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Nel
Medioevo i prodotti di quelle che siamo soliti considerare come le «arti
maggiori» non erano necessariamente i più apprezzati: un ricamo poteva
venir assai più considerato di un dipinto, un sigillo richiedere l’intervento
dei più abili artisti, un orafo poteva essere stimato assai più di uno
scultore, infine il committente poteva essere — e per lungo tempo fu —
considerato ben più dell’artista o almeno coinvolto inestricabilmente
al pari di lui nella creazione dell’opera.
È questo uno “degli aspetti che ci potranno sembrare più singolari e inattesi,
eppure una tale situazione ci viene suggerita da più di un indizio.
Possiamo infatti trovare su una scultura o un’oreficeria un’iscrizione
che reca un nome seguita dall’espressione «me fecit» o, in altri casi,
un nome seguito da un «fieri fecit». Avremmo quindi ragione di credere
che laddove è l’opera a parlare per indicare chi l’ha creata («me fecit»)
il nome indicato sia quello dell’autore, di chi aveva scolpito la pietra,
il legno, il marmo, di chi aveva lavorato i-metalli preziosi, mentre nel
secondo caso, ovviamente, che l’espressione «fieri fecit» (fece fare)
indichi il committente, colui che l’ha ordinata e voluta.
Ma se in quest’ultimo caso non dovrebbero sussistere dubbi, il primo pone
più di un problema. In alcune circostanze infatti il «me fecit» può alludere
all’uno o all’altro ruolo, in quanto nel Medioevo artista e committente
potevano trovarsi, per così dire, sulla stessa sponda e, addirittura,
chi aveva ordinato l’opera, il committente, poteva essere considerato
l’autentico autore.
Proprio questo dichiara esplicitamente nel secolo IX Anastasio Bibliotecario
quando scrive all’imperatore Carlo il Calvo, lodandolo per quanto egli
aveva fatto in pro’ della diffusione della cultura non solo latina, ma
anche greca: «Anche tu fai, perché susciti ed esorti al fare, e spesso
noi diciamo di qualcuno che ha fatto una grande casa, ma non perché l’ha
costruita propriamente con le mani, ma con le parole», intendendo dunque
che il vero autore di un edificio è colui che l’ha commissionato.
Una posizione non dissimile troviamo espressa nell’iscrizione di uno smalto
della metà del secolo XII, frammento di un’opera di oreficeria commissionata
dall’arcivescovo di Winchester Enrico di Blois, gran committente di opere
d’arte, che vi è rappresentato prostrato mentre offre all’Eterno un altare
o una cassetta-reliquiario di smalto che regge fra le mani.
Troviamo qui, in una singolare interpretazione di un topos ovidiano,
l’iscrizione «ars auro gemmisque prior; prior omnibus autor». Se il termine
di autor si riferisce a Enrico di Blois (non è da escludere che esso possa
alludere invece al supremo creatore), dovremmo tradurlo così «l’arte è
superiore all’oro e alle gemme; ma prima di tutti è il committente» (che,
appunto, viene chiamato l’autore).
Le fonti letterarie e i monumenti illustrano questa peculiare immagine
che nel Medioevo si ha del committente con due casi clamorosi, all’inizio
del secolo XI quello di Bemoardo di Hildesheim, nel XII quello di Sugerio
di Saint-Denis. Nel primo caso le fonti attribuiscono a Bemoardo una conoscenza
e una pratica delle tecniche artistiche eccezionali, unite al tempo stesso
a una non meno eccezionale attività di committente, mentre negli scritti
di Sugerio sulla consacrazione della chiesa di Saint-Denis il suo ruolo
di inventore e creatore viene ripetutamente esaltato e il suo nome continuamente
ripetuto —come era ripetuto instancabilmente nelle opere da lui commissionate
per la sua chiesa — a scapito di quelli degli artefici che per lui avevano
lavorato e dei quali non viene tramandato neppure un nome.
Ma come chiamare coloro che con le loro mani lavorarono la pietra, o i
metalli, istoriarono le pagine dei codici: artefici, artigiani, artisti?
A giudicare dalla qualità delle opere da loro prodotte noi li chiameremmo
senz’altro artisti, e spesso grandissimi, ma questo termine non esisteva
nel vocabolario medievale o non si applicava a loro quanto piuttosto —
quando, e raramente, si incontra — a coloro che studiavano o praticavano
quelle tecniche mentali e non manuali che erano le arti liberali, privilegiate
nei confronti di attività considerate non nobili ma servili, come
le «arti meccaniche».
Questa distinzione di origine classica, eretta a sistema da Marziano Capella
e da Cassiodoro, fu il peccato originale degli artisti figurativi, i cui
prodotti ottenuti con il lavoro della mano vennero nel Medioevo regolarmente
discriminati rispetto a quelli dell’ingegno, mentre i testi letterari
furono regolarmente considerati come appartenenti a un piano più alto
rispetto a quelli figurativi.
Due esempi lo mostreranno con particolare evidenza: la vita di sant’Eligio,
orafo, monetiere e personaggio chiave della corte merovingia, narra di
come Eligio, mentre era intento al suo tavolo di orafo, tenesse aperto
davanti a sé un libro in modo da portare avanti nello stesso tempo un
duplice lavoro, manuale per gli uomini, mentale per Dio («manus usibus
hominum, mentem usui mancipabat divino»), mentre la vita di Bemoardo di
Hildesheim annota che «quantunque il suo animo ardesse di vivacissimo
fuoco per ogni scienza liberale, egli si dedicò a studiare quelle arti
di minor peso che vengono chiamate meccaniche».
La distinzione tra artisti e artigiani è relativamente recente e risponde
al fatto di privilegiare l’atto creativo, l’unicità e irripetibilità del
prodotto, al farsi strada di una certa idea del genio.
D’altronde, se nel Medioevo è esistita, in assai scarsa misura e volta
a fini particolari, una qualche forma di commercio di opere (l’abate Gauzlin
il fondatore dell’abbazia di Fleury — oggi Saint-Benoit-sur-Loire — acquista,
o fa acquistare a Roma all’inizio dell’XI secolo avori, oreficerie e,
ciò che è più ovvio, porfidi e marmi preziosi), tendenze al vero e proprio
collezionismo non si svilupparono in modo significativo prima del XIV
secolo, salvo rare eccezioni, tra cui quella celebre di Federico II. Ma
ciò non significa che non sia esistito — e nelle fonti ne abbiamo prove
in abbondanza — un apprezzamento di quella che noi chiamiamo la qualità
artistica come pure — e anche di questo abbiamo testimonianze — un apprezzamento
per il singolo artefice e per le sue peculiari qualità...
Colpisce molto il fatto che gli artisti in quanto tali avessero ben
poco rilievo nella società, soprattutto nell’Alto Medioevo.
Contava solo il committente, il vescovo, il principe, il nobile, dal quale
scaturiva l’iniziativa dell’opera. I «lavoratori dell’arte» agivano anonimamente,
erano organizzati in corporazioni e vantavano una gamma vastissima di
specializzazioni. Conoscevano un’enciclopedia di tecniche, trucchi e ricette
che hanno permesso loro di innalzare le volte delle chiese e quasi in
contemporanea di ammantarle di vetrate, affre-schi, arredi... Gli stessi
artisti che miniavano i libri erano anche orafi, i pittori che si occupavano
delle grandi pale d’altare potevano all’occorrenza essere impiegati come
decoratori di bandiere, stemmi e vessilli. Le competenze dunque erano
diverse ma quasi nessuno agiva individualmente. Si preferiva lavorare
in team: i documenti parlano di «magistri concertantes» che faticano e
sudano non per affermare se stessi o passare alla storia ma per la «maggiore
gloria di Dio». (M.Car.) 
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