Organizzazione del lavoro e rapporti di produzione Simone Brero © 1997

Il nostro lavoro di archeologi dell'organizzazione ci porta, questa volta, davvero lontano.
Ci conduce infatti a focalizzare l'attenzione su un periodo compreso tra i secoli V e IV a.C. e su una delle più importanti e complesse civiltà pre-moderne: la civiltà greca.
In particolare, ci proponiamo di analizzare l'organizzazione produttiva e i rapporti di produzione che interessavano un elemento portante dell'economia Ateniese: l'artigianato.
Ad accompagnarci in questo viaggio nel passato saranno due illustri personaggi che si sono occupati, tra le altre cose, di organization theory: Platone e Aristotele. Il pensiero dei due filosofi ci fornisce infatti una documentazione compatta in materia di statuto dell'artigiano, struttura dei processi produttivi, sistema delle tecniche che, confrontata con dati di altro genere (storico-archeologici), si rivela fondamentale per addentrarsi nel funzionamento dei laboratori artigianali dell'antica Atene.
A differenza di quella che si presume fosse la forma sociale del laboratorio artigiano in età più antica, strutturato su una dipendenza pressoché totale dal committente, detentore anche del materiale di lavorazione, l'artigiano ateniese di età classica dispone in proprio sia dell'ambiente di lavoro che degli strumenti e della materia prima.
E' quanto si ricava da Platone (Euthydemus), che descrive il processo produttivo nei suoi termini essenziali:
l'artigiano (demiourgòs), nella fattispecie il falegname (tekton), è proprietario sia degli attrezzi (organa), che del materiale.
Con materiali e strumenti, egli fabbrica la suppellettile richiesta, usando la propria competenza, il proprio specifico sapere professionale (episteme tektonikè).
All'interno della singola unità produttiva (laboratorio), il processo di fabbricazione si articola però anche in funzione di una stratificazione di ruoli, nel rapporto tra "maestro" e "apprendista", fra "capomastro" e "operai". Sia in Platone che in Aristotele è presente la tendenza a sottolineare le gerarchie interne al laboratorio e questa scomposizione verticale è enfatizzata da Platone (Politicus): "il capomastro (architekton) non è mai egli stesso operaio (ergatikòs), ma è capo di operai (ergaton archon)".
L'architekton ha la funzione di "ordinare a ciascun operaio ciò che è conveniente fare finchè il comando sia eseguito".

Questo aspetto gerarchico, di subordinazione, è riproposto da Aristotele (Ethica Nicomachea) in funzione del "dominio" che l'artigiano (technites) esercita nei confronti dello strumento, dominio che Aristotele considera del tutto omologo a quello in atto fra "governante" e "governato" e fra "padrone" e "schiavo".
Tuttavia, è probabile che in tale concezione gerarchica platonico-aristotelica si rifletta, più che l'effettiva organizzazione del lavoro, un'ideologia schiavistica che porta a ignorare o a sottovalutare il momento cooperativo all'interno del processo produttivo, facendo risaltare invece i rapporti di dominanza.
Per quanto riguarda una presumibile diversificazione del personale in mansioni più o meno qualificate, si può osservare che la limitata scala della produzione, le dimensioni del laboratorio e lo scarso volume di mercato rendevano impraticabile un'avanzata divisione del lavoro: l'artigiano troppo "specializzato" avrebbe facilmente rischiato periodi più o meno lunghi di disoccupazione, in rapporto alle oscillazioni della richiesta.

Una gerarchia di tecniche.
Tra i diversi settori produttivi dell'artigianato ateniese (fabbro, carpentiere o falegname, vasaio, conciapelli, filatura tessitura rifinitura) possono essere distinti laboratori "a ciclo completo" e "a ciclo parziale".
Lavoravano a ciclo completo i laboratori del vasaio (dal reperimento dell'argilla alla rifinitura del manufatto) e, almeno in certi casi, quello del fabbro, ma nella maggior parte dei casi il laboratorio artigiano provvedeva solo ad un segmento del processo produttivo totale.
Non mancavano, tuttavia, forme di integrazione fra distinte fasi del processo, come quella fra il reperimento-preparazione della materia prima e la sua lavorazione.
Nella sintesi del pensiero "tecnico" platonico, formulata da Diogene Laerzio, si parla di una classificazione delle technai in tre ordini:tecniche acquisitivo-preparatorie, per es. metallurgia (metalleutikè) e taglio del legname (hylotomikè); tecniche di trasformazione: arte fabbrile e falegnameria; tecniche d'uso.
Stando a Diogene Laerzio, nel sistema platonico queste tre classi di tecniche sarebbero denominate "tecniche prime", "seconde" e "terze", secondo una scala gerarchicamente ascendente.
Ciò che soprattutto preme a Platone e ad Aristotele è di sottolineare il carattere subordinato, "servile", che hanno le attività primarie rispetto alle secondarie. Inoltre, Platone aveva già distinto le tecniche aventi qualità di "cause" (aitiai: quelle che fabbricano l'oggetto stesso) dalle tecniche "accessorie" (synanitiai); queste ultime "non producono l'oggetto, ma apprestano e forniscono gli strumenti a quelle che lo producono, quegli strumenti in assenza dei quali non potrebbe mai venir fabbricato ciò che viene commesso a ciascuna singola arte" (Politicus).

E' interessante notare che mentre nei sistemi capitalistici la produzione di macchine utènsili occupa un posto prioritario, economicamente e tecnologicamente, rispetto alla produzione del manufatto con quelle stesse macchine, in un'economia "precapitalistica" tale rapporto è capovolto: chi fabbrica tessuti occupa una posizione più elevate di chi fabbrica telai.
Questa gerarchia fra comparti diversi va interpretata come una costruzione ideologica finalizzata al primato dell'uso (o del consumo), rispetto alla produzione, primato che rimane indiscutibilmente l'ideale, non solo platonico-aristotelico, ma anche della società greca in quanto dominata dalla classe degli "utenti" (e insieme dei "proprietari"), non da quella dei "produttori".

L'impresa guidata del cliente?
Un rapporto di dominio/subordinazione è quindi riscontrabile anche tra produttori e consumatori, tra tecniche di produzione e tecniche d'uso: è il consumatore che condiziona e governa il produttore.
Anche qui il rapporto codificato da Platone e Aristotele appare capovolto rispetto a quello dominante nelle formazioni sociali capitalistico-industriali di tipo tradizionale, avvicinandosi semmai (idealmente) ad alcune istanze tipiche delle forme organizzative post-fordiste.
Nella concezione platonico-aristotelica l'aspetto conoscitivo, la competenza specifica sull'uso e sulla funzionalità del manufatto è demandato e riservato al consumatore: si instaurerà una sorta di cooperazione tra utente-committente ed esecutore in cui il primo, detentore del vero sapere, indurrà nel secondo non più che un livello inferiore di conoscenza (la pistis orthè), che consentirà a quest'ultimo di fabbricare l'oggetto.

Tuttavia, per non restare prigionieri della teorizzazione platonico-aristotelica, occorre valutarne il concreto fondamento storico.
A questo proposito, sembra del tutto inattendibile riconoscere un fondamento reale alla teoria secondo la quale sarebbe il committente a monopolizzare la conoscenza tecnica del prodotto.
Anche a livelli rudimentali di produzione artigianale il produttore non poteva non gestire competenze specifiche, legate alla tradizione del mestiere, ed è quello che implicitamente ammette Platone quando affida all'artigiano il compito di trasferire nella materia il modello "ideale", operandovi gli adattamenti relativi ad ogni specifica "commessa".

Le teorizzazioni platonico-aristoteliche, per concludere, costituiscono solo in parte una descrizione delle condizioni obiettive della produzione e devono essere utilizzate come una delle fonti (documento, o piuttosto "monumento") della storia dell'artigianato ateniese.