gamberetti, la «rivoluzione azzurra» di Sonora
FULVIO GIOANETTO il manifesto - 07/12/2002
Ormai, il 95% della produzione di gamberetti, ostriche e gamberi coltivati del Messico è esportata negli Stati uniti. Un mercato emergente e redditizio, 35 milioni di chili venduti solamente nel 2001, e ha completamente trasformato il paesaggio costiero di stati desertici come Sinaloa e Sonora, nel nord del Messico. Litorali azzurri con spiagge paradisiache sono ormai convertiti in vasconi e allevamenti per l'acquacultura.

Secondo alcuni esperti, è una rivoluzione dei mari che in una decina d'anni, al ritmo di crescita attuale, eccederà per volume produttivo l'allevamento del bestiame. Molti già la chiamano blue revolution, «rivoluzione azzurra», alludendo alla «rivoluzione verde» portata nell'agricoltura dalle varietà di grano ibride ad alto rendimento che l'agronomo Norman Borlaug cominciò a coltivare 50 anni fa proprio in Sonora.

Come quella verde, dicono, anche la rivoluzione dei mari darà più cibo e di migliore qualità ai milioni di persone malnutrite del pianeta, e ridurrà la pressione della pesca commerciale su specie marine già in via d'estinzione. Peccato che il quadro non sia così idillico e altruista. Gli effetti sociali, sanitari e ambientali di questa nuova rivoluzione produttiva sono devastanti per l'ambiente costiero, per i consumatori e per l'economia dei pescatori.

Nessuno studio riesce a spiegare il rapido declino dei pesci nelle acqua costiere di Sonora, ma sono ormai in molti a attribuirlo agli allevamenti dei gamberetti. Gli escrementi dei gamberetti e di altre specie coltivate (carpe, cozze, tilapia, aragoste, ostriche) non solo inquinano l'acqua vicino alle piscine di crescita ma producono anche eutrofizzazione che stimola la crescita di alghe parassite, come recentemente in Moroncarit e Caborca. Sono escrementi zeppi sia di azoto (nella forma di nitrati e nitriti), sia di antibiotici (aggiunti agli alimenti per le larve, come la oxitetraciclina e sulfamedoxina) che hanno reso resistenti batteri come Salmonella, Escherichia choli e Vibrio cholerae.

Nel 1992 sono stati registrati per la prima volta casi di colera resistente agli antibiotici fra i lavoratori di allevamenti di gamberetti in Ecuador. Nel marzo di quest'anno l'Unione europea ha proibito l'importazione di gamberetti, ostriche e di alcuni pesci d'allevamento cinesi perché contenevano l'antibiotico cloramfenicol che causa malattie sanguigne negli umani. Un rapporto del Servizio per la Pesca degli Usa ha segnalato la presenza di tre virus letali in alcuni allevamenti di gamberetti (il Ihhnv, il virus della sindrome di Tara e il virus infettivo ipodermico) e nelle popolazioni marine naturali in Messico ed Ecuador.

Secondo l'autorevole rivista Shrimp News International, il virus bianco degli allevamenti di gamberetti, che ha causato perdite per milioni di dollari, sta già diffondendosi fra gamberi, granchi e ostriche delle coste del Pacifico. Si consideri poi l'aumento delle allergie dermatologiche e gli effetti secondari sull'apparato digestivo fra i consumatori di ostriche e gamberetti imbottiti di antibiotici, segnalato da rapporti come The Antibiotic paradox: how the misure of antibiotics destroys their curative powers, Persus Book 2002.

Nonostante l'uso di antibiotici nell'acquacultura sia stato ridotto del 60% negli ultimi anni, per lo meno in Usa e Giappone, nei soli Stati uniti l'allevamento del salmone e della carpa ne impiega ogni anno l'impressionante quantità di 198.000 chili (www.pewoceans.org/oceanfacts/2002). Nonostante l'improvvisa comparsa sul mercato di etichette di acquacultura «pulita», ecologica o «pesticide free», è molto difficile ottenere gamberetti e aragoste da allevamento «biologico». Qualcuno ci prova, come la cooperativa di ricercatori e pescatori che allevano ostriche nelle acque incontaminate del Parco nazionale del Vizcaino (Baja California Sur, Messico), in via di certificazione presso l'agenzia italiana Bioagricert di Casalecchio di Reno: produce ostriche senza alimenti chimici né antibiotici per i sempre più numerosi consumatori attenti alla qualità degli alimenti.