Le radici delle cattedrali

Roland Bechmann
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Le radici delle cattedrali Roland Bechmann
Ero rimasto colpito dal fatto che alcuni storici dell'arte, per mancanza, mi sembrava, di esperienza pratica di costruzione, attribuivano a motivazioni astratte e a speculazioni estetiche o simboliche un'importanza che mi sembrava esagerata, nella scelta delle forme e nell'evoluzione degli stili e dei procedimenti di costruzione. Ora, è abituale presso gli architetti di ogni tempo giustificare a posteriori una concezione con teorie, simboli, figure e principi: essi preferiscono spesso non confessare che è loro necessario, prima di ogni altra cosa, sottomettersi alle forze della natura, alle leggi della fisica, alle tecniche, perfino anche a delle costrizioni molto prosaiche; essi rifiutano di ammettere, con una sorta di assurda civetteria, che il loro talento consiste precisamente nel «comporre» in rapporto a tutti questi imperativi e, nel quadro di tali costrizioni, manifestare una concezione quanto più è possibile libera. Vi è, nella maniera con cui i costruttori presentano, o mascherano, le proprie motivazioni, una volontà di avvolgere nel mistero le ricette, i procedimenti, le tecniche manuali: questo atteggiamento, che si sviluppa a partire dall’epoca della creazione della corporazione e della massoneria, trova qualche giustificazione nel desiderio di mantenere elevata la qualificazione dell’operaio e la qualità dell’opera: ma esso traduce anche sovente dei motivi meno rispettabili, come il desiderio di riservare ad alcuni privilegi e monopoli; questo modo di fare diventa allora un ostacolo all'innovazione.
Sviluppando nella tecnica e nel gergo un esoterismo professionale inaccessibile ai profani, si arriva così a una ricerca di specializzazione che determina una formazione analitica e settoriale. Lo specialista così formato finisce con l’ignorare e col trascurare i numerosi elementi di ogni natura che si aggrovigliano, reagiscono gli uni sugli altri e si combinano, per concorrere alla formazione di un "insieme» e di una sintesi equilibrata. Noi ci possiamo rendere conto, sul finire del XX secolo, degli errori monumentali, addirittura delle catastrofi, a cui possono condurre, in tutti i campi, questo tipo di formazione e i modi di pensare e di agire che ne derivano: la sintesi e la visione generale sfuggono sempre di più all'uomo, in una civiltà industriale e in una società che vanno diventando sempre più complesse.
Un essere vivente, una collettività, una civiltà non possono essere dissociati dall'ambiente dove si trovano, dentro il quale prendono radice, al quale si rapportano con mille legami e verso il quale a loro volta, esercitano una influenza modificatrice: allo stesso modo, uno stile di costruzione è intimamente legato all'ambiente naturale, sociale, tecnologico ed economico dentro il quale nasce e si sviluppa.
Ma non é per un caso, senza un particolare motivo o per un semplice desiderio di novità, che si passa — in tempi differenti, d’altronde, secondo i luoghi — da una architettura all’altra: é invece perché le soluzioni gotiche rispondevano meglio, nella maggior parte dei casi, alle condizioni dell’ambiente, alle sue risorse, alle sue caratteristiche sociali ed cconomiche, alle possibilité nuove come alle dificoltà e alle penurie dell’epoca. Nello stesso tempo, ovviamente, si riscontra in questa architettura il riflesso della fede, delle convinzioni, delle aspirazioni e dell’audacia di quel particolare momento della storia. Non si tratta di negare le motivazioni irrazionali, teligiose e mistiche, le ricerche estetiche e plastiche, il bisogno di fare più e meglio, la ricerca di records, il gusto dell’esoterismo. Ma se la fede, l'entusiasmo e, in una certa misura, l’amor proprio e l'aggressività riuniscono gli uomini e permettono loro di compiere degli sforzi straordinari in certe epoche, tutte queste motivazioni non sono suificienti per costruire. Esse non permettono di sfidare le leggi della natura né di ignorare i materiali ed i mezzi impiegati nel lavoro; devono sottomettersi a quelle e tener conto di questi.
La messa in opera di tali mezzi e materiali si fa secondo tecniche appropriate ai diversi stadi della concezione e dell’esecuzione; le conoscenze ed i metodi in materia di calcoli della resistenza dei materiali, di stabilità delle costruzioni, di composizione delle forze, di meccanica, di statica e di geometria dcscrittiva, nonché la nozione precisa delle difficoltà connesse alla forza del vento, alla pressione della neve o al carico dei diversi pesi, nel XII secolo erano rudimentali o del tutto inesistenti: ciò, tuttavia, non ha impedito ai Maestri gotici, andando molto al di là degli esempi e dei tentativi precedenti,di sperimentare, di rischiare e di realizzare dei capolavori di un'arditezza inaudita per l’epoca, secondo uno straordinario senso costruttivo, che oggigiorno il nostro calcolo non può che confermare.
Se noi dovessimo oggi costruire le cattcdrali dei gotici con i mezzi di cui essi disponcvano e con le tecniche che essi impiegarono, non ne saremmo capaci: più esattamente, anche se noi conoscessimo in dettaglio le loro tecniche di messa in opera, non avremmo il coraggio di farlo. Per poter calcolare la resistenza di costruzioni uguali a quelle che i gotici seppero realizzare, sarebbe necessario l’aiuto di calcolatori, e la cosa non dovrcbbe essere impossibile: ma se si riuscisse ad effettuare un tale calcolo, é estremamcnte probabile che si arriverebbe alla conclusione che queste cattedrali non dovrebbero poter stare in piedi, almeno a giudicare secondo le norme abituali e secondo i coefficienti di sicurezza che noi applichiamo.
In ogni caso, simili costruzioni sarebbero del tutto vietate dalle leggi e dai regolamcnti che oggi siamo costretti ad applicare. Nessuno fra gli uffici di controllo, i cui nomi spesso in latino, per dare un’impressione di maggiore serietà ornano i tabelloni dei cantieri e danno alle nostre costruzioni la garanzia di buona esecuzione, ispirando fiducia al "cliente", potrebbe acccttare di garantire le tecniche messe in opera empiricamcme nelle cattedrali. Nessuna assicurazionc accetterebbe di coprire, anche solo per dieci anni, la responsabilità di quegli audaci costruttori, le opere dei quali, ciò nonostante, resistono da secoli. Non si accorderebbe loro, del resto, neppure il permesso di costruzione: i regolamenti urbanistici, i documenti tecnici, le norme, senza contare le Commissioni di sicurezza, l’ispezione del lavoro, i pompieri, le amministrazioni implicate, i vicini, le associazioni di difesa insomma, tutti i cittadini e tutti gli organismi seri vi si opporrebbero. Ma le cattedrali si burlano di noi, dopo otto secoli: esse hanno resistito non solamente alle intemperie e agli attacchi insidiosi del tempo, ma spesso anche a prove terribili, come i bombardamenti ai quali la nostra epoca le ha sottoposte.
Come possono, queste folli cattedrali, stare ancora in piedi? Come riuscirono i gotici a costruirle? Noi cercheremo di dare un’idea dei problemi tecnici che dovettero essere risolti e delle soluzioni che i costruttori di allora vi apportarono. Approfondendo tali questioni, potremo vedere come la scelta delle soluzioni tecniche, da cui derivò lo stile di quelle costruzioni, sia stata intimamente legata alle condizioni dell'epoca.
La stretta connessione, quasi un'embricatura, dei vari fattori determinanti rende impossibile ogni tentativo di rispettare un ordine assolutamente logico e una progressione rigorosa. Ma noi cercheremo di seguire la strada seguente: da principio esamineremo quale fosse il "programma » delle cattedrali e come si riuscisse a finanziarlo; poi ricorderemo i problemi generali che si presentano ai costruttori di ogni tempo (...)Ma per mettere a punto in così pochi anni l'architettura gotica- che si presenta come la soluzione migliore possibile in quell'epoca - erano necessarie l'immaginazione, l'astuzia pratica, l'umiltà, la scienza empirica, la tranquilla audacia e la genialità degli architetti gotici.
(...),bisognava che questi maestri unissero al talento lo spirito pratico. Essi dovevano possedere contemporaneamente una esperienza approfondita dei cantieri, nozioni tecniche sui differenti compiti organizzativi, sui materiali, sull’equipaggiamento e sugli apparecchi da usare, attitudini al disegno, conoscenze intorno alla resistenza dei materiali ed alla statica, buone capacità di trattare con gli uomini e di comandare e infine attitudini artistiche eccezionali. Questi uomini, che avevano ricevuto una formazione esclusivamente pratica e potevano essere, all’origine, dei carpentieri, dei muratori, spesso addirittura degli uomini di chiesa, oppure provenire da qualunque altra professione, dovevano essere e furono, nel pieno significato del termine, degli architetti. La fioritura delle cattedrali e la loro perennità nel corso dei secoli hanno rivelato che molti di loro non avevano soltanto del talento, ma del genio. I costruttori del Medioevo, insieme intellettuali e uomini di cantiere polivalenti, furono sostituiti da capomastri che erano diretti da architetti artisti, spesso più eruditi che tecnici, frequentemente stranieri e privi di contatto con gli uomini di cantiere. L’architetto che, nel Medioevo, apparteneva ancora al mondo del lavoro, durante il Rinascimento se ne separa, diventando un « artista », un « intellettuale », cioè insieme un sapiente ed un umanista nutrito della tradizione antica, ma più sovente classificabile anche fra i «protetti dei grandi, fra i funzionari o i cortigiani». « Fra l’appartenenza al mondo del lavoro e l'integrazione nei gruppi rivilegiati... », l'architetto, proprio come il professore universitario, ha già scelto il suo campo. Ma mentre questi artisti, con l’eccezione di poche forti personalità, si chiudevano nel classicismo e nel conformismo, il progresso delle conoscenze e delle tecniche continuava. Così, quando arrivò l’epoca industriale, furono spesso gli ingegneri quelli che ripresero in mano la fiaccola dello spirito creativo.
Per questo motivo si arrivò a quei precisi tracciati geometrici che si possono osservare in diverse cattedrali gotiche. «Vi sono numerose prove, sotto forma di precisi riscontri, che almeno i più semplici sistemi di proporzioni geometriche dovettero essere impiegati in modo cosciente e deliberato» ". Se la Sezione Aurea appare così sovente nelle proporzioni degli edifici gotici, non è semplicemente per superstizione o per tradizione: è perché questa serie (con rapporto medio fra i due termini di 1/1, 618) presenta la prorietà di «generare indefinitamente la medesima proporzione. La serie di Fibonacci (5-8-13-21-34-55-89-144), che le si avvicina, può essere messa in opera. facilmente per mezzo di un semplice tratto di compasso o di corda. Gli architetti dell’epoca, ad ogni modo, non potevano evitare di usare il sistema delle proporzioni e dei tracciati regolatori, poiché variavano non soltanto da una provincia all'altra, ma talvolta addirittura da una città all'altra, Gli architetti del Medioevo, però, viaggiavano molto - in qualità di costruttori e in qualità di esperti - e se pure esisteva il latino come lingua comune per facilitare gli scambi, non esisteva un metro campione, come unità di misura internazionale.
Ogni maestro aveva il suo proprio gruppo e la sua propria tradizione, le sue abitudini, i suoi strumenti e, in particolare, i suoi sistemi di misura. È stato possibile distinguere, infatti, nel corso della costruzione della cattedrale di Chartres, l'adozione di almeno otto sistemi di misura differenti, fondati sopra: il piede romano, il piede olimpico, il piede sumero, il piede teutonico, il piede cretese, il piede inglese e il piede punico. Ciò spiega le leggere differenze che si riscontrano anche in una stessa costruzione ”, differenze che forse contribuiscono al fascino che deriva da una così ampia varietà di dettagli entro l'unità dell'insieme.
Si può immaginare che, quando il rappresentante del Capitolo dava le sue istruzioni e trasmetteva le direttive al maestro, quest'ultimo non potesse non fargli osservare che utilizzava le sue proprie unità di misura: "D'accordo! gli rispondeva allora il canonico, prendi il tuo piede!". È così che questa espressione avrebbe assunto il significato di "agire liberanente, secondo la propria discrezione". Con essa, infatti, si permetteva, nello stesso tempo, di assumere l'iniziativa e di avere la libertà nel proprio lavoro, poiché "prendere il proprio piede », per continuare l'opera iniziata dai predecessori, comportava tutta una serie di piccole variazioni nell'esecuzione si accompagnava con una tendenza a personalizzare vari detttagli della costruzione - mensole, capitelli, apparecchiatura e trattamento delle pietre, elementi decorativi, ecc. -che le minuziose analisi svolte a Chartres hanno permesso di scoprire e di classificare in modo sistematico. Si tratta, insomma, di un antico modo di dire il cui significato originale, oggigiorno, si è ormai perduto, a causa della generalizzazione del sistema metrico e dopo che, nel corso dei secoli si è venuta sviluppando una progressiva uniformità delle misure (...) Ma, in Occidente, i costruttori, che si erano urtati contro la difficoltà di realizzare degli orologi capaci di seguire il tempo solare, non riuscirono a creare strumenti perfezionati ed esatti che a partire dalla fine del XIII secolo. Malgrado l'opposizione della Chiesa (che in Oriente non disarmò mai: la Chiesa ortodossa non ammise mai degli orologi nei propri edifici), il nuovo sistema andò progressivamente imponendosi, poiché era meglio adatto al ritmo urbano della vita. Questa invenzione trasformò l'esistenza quotidiana, imponendole una regolarità indipendente dalle stagioni: ma non è certo che sia stato interamente un miglioramento, né che la giornata lavorativa dell’operaio, che fino ad allora teneva conto del ritmo naturale, sia stata comunque ridotta durante l'estate. Si può pensare che, per quanto riguarda la costruzione, si venissero a creare delle nuove abitudini, nelle quali non era più considerata l'opera, quanto la durata della sua realizzazione, che da quel momento poteva essere contabilizzata. Ciò introduceva una condizione spirituale completamente differente: il tempo che, fino ad allora non poteva venire contabilizzare e quindi, in una certa misura, non "contava", diventa di primaria importanza, a spese dell'opera. Si ritenere che il fatto di essere pagato all'ora inciti l'operaio a non "pasticciare" e a non sprecare il proprio tempo, ma non è così, giacchè egli deve al contrario allinearsi a norme che non tengono in nessun conto il suo ritmo di lavoro personale e-che penalizzano coloro che impiegano troppo tempo nel fare un certo lavoro, mentre il « qualitativo", la bellezza del lavoro, entrano molto difficilmente in considerazione. Operaio qualificato è ormai chi fa un lavoro normale,tecnicamente irreprensibile, in un tempo minimo, non più chi fa il lavoro più bello, giacchè questo è difficilmente misurabile e rimane soggettivo.
Ci si può domandare se le straordinarie realizzazioni gotiche, pazientemente edificate con il lavoro di molte generazioni, sarebbero potute sorgere in questo nuovo quadro, dove il tempo diventava un oggetto misurabile e commerciale, e se la progressiva decadenza dello stile gotico non sia connessa, in una certa misura, alla contabilità delle ore, legata allo sviluppo degli organismi di difesa professionale e dei monopoli corporativi.
Ai nostri giorni, contro l'orologio che fa da sorvegliante, e malgrado la crescita del salario orario, l'edilizia si è difesa un po’ meglio che non l'industria: sottomesso all‘incognita del maltempo e alle variazioni stagionali, il lavoro in cantiere è più rude di quello che si svolge in fabbrica, ma anche più libero. Il lavoro a cottimo, che ha visto l'opposizione, da un punto di vista sociale, dei sindacati e che, come è ovvio, avvantaggia materialmente gli operai più rapidi, più qualificati e più dotati, si era mantenuto in certi settori: oggigiorno esso riappare nelle fabbriche, presentato come uno strumento di liberazione sotto la forma di mansioni collettive, di lavoro col cartellino o di contratti di gruppo.
Per le collettività urbane del XII e del XIII secolo, ancora sottomesse al ritmo solare della campagna, ma dove vanno specializzandosi i mestieri e sviluppandosi gli scambi, la costruzione delle cattedrali costituisce un onere considerevole, nonostante la relativa prosperità derivata dal migliorato rendimento delle colture e dalla crescita commerciale.
Si tratterà, pertanto, di costruirle nelle migliori condizioni possibili e di realizzare il massimo con il minimo costo. Da ciò deriva la costante ricerca di un'economia, non nella qualità - o, almeno, raramente -ma nella quantità dei materiali impiegati. da ciò, anche, l'accettazione delle condizioni del mercato e degli approvvigionamenti. Il legno manca o almeno certi tipi di legno: se ne farà a meno, oppure si troverà un sistema per far bastare quello che si ha, si eviterà al massimo lo spreco, si riutilizzetanno, dopo uno smontaggio ridotto al minimo,leim palcature provvisorie, si ridurranno le impalcature, sostituendole con gli elementi stessi della costruzione. (...)