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Marcello
Bernardi
(ricordo su "A" Mar 01) |
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Discorso
a un bambino |
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Da
Per una gioventù senza "Cuore"
"Comunque è un fatto che la scuola prediletta dal nostro brav'uomo (il padre di Enrico, il protagonista del libro di De Amicis) questa specie di lavaggio collettivo del cervello, è un'ottima introduzione a una qualsiasi forma di oppressione e di stolido dominio supinamente accettata da individui che hanno imparato a credere nei legittimi Superiori, a obbedire senza tante discussioni e a combattere qualsiasi battaglia, e che anche la più dissennata; purché definita come "santa". E, più in generale, ad affidare se stessi alle decisioni altrui". |
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Da
un'intervista su "A"del 1979
[…] sono assolutamente convinto della
necessità della libertà quale condizione per il positivo sviluppo della personalità
umana.. Al bambino, invece, si insegnano subito due cose:
1) che lo stato, la polizia, la famiglia, in definitiva l'istituzione è indispensabile, a meno che non si voglia tutti finire travolti dall'anarchia (come molti amano definire il caos); 2) che la sua identità di individuo, di bambino, implica di necessità l'Istituzione, tanto che la funzione stessa di un individuo (operaio, impiegato ecc.) rappresenta la categoria nella quale egli si deve necessariamente inserire. Ciò che gli si vuol fra credere è che, in ogni caso, un padrone è necessario, sia esso il papà, il maestro, il prete, l'ufficiale dell'esercito o il padrone della fabbrica. […] Il bambino conosce solo le prime motivazioni, non concepisce nemmeno alla lontana quelle economiche. Sarà la società a imporgliele, instillandogli il mito del lavoro, della produttività, del guadagno. Il bambino istintivamente gioca, non produce: anche in ciò sta il suo essere radicalmente rivoluzionario. Spesso siamo noi adulti a non comprendere il significato di tutto questo, spingendo il bambino a trovare la sua "normalità" proprio sul terreno delle motivazioni economiche: è la solita storia, siamo sempre noi "adulti sociali" a voler trasformare i più piccoli in essere simili a noi. E così cominciamo a costruire il futuro suddito, schiavo, obbediente, ossequioso. Il gioco non produce, e qui sta il suo valore rivoluzionario. E' per questo che sono sempre stato contrario ai giochi didattici, che vogliono essere giochi produttivi: i "veri giochi", invece, producono solo gioia e felicità. Nient'altro. E non vi è dubbio che dall'infanzia alla morte il gioco più gioco, quello che da più gioia e felicità, sia la sessualità: attuandola l'uomo raggiunge l'estasi, che noi chiamiamo orgasmo e che gli antichi definivano "piccola morte". Definizione certamente appropriata, perché nel momento dell'orgasmo - e solo in quello - l'uomo esce da se stesso. La sessualità è dunque il gioco per antonomasia, quindi è anche il gioco che "produce" di meno: anzi, non solo non produce, ma ostacola anche la produzione tanto che naturalmente un operaio non ha alcuna voglia di andare a lavorare (magari alla catena di montaggio) quando sa che in alternativa può andare a letto con la sua ragazza. |
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