ENRICO BAJ

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ENRICO BAJ GLI INTELLETTUALI E LA VITA. L'AMARA ESTETICA DEL DISIMPEGNO

Tucidide nelle sue cronache sulla guerra del Peloponneso riferisce questa affermazione di Pericle: “Noi ateniesi sappiamo dare prova di grande audacia, ma passiamo all'azione solo dopo matura riflessione. Presso altri popoli l'ardimento è solo frutto dell'ignoranza perché, quando riflettono, cadono nell'indecisione”.
Vorremmo aggiungere: nell'indifferenza, nel disimpegno. Vi sono buone ragioni per credere che gli intellettuali di oggi soffrano di quella sindrome denunciata da Pericle: preferiscono non impegnarsi per non riflettere. Preferiscono osservare dall'Olimpo delle loro astrazioni colte e infarcite di citazioni sapienziali che il web ti fornisce a iosa, per poi concludere che politica, impegno civile e coinvolgimento antropologico (o umano) non sono cose che riguardano la cultura.
Questa barriera di indifferenza, forse eretta per esorcismo scaramantico, si consolida mentre la nostra società assume sempre di più quelle caratteristiche per cui il filosofo tedesco Ulrich Beck la definisce società del rischio. Questo rischio, ancorché altissimo, viene costruito e accettato sul presupposto di un permissivismo tollerante. Tale mentalità, come vedremo, è utile alla diffusione dello spietato spirito distruttivo di quella società che, andando oltre il concetto di spettacolarizzazione accampato da Guy Debord, definirò come società dei consigli per gli acquisti.
Se una cosa è nociva, se costituisce un veleno, come l'arsenico, se ne dovrebbe vietare la vendita. Non così nel caso di numerose sostanze tossiche prodotte dalla industrializzazione del mondo: il biossido di carbonio, il monossido di azoto, il benzopirene, la diossina, il mercurio, lo zolfo, il piombo e molti altri fattori inquinanti non vengono proibiti in quanto tossici, ma ammessi entro una soglia di tolleranza.
Ogni giorno alcune centraline indicano le concentrazioni di inquinamento e i giornali riferiscono dello stato dell'aria, che in genere è scadente, quando non pessimo. Quale poeta ha mai composto un inno o almeno una filastrocca sullo stato delle nostre inalazioni?
Nella società del rischio circolano di nuovo le potenze invisibili, i demoni. Non si tratta più dell'invisibile religioso o mistico, bensì dell'invisibile iatrogeno e tossico: radiazioni, virus, distruzione degli agenti immunitari, buchi neri, mutazioni genetiche e atmosferiche, mucche impazzite perché possedute dal demonio carnivoro e, last but not least, anche le pallottole all'uranio.
Mi domando: col terrore che tutti hanno della distruzione nucleare, e anche delle scorie radioattive, c'era proprio bisogno di usare l'uranio e di discuterne ora burocraticamente per stabilire il principio dell'impossibilità persino di una moratoria?
Risposta: forse l'uomo, come la vacca, impazzisce a mangiar carne. Ora poi che col benessere ne mangia molta, la pazzia diventa furiosa.
Hitler era un pazzo furioso, oggi è l'intera civiltà occidentale che sembra dare in smanie, ora per la new economy, ora per la guerra nel Golfo o nei Balcani, sempre per governare su una immensa discarica di detriti nucleari, di auto da demolire, di bovini fuori di testa, di uranio impoverito. Questo è il mondo, o almeno la sua parte più ricca. Gli indiani saranno poveri, ma hanno capito che le vacche non si toccano.
Tutta questa società del rischio non interessa, non commuove, non suscita lo sdegno di nessuno, né ispira un urlo, un lamento, un quadro o un'elegia. I sindacati continuano a organizzare i loro scioperi; gli aerei, treni, metropolitane, e ora pure le ruote del lotto si fermano; i ricchi vanno a Portofino, a Saint Moritz o a Dubai. Gli uomini della finanza si ritrovano a Davos o a Villa d'Este.
L'arte intesa come gioco formale porta al distacco e all'indifferenza per la cultura.
Gli intellettuali, come ha scritto recentemente Carlo Bo su queste colonne (Corriere del 20 dicembre 2000), “sono affetti da disinteresse, appiattimento sui propri interessi, distrazioni, mancanza di desiderio, di curiosità, di passione”.
L'arte è del tutto indifferente: formale, estetica, situazionista, paludata di concettualismo. Questo concettualismo dal punto di vista filosofico e della capacità di pensare è una catastrofe, è un concettualismo degno del mercato dell'arte e delle aste truccate di cui ora si parla.
“L'arte contemporanea è nulla”, dice Baudrillard, “è del pompierismo ufficiale”, afferma Virilio. “E l'era del vuoto”, sostiene Lipovesky, “è l'impero del non-senso” secondo Jacques Ellul. Per Hélé Béji tutto ciò è inumano.
Nonostante l'enorme sviluppo delle strutture museografiche, le arti plastiche sono state divorate dalla fotografia e dal video. Astraendosi dalla vita e dall'uomo stanno lentamente scomparendo dalla scena della storia. Già negli anni Trenta Antonin Artaud, col suo Teatro della Crudeltà, aveva denunciato la crisi di una intera cultura che non poteva più risolvere la questione dell'uomo e del suo rapporto con il mondo, non sapendo più risolvere il rapporto tra la realtà e la sua rappresentazione. L'arte come fabbricazione di giochi formali si separava dalla circolazione della vita e mirava a costruire un'estetica del tutto distaccata, come un dominio separato. Con disimpegno.
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ENRICO BAJ DESIGN

II design, che consiste nel disegnare l’aspetto esteriore di mobili, oggetti, attrezzi, automobili, eccetera, è la moda applicata all’oggettistica
Varranno quindi anche per il design le stesse osservazioni che formuliamo per la moda
Qualche considerazione merita comunque la nascita e lo sviluppo di questa disciplina estetica che spesso è esercitata da architetti: l’ideologia del design è di matrice tedesca e se ne ebbero le prime avvisaglie colla fondazione nel 1907 del Werkbund, una associazione avente per obiettivo di nobilitare il lavoro professionale grazie alla cooperazione dell’arte, dell’industria e dell’artigianale
La volontà di introdurre l’arte nella vita e nella produzione di massa spinse gli artisti a lavorare con gli industriali per inserire le nuove forme dell’arte moderna nella fabbricazione degli oggetti della vita quotidiana
Simili ideologie passarono poi al Bauhaus (1919-1933,u) famosa scuola d ’arte e mestieri fondata a Dessau da Walter Gropius, ove insegnarono le più grandi personalità dell’arte moderna
Nasceva così il design con tipiche caratteristiche di ‘stilizzazione lineare e razionale e con funzione estetica e culturale aliti-kitsch
Infatti quegli artisti sentivano l’urgenza di combattere il cattivo gusto (kitsch) dilagante fin dalla fine del secolo precedente
Il design moderno diventava così un fatto artistico e sociale destinato a rapidissima crescita perché sempre più accettato da stilisti, industriali e consumatori
I grandi impulsi ideali per un rinnovamento culturale, sociale e materiale e per una migliore qualità della vita si fusero ben presto con la frenesia della mass production, mentre la brezza del tempo trascinava con sé una nuova ideologia, totalmente autosufficiente e basata sulla espansione esponenziale dei consumi
Il funzionalismo promosso dal Bauhaus a teoria fondamentale dell’arte e della vita moderna voleva eliminare il superfluo a cominciare dall’ornato decorativo e dare all’oggetto una forma corrispondente al suo uso
Il Bauhaus proponeva quindi un rigore formale e la eliminazione di fronzoli inutili e di tutto quanto non partecipasse a una necessità di funzione
Questo ascetismo filosofico, oltre che estetico, non poteva non cadere in contraddizione con la società dell’abbondanza, la cui etica è quella di far girare la macchina e di produrre soprattutto il superfluo, il non funzionale, in una accelerazione continua di mercato
Quella che doveva essere una semplice modernizzazione estetica e funzionale dei prodotti industriali è divenuta oggi un elemento di seduzione per facilitare la vendita, invogliando all’acquisto
Così al supermercato della superproduzione della società affluente vengono continuamente presentati oggetti neo-kitsch, oggetti improntati a un fondamentale cattivo gusto, ma ammantati di una forma e di uno pseudo-funzionalismo che dia una impressione di modernità
Ne sono un chiaro esempio le forme aerodinamiche applicate a oggetti statici quali un ferro da stiro, le superfici opulente e dorate che mirano a soddisfare desideri inappagati di ricchezze e infine la ridondanza di imbottiture e di cuscini profusi su voluttuosi divani e poltrone
Qui appunto è rintracciabile quel senso neo-barocco sottolineato da Ornar Calabrese: nell’inutilità delle forme e nella ridondanza degli imbottiti e anche nella scomodità assoluta e barocca di seggiole e sofà, i cui schienali e piani d’appoggio, a seconda della moda corrente, sono spesso altissimi oppure bassissimi, larghissimi oppure strettissimi, quasi che i nostri arti e colonne vertebrali possano allungarsi o raccorciarsi a piacere del designer
Una seggiola concepita da un nostro famoso designer, Vico Magistretti, mi ha particolarmente colpito in tempi recenti: essa era profonda una ventina di centimetri e in compenso larga circa un metro
Sembrava fatta per uno di quei personaggi di Botero, grassissimi ma abbastanza piatti, data la difficoltà che questo pittore sembra incontrare nel rendere col chiaroscuro il senso della profondità e della rotondila
Quella seggiola insomma poteva andar bene per persone dai fianchi larghissimi, ma dal culo completamente piatto per via di una atrofia glutea
Eppure, stando al successo su scala mondiale del nostro design e dei nostri stilisti, questi oggetti si vendono
Infatti il cliente, il compratore vuole sempre sentirsi dalla parte del progresso
Bisogna essere o apparire scattanti, efficienti e giovanili; bisogna amare il nuovo e quindi circondarsi in casa e in ufficio e per strada di quei prodotti ai quali è stato conferito un aspetto di modernità a buon comando, facendoli credere nuovi e in linea con il progresso
Sarà perché vi è poca creatività, sarà perché vi è un gran consumo di tutto, le idee originali oggi sono insufficienti a soddisfare la richiesta continua di novità che la moda e il design hanno introdotto nel gusto corrente
,Per conseguenza largamente si vive di rivisitazioni, di revival, di postmoderno, che altro non è se non il recupero di un passato fino a poco fa ritenuto ignobile
Agli inizi degli anni Sessanta Franco Marinotti, presidente di una grande società industriale, faceva costruire un palazzo in corso di Porta Nuova a Milano, ora sede della Banca Commerciale Italiana, che è un incrocio di stile Novecento e di neoclassico, di stile kitsch per dirla in breve
La cosa fu criticatissima e disgustò molti modernisti: ora se passi di lì, in corso di Porta Nuova, ti sembra di essere di fronte a un palazzo postmodern; un palazzo che starebbe benissimo nel grande Civic Center per le arti concepito a Miami da Philip Johnson, il più famoso architetto di New York
Questo centro è una sorta di isola pedonale o piazzetta sopraelevata alla quale si accede per una breve salita fiancheggiata da cascatelle d’acqua
Sulla piazza abbondano edifici di gusto un po’ arcaico, con colonne, archi, ferri battuti e falsi lampioni alla veneziana
Ci manca solo, lì a Miami, il palazzo di Marinotti, vero precursore del gusto retro contemporaneo
A causa del bombardamento continuo di immagini e di messaggi ricevuti, si dimentica presto il passato, anche quello prossimo
E così che nel 1988 è possibile riproporre come grande invenzione la minigonna e tutti i vestiti femminili corti e cortissimi che, lanciati in Inghilterra da Mary Quant, erano durati sino agli inizi degli anni Settanta
Insomma dopo solo quindici anni viene riproposta la stessa minestra riscaldata e ciò passa per gran novità
ENRICO BAJ FALSI

... v'erano anche dei falsi Baj, due dei quali, quando li vidi, mi piacquero moltissimo, al punto che fui indotto a copiarli
Ne ho tratto la conclusione che anche un’opera falsa può costituire motivo di ispirazione: essere cioè più viva di tante opere autentiche ma insignificanti
Spesso le opere d’arte contemporanea sono assai facili da falsificare
Un mercante, che menava gran vanto di saper distinguere i falsi, mi mostrò un Fontana, lodandosi di averne subito scoperto la falsità
Ma chiunque avesse visto in vita sua qualche Fontana se ne sarebbe accorto anche a cento metri di distanza
Trattavasi di una tela molliccia, recante al centro due tagli mal fatti, tutti slabbrati e cadenti: una vera porcheria, nemmeno qualificabile come falso
Tale è oggi l’approssimazione e la fretta del fare, che è ormai difficile imbattersi in falsari di qualità e di sicura tecnica.
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ENRICO BAJ NUOVO MANIFESTO FUTURISTA

In arte, dopo il dinamismo plastico di Boccioni si è avuta anche un'aeropittura, cioè una pittura fatta in aereo o conseguente a supposte emozioni aeree. Ma quei dipinti, se bene li osserviamo, non volano affatto; sono più statici della Fornarina o della Gioconda.
Immobilità è segno di grandezza, di storia, di durata, di contemplazione, di vita, di cultura e di morte.
Immobilità è segno di contemporaneità: cosa fanno le nostre automobili, status symbol primario del nostro vivere e della nostra spiritualità, se non per la più parte del tempo stare immobili durante interminabili code? oppure parcheggiate su marciapiedi? e ostacolate, quando si voglia riprenderle, da altre auto in seconda e terza posizione! A Parigi anni fa già era nata una nuova figura, quella del "collezionista o amatore d'arte in terza posizione", che entra rapido come una folgore in una esposizione d'arte e subito si precipita via perché la sua auto è in mezzo alla strada.
L'immobilità di un albero, cui il fatto di star sempre fermo in quel punto non preclude una ben maggiore longevità (quanto a aspettativa di vita) e ben migliore qualità di vita, per usare terminologie attuali, è ben più nobile della mobilità dei mezzi semoventi e dei loro utenti. Che dire della pietra, delle rocce eterne e maestose, dei minerali tutti?
L'idea stessa di progresso è aberrante.
Progresso, progredire sono termini di moto: un moto non calcolabile né misurabile. Non è chiaro quindi perché l'uomo abbia sposato così saldamente questo fanatismo del progresso, sino alla massima mussoliniana: "Indietro non si torna". Certo l'idea del comfort, o quella di prolungare la vita mediante nuovi farmaci, sono allettanti perché corrispondono alla speranza di eliminare la fatica e di allontanare nel tempo la morte. A queste seduzioni va aggiunto che l'uomo è un prodotto anomalo della natura, è una devianza che proprio la natura da cui trae origine e nutrimento, vuole distruggere. L'uomo, Marinetti docet, è un essere estremamente aggressivo, che pratica comunemente l'aggressione intraspecifica anche nel gioco (vedi calcio, pugilato) o nella festa (vedi carnevale) e conseguentemente per lui e non per i lupi fu coniata la massima homo homini lupus.
Nulla vieta, a correggere l'errore che ha portato la civiltà nel vicolo cieco dell'insensato materialismo produttivista, che il mito della macchina, dell'energia, del movimento, venga soppiantato da idee più umane e più naturali. Anziché aspirare a muoversi dinamicamente e meccanicamente, l'uomo del futuro potrebbe coltivare il piacere della stasi e della contemplazione, della calma, della serenità, della noia. Alla staticità non si contrappongono i movimenti naturali e altri meno naturali eppure effettivamente necessari: si contrappongono invece i movimenti violenti, forzati, ideologicizzati, fanatizzati.
È così che, abbandonati i sentieri della dinamica forzosa, lasciata la puzzolente automobile tra i liquami melmosi d'officina, distesi a contemplare il lento corso degli spazi celesti, ci trovammo a stendere il Nuovo Manifesto Futurista:
1. Noi disprezziamo il pericolo, lo spreco, la forza.
2. Coraggio, audacia, esaltazione portano lotta e morte.
3. Disprezziamo il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno. Esaltiamo la quiete pensosa, l'estasi, il sonno e il dolce far niente.
4. Velocità è bruttura: la più bella automobile da corsa, ruggente che sembra correre sul filo della mitraglia, fa schifo se paragonata a una qualunque immagine naturale o artistica: e si lasci in pace la Vittoria di Samotracia.
5. Noi disprezziamo il volante, il cambio, l'acceleratore, il motore sprint e la fetente benzina, droga d'ogni motorista. La petroldipendenza è a livelli insopportabili.
6. Ardore, sfarzo e munificenza accompagnino la creatività del poeta lontano da roboanti ferraglie.
7. Non vi è bellezza se non nella quiete. L'aggressività non ha a che fare con arte e poesia, anzi ne è l'opposto.
8. La dimensione umana si svolge da sempre nello spazio e nel tempo, nei limiti del territorio e della durata. L'eterna velocità onnipresente è una coglioneria bella e buona. Vogliamo giacere, fornicando senza fretta.
9. Vogliamo glorificare la Donna, e disprezzare la guerra, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore e le "belle" idee per cui si muore. Unica morte accettabile è quella nel proprio letto.
10. Musei, biblioteche, accademie non ci riguardano ma non vi è alcun bisogno di distruggerle. Siamo per il femminismo, per la donna portatrice di vita e non di distruzione. Respingiamo quindi l'immagine aberrante di una parità sessuale che non esiste e la maschilizzazione nel capitanato d'industria, nella competizione e nella violenza.
11. Fanno schifo le grandi folle manipolate dai media, il fervore degli arsenali e dei cantieri, i fumi puzzolenti e venefici delle officine, i moti rivoluzionari e fasulli delle violente e criminali città moderne. Fa schifo il baccano delle locomotive e ogni pretesto motoristico che induce corruzione, consumismo, miasmi, inquinamenti e incidenti a catena. Vogliamo una società solare.
Noi fondiamo oggi il Futurismo Statico, in nome dell'immobilismo plastico, per liberare gli uomini dalla cancrena del moto, del motore, del turismo dopolavoristico o intellettuale che sia. Voi ci credete pazzi mentre proponiamo una nuova sensibilità.
Fuori dall'atmosfera gli spazi sono infiniti e il sistema galattico in cui viviamo è di tale grandezza che in esso ogni moto si annulla. Nella calma e nell'incedere di chi voglia ancora spostarsi naturalmente potremo ritrovare la misura di noi che è illimitazione.
L'immaginario dei cieli è il nostro habitat che il tempo scandisce nel divenire della memoria. Stesi sul letto del mondo, accarezziamo la volta stellare. Ubu è con noi.
Enrico Baj 31 ottobre 1983