi, piatti da portata, sono in rame [...]. Il rame serve ai laboratori d’alchimia, diventa il materiale principale per la realizzazione dei distilla tori.
I batirame possedevano un forno fusorio, costituito da una fucina come quella descritta per il fabbro, munita di un crogiuolo o bacino (recentemente i batirame preferivano acquistare da ditte specializzate di altre regioni i recipienti più voluminosi, quali le calière ancora grezze e limitarsi a fondere il rame in crogiuoli di fortuna come bòsoli de bómbe, solo quindi per oggetti poco voluminosi!) formato da un impasto di polvere di mattoni, di carbone di legna e di argilla. Il crogiuolo veniva caricato di carbone (di legna, perché il carbone coke ghe tóle el nèrvo) tenuto in combustione dall’aria insufflata da un mantice (mantesa}, e in esso, di quando in quando, si mettevano i ritagli di rame e nuovo carbone. Il rame fuso (colà) era raccolto con un capace mestolo di ferro (méscola) rivestito di argilla (tera crea) e versato entro forme apposite di materiale refrattario. Il lingotto rossastro, a forma di calotta sferica (formela), veniva stretto nelle ganasce di una tenaglia e posto, ancora rosso, sotto il maglio (màjo). La mazza o “testa d’asino” convessa del maglio, così chiamata perché assomigliava alla testa del paziente animale, batteva i suoi colpi su un’incudine sottostante a forma concava (poiché il rame è molto malleabile si poteva, al fine di ammortizzare i colpi del maglio - secondo l’informatore - riuscire a battere contemporaneamente dieci formelle!). L’abilità del batirame, le prolungate battiture intramezzate da successivi riscaldi (calde) permettevano di ottenere dalla calotta fusa un bacino (caìn) che andava sempre più ingrandendosi e nel contempo assottigliandosi (il fondo, però, doveva essere più robusto: per certi contenitori lo spessore doveva risultare di circa mezzo centimetro, mentre le pareti si assottigliavano fino ad arrivare a mezzo millimetro). Con una serie di colpi a freddo attuati a mano con martelli speciali a testa allungata (masùni) e con un manico molto corto, il pezzo assumeva la forma definitiva del paiolo (calièro) o di altro recipiente. Per il paiolo però occorreva rifilare il bordo con una cesoia (fòrbese sanca) e poi risvoltarlo (girarlo) per inserirvi un cerchio (sèrcio) in ferro tondo. Infine venivano fissate con dei ribattini (brache) le due orecchie (rècie) per il manico sempre in ferro a semicerchio (curvo). Con analogo procedimento, servendosi di una serie di strumenti propri dei fabbri e con l’aggiunta di alcuni peculiari del batirame - quali, ad esempio, la cavaéta, uno strumento che faceva da guida alle martellate; la péna, una specie di martelletto {pichéta) adatto a riprodurre, sbalzate, ad esempio, delle stelle (stée); martelli vari quali i martèi par bàtare de spónda, o quelli par bàtare el fóndo; una particolare incudine a forma di lingua (la léngua); martelli e mazze con la testa in legno (masòle); la cioàra, l’attrezzo che serviva per forgiare, analogamente a quello per le brachete in ferro, le brache in rame; la picagna (una specie di lancia); un ciò piato e tóndo (un chiodo consistente, piatto e rotondo) infìsso in un sóco -, egli, con l’esperienza maturata nella bottega di un “maestro”, sapeva produrre oggetti o strumenti in rame svariati. E questi potevano essere: calière par la lisìa (calderoni per il bucato); distillatori per la grappa, sèci (secchi); seciti (secchielli); sèci venesiàni (secchi particolari); sèci da cànova (secchi rastremati verso l’alto per impedire al vino di uscire durante il travaso); case, casati e case da àcoa (casseruole varie); farsòre da camìn (padelle per la fortàja e le pesatele, per cuocere la frittata e i pesciolini); mestui e portaméstui (mestoli e mestoliera); paléte da crèma (palette) ; forchete da carne da bròdo (forchettoni); menèstri sbusi (schiumarole); tortière; lecarde; minestrìn col mànego lóngo (mestolini per leccarde); tècie (vari tipi di tegami); e poi vasche par cusine econòmiche, pómpe par verdarame ecc.
Una volta appreso il mestiere non c’era lavorazione, per quanto complessa, che un batirame non potesse eseguire: occorreva solo l’ocio e la pasión (intelligenza e attaccamento al lavoro). Ed egli poteva quindi non solo dedicarsi, in caso di necessità, alla riparazione di oggetti in rame un po’ usurati (come facevano i calderai ambulanti), ricorrendo, ad esempio, a calde (recorsèndolo - ricuocendolo) e - se c’erano buchi - a saldature con ottone (oton e borace), ma anche dedicarsi a lavori a sbalzo su formelle di rame appoggiate su un piano di piombo che impediva alle percussioni dei punteruoli di bucare la lastra di rame.
Tanti batirame poi potevano riciclarsi, per necessità, come è avvenuto per il mio informatore,  come lattonieri o fabbri normali.

La lavorazione del bronzo
Prima di iniziare la costruzione di questa complessa opera che richiedeva qualche mese di lavoro, occorreva avere già preparato della terra argillosa, la tèra crea pi grasa e quella manco grasa: quella pi grasa doveva venire mescolà con l’acqua e lasciata depositare per circa un mese per poi essere setacciata (ripasà) perché non contenesse sassolini, pronta così per essere lavorata; quella pi magra si sarebbe adoperata al momento, aggiungendovi semplicemente dell’acqua. A questo punto, con l’ausilio dello “stampo”, una sagoma in legno che riproduceva il mezzo profilo della sezione interna della campana (stampo che girando su un perno piazzato al centro esatto della struttura da costruire - ànima - avrebbe modellato nelle varie fasi l’interno della campana), si procedeva a porre in opera dei mattoni appositamente sagomati (quarèi sagomai), piuttosto porosi perché fatti “a mano”, adoperando come “collante” una strana malta, lo sterco di mulo o di cavallo (che veniva “fornito” dalla caserma degli alpini Monte Grappa) privato solo (operazione che si faceva a mani nude perché i guanti intrigava) dèe pajùsche e bachetéi pi gròsi: non avendo gli equini il rumine come le mucche, i “filamenti” del fieno rimanevano intatti, permettendo così ai gas della colata di bronzo - che non riuscivano ad uscire dagli sfiati piazzati nella parte superiore dello stampo -, tramite i loro microscopici canaletti, lo sfogo “laterale”, senza la conseguente formazione di bolle che avrebbero compromesso l’integrità delle scritte, dei fregi e anche della stessa campana.
Terminata la costruzione deì Vàmma - ben legata con filo di ferro e canapa - che si innalzava a volte oltre i tre metri e che veniva modellata e lisciata con un velo di terra argillosa, tramite svariati passaggi della sagoma nel suo giro completo, si lasciava che la costruzione si asciugasse perfettamente, e si stendeva poi sopra l’intera ànima un velo di cenere liquida, che doveva fungere da “cuscinetto” per agevolare il distacco dalla falsa campana, che si sarebbe subito realizzata sovrapponendo a strati successivi della terra argillosa legata insieme sempre da canapa: il suo spessore veniva raggiunto in modo perfetto tramite una nuova sagoma che veniva fatta girare a 360 gradi permettendo così di togliere o aggiungere il materiale necessario ove sovrabbondava o mancava.  Infine, quando lo spessore della falsa campana si era consolidato, la sua superficie veniva perfettamente lisciata e lasciata nuovamente essiccare per stendervi infine con un pennello, delicatamente, una pellicola di sego (séo, ottenuto tramite ebollizioni di grasso puro di animale): sarebbe servito per staccare la falsa campana dalla successiva copertura, il mantello (camisa}.
A questo punto, proprio sulla superficie della falsa campana, dovevano essere applicati tutti gli “ornati”: festoni, decorazioni, madòne (le immagini di santi, della Madonna, di Cristo, della Santissima Trinità richiesti) e tutte le scritte (frasi celebrative, nomi dei benefattori, dei parrocchiani, delle autorità religiose e politiche ecc.). Questi “ornati” venivano ottenuti inserendo della cera d’api o “paraffina”, riscaldata in acqua calda, in stampini di legno appositi, già preparati da abili artigiani o, per tutte le scritte, componendo delle lettere già pronte: vi si passava sopra con un rullo a forma di mattarello e quando la cera era raffreddata, esse venivano tolte dagli stampini, ritoccate alla perfezione e, rispettando lo schema della “composizione” concordato con il committente, collocate con precisione e pazienza sulla falsa campana. Quando tutti gli ornati avevano preso la loro giusta collocazione, tenuti avvinti sempre alla falsa campana tramite il sego, prima di iniziare il mantello occorreva stendere sopra il tutto con un pennello di crine di cavallo il luto, cioè un liquido ottenuto mescolando con l’acqua polvere impalpabile di mattone (immersa nell’acqua da lungo tempo e lasciata depositare) con tèra fina e grasa: questa operazione doveva essere messa in atto senza la presenza di una fonte di calore, perché occorreva che questo velo di liquido asciugasse perfettamente senza alterarsi (lasàr crèpe) e fosse steso in modo uniforme.
A questo punto si doveva modellare anche l’attacco (drèsa) della campana a forma di corona regale con sei o otto “trecce” (drèse) unite ad un sottostante corpo centrale. Un tempo esso veniva ottenuto con la cera e immesso successivamente in uno stampo di gesso: bastava, una volta che il gesso si fosse rappreso, fondere la cera e lo stampo era bello e pronto da sistemare sopra la falsa campana al suo posto esatto.
Il sistema normalmente adottato dalla ditta Colbacchini-Favaretti era però simile a quello testé descritto per creare la falsa campana: la drèsa veniva modellata con la pece (pégola), si ponevano scritte e fregi, e il tutto veniva alla fine avvolto con lo stesso materiale (terra, sterco, filo di ferro e canapa) con cui si sarebbe costruito successivamente il mantello.  Quando la struttura risultava disseccata, si fondeva con una fiamma molto debole tutta la pece, della quale nello stampo non doveva rimanere traccia e alla fine esso trovava posto sopra la falsa campana, non prima di aver riempito di terra, tramite il buco lasciato dal “perno girevole delle sagome”, il vuoto all’interno dell’anima e posto infine l’attacco (àsola) del battaglio, che poteva essere in ferro o in ghisa (se era in ferro, veniva forgiato con calde a forza di martellate sull’incudine, se in ghisa, ottenuto tramite fusione).
A questo punto si poteva procedere con il mantello, costruito con la tecnica del “cemento armato” e cioè, come abbiamo già detto, unendo a strati successivi sterco di mulo, terra, filo di ferro e canapa, fino a costruire uno spessore consistente: esso doveva sopportare l’enorme pressione del bronzo fuso. A differenza dell’ànima, il mantello doveva poggiare su una robusta piattaforma di legno e veniva alla fine, una volta essiccato, sollevato delicatamente, compresa la drèsa, con l’ausilio di staffe e corde di ferro, tramite argani e il castello soprastante, costruito con travatura massiccia. Alla base, il mantello presentava una specie di gradinata: essa era necessaria per contrastare l’enorme pressione del bronzo fuso al momento della colata. …