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Il
nostro lavoro di archeologi dell'organizzazione ci porta, questa volta, davvero
lontano. Ci conduce infatti a focalizzare l'attenzione su un periodo compreso
tra i secoli V e IV a.C. e su una delle più importanti e complesse civiltà
pre-moderne: la civiltà greca. In particolare, ci proponiamo di analizzare
l'organizzazione produttiva e i rapporti di produzione che interessavano un
elemento portante dell'economia Ateniese: l'artigianato.
Ad accompagnarci in questo viaggio nel passato saranno due illustri personaggi
che si sono occupati, tra le altre cose, di organization theory: Platone e
Aristotele. Il pensiero dei due filosofi ci fornisce infatti una documentazione
compatta in materia di statuto dell'artigiano, struttura dei processi produttivi,
sistema delle tecniche che, confrontata con dati di altro genere (storico-archeologici),
si rivela fondamentale per addentrarsi nel funzionamento dei laboratori artigianali
dell'antica Atene.
A
differenza di quella che si presume fosse la forma sociale del laboratorio
artigiano in età più antica, strutturato su una dipendenza pressoché totale
dal committente, detentore anche del materiale di lavorazione, l'artigiano
ateniese di età classica dispone in proprio sia dell'ambiente di lavoro che
degli strumenti e della materia prima.
E' quanto si ricava da Platone (Euthydemus), che descrive il processo produttivo
nei suoi termini essenziali:
l'artigiano (demiourgòs), nella fattispecie il falegname (tekton), è proprietario
sia degli attrezzi (organa), che del materiale.
Con materiali e strumenti, egli fabbrica la suppellettile richiesta, usando
la propria competenza, il proprio specifico sapere professionale (episteme
tektonikè).
All'interno della singola unità produttiva (laboratorio), il processo di fabbricazione
si articola però anche in funzione di una stratificazione di ruoli, nel rapporto
tra "maestro" e "apprendista", fra "capomastro"
e "operai". Sia in Platone che in Aristotele è presente la tendenza
a sottolineare le gerarchie interne al laboratorio e questa scomposizione
verticale è enfatizzata da Platone (Politicus): "il
capomastro (architekton) non è mai egli stesso operaio (ergatikòs), ma è capo
di operai (ergaton archon)".
L'architekton ha la funzione di "ordinare a ciascun
operaio ciò che è conveniente fare finchè il comando sia eseguito".
Questo aspetto gerarchico, di subordinazione, è riproposto da Aristotele
(Ethica Nicomachea) in funzione del "dominio" che l'artigiano (technites)
esercita nei confronti dello strumento, dominio che Aristotele considera del
tutto omologo a quello in atto fra "governante" e "governato"
e fra "padrone" e "schiavo".
Tuttavia, è probabile che in tale concezione gerarchica platonico-aristotelica
si rifletta, più che l'effettiva organizzazione del lavoro, un'ideologia schiavistica
che porta a ignorare o a sottovalutare il momento cooperativo all'interno
del processo produttivo, facendo risaltare invece i rapporti di dominanza.
Per quanto riguarda una presumibile diversificazione del personale in mansioni
più o meno qualificate, si può osservare che la limitata scala della produzione,
le dimensioni del laboratorio e lo scarso volume di mercato rendevano impraticabile
un'avanzata divisione del lavoro: l'artigiano troppo "specializzato"
avrebbe facilmente rischiato periodi più o meno lunghi di disoccupazione,
in rapporto alle oscillazioni della richiesta.
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Una gerarchia di tecniche.
Tra i diversi settori produttivi dell'artigianato
ateniese (fabbro, carpentiere o falegname, vasaio, conciapelli, filatura tessitura
rifinitura) possono essere distinti laboratori "a ciclo completo"
e "a ciclo parziale".
Lavoravano a ciclo completo i laboratori del vasaio (dal reperimento dell'argilla
alla rifinitura del manufatto) e, almeno in certi casi, quello del fabbro, ma
nella maggior parte dei casi il laboratorio artigiano provvedeva solo ad un
segmento del processo produttivo totale.
Non mancavano, tuttavia, forme di integrazione fra distinte fasi del processo,
come quella fra il reperimento-preparazione della materia prima e la sua lavorazione.
Nella sintesi del pensiero "tecnico"
platonico, formulata da Diogene Laerzio, si parla di una classificazione delle
technai in tre ordini:tecniche acquisitivo-preparatorie, per es. metallurgia
(metalleutikè) e taglio del legname (hylotomikè); tecniche di trasformazione:
arte fabbrile e falegnameria; tecniche d'uso.
Stando a Diogene Laerzio, nel sistema platonico queste tre classi di tecniche
sarebbero denominate "tecniche prime", "seconde" e "terze",
secondo una scala gerarchicamente ascendente.
Ciò che soprattutto preme a Platone e ad Aristotele è di sottolineare il carattere
subordinato, "servile", che hanno le attività primarie rispetto alle
secondarie. Inoltre, Platone aveva già distinto le tecniche aventi qualità di
"cause" (aitiai: quelle che fabbricano l'oggetto stesso) dalle tecniche
"accessorie" (synanitiai); queste ultime "non
producono l'oggetto, ma apprestano e forniscono gli strumenti a quelle che lo
producono, quegli strumenti in assenza dei quali non potrebbe mai venir fabbricato
ciò che viene commesso a ciascuna singola arte" (Politicus).
E' interessante notare che mentre nei sistemi
capitalistici la produzione di macchine utènsili occupa un posto prioritario,
economicamente e tecnologicamente, rispetto alla produzione del manufatto con
quelle stesse macchine, in un'economia "precapitalistica" tale rapporto
è capovolto: chi fabbrica tessuti occupa una posizione più elevate di chi fabbrica
telai.
Questa gerarchia fra comparti diversi va interpretata come una costruzione ideologica
finalizzata al primato dell'uso (o del consumo), rispetto alla produzione, primato
che rimane indiscutibilmente l'ideale, non solo platonico-aristotelico, ma anche
della società greca in quanto dominata dalla classe degli "utenti"
(e insieme dei "proprietari"), non da quella dei "produttori".
L'impresa guidata del cliente? Un rapporto di dominio/subordinazione è quindi
riscontrabile anche tra produttori e consumatori, tra tecniche di produzione
e tecniche d'uso: è il consumatore che condiziona e governa il produttore.
Anche qui il rapporto codificato da Platone e Aristotele appare capovolto rispetto
a quello dominante nelle formazioni sociali capitalistico-industriali di tipo
tradizionale, avvicinandosi semmai (idealmente) ad alcune istanze tipiche delle
forme organizzative post-fordiste.
Nella concezione platonico-aristotelica l'aspetto conoscitivo, la competenza
specifica sull'uso e sulla funzionalità del manufatto è demandato e riservato
al consumatore: si instaurerà una sorta di cooperazione tra utente-committente
ed esecutore in cui il primo, detentore del vero sapere, indurrà nel secondo
non più che un livello inferiore di conoscenza (la pistis orthè), che consentirà
a quest'ultimo di fabbricare l'oggetto.
Tuttavia, per non restare prigionieri della
teorizzazione platonico-aristotelica, occorre valutarne il concreto fondamento
storico.
A questo proposito, sembra del tutto inattendibile riconoscere un fondamento
reale alla teoria secondo la quale sarebbe il committente a monopolizzare la
conoscenza tecnica del prodotto.
Anche a livelli rudimentali di produzione artigianale il produttore non poteva
non gestire competenze specifiche, legate alla tradizione del mestiere, ed è
quello che implicitamente ammette Platone quando affida all'artigiano il compito
di trasferire nella materia il modello "ideale", operandovi gli adattamenti
relativi ad ogni specifica "commessa".
Le teorizzazioni platonico-aristoteliche,
per concludere, costituiscono solo in parte una descrizione delle condizioni
obiettive della produzione e devono essere utilizzate come una delle fonti (documento,
o piuttosto "monumento") della storia dell'artigianato ateniese.
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