da Svegliatevi! giugno 2000
RAPA NUI, un affioramento vulcanico di 170 chilometri
quadrati praticamente privo di alberi, e' il lembo di terra abitata più isolato
del mondo.* L'intera isola oggi e' monumento nazionale, in parte a motivo
delle statue di pietra dette moai, opera di una civiltà un tempo fiorente.
Scavati nella roccia vulcanica, alcuni moai sono sepolti talmente in
profondità che si vedono solo le gigantesche teste. In altri casi anche il
busto affiora dal terreno, e alcuni moai sono tuttora adorni di una
specie di copricapo di pietra che riproduce una speciale acconciatura ed e'
detto pukao. La maggior parte d'essi giacciono incompiuti nelle cave
o abbandonati lungo antche strade, come se d'un tratto i lavoratori avessero
deposto in fretta e furia gli attrezzi e se ne fossero andati. Quelli ancora
in piedi a volte sono isolati e a volte formano file in cui se ne contano
fino a 15, tutti con le spalle rivolte al mare. Com'è comprensibile,
i moai hanno lasciato a lungo perplessi i visitatori.
In anni recenti la scienza ha cominciato
a capire non solo il mistero dei moai, ma anche la causa misteriosa
che fece crollare la civiltà un tempo fiorente che li eresse. Fatto significativo,
queste scoperte non hanno solo un valore storico. Secondo l'Encyclopædia
Britannica, offrono ''un importante lezione al mondo moderno''.
Quella lezione riguarda la gestione della terra, e soprattutto delle risorse
naturali. Naturalmente, la terra è di gran lunga più complessa e biologicamente
diversificata di una piccola isola, ma questo non significa che dovremmo ignorare
la lezione di Rapa Nui. Prendiamoci un po' di tempo, dunque, per riesaminare
alcuni momenti importanti della storia di quest'isola. Il nostro racconto
inizia verso il 400 E.V (era volgare), quando arrivarono le famiglie fondatrici
a bordo delle loro canoe per la navigazione oceanica. Ad assistere all'avvenimento
non c'erano che centinaia di uccelli marini che volteggiavano nel cielo.
Un'isola paradisiaca.
L'isola non vantava un'enorme varietà
di piante, ma c'erano belle foreste di palme e di alberi detti hauhau (Triumphetta
semitriloba) e toromiro (Sophora toromiro), oltre ad arbusti, piante
erbacee, felci ed erbe. In questo luogo sperduto vivevano almeno sei specie
di uccelli terrestri, tra cui gufi, aironi cenerini, rallidi e pappagalli.
Secondo la rivista Discover Rapa Nui era anche "il luogo di riproduzione
degli uccelli marini più ricco della Polinesia, e probabilmente di tutto il
Pacifico".
I colonizzatori forse portarono sull'isola galline e ratti commestibili, di
cui erano ghiotti. Portarono anche piante da coltivare: taro, igname, patata
dolce, banana e canna da zucchero. Il terreno era fertile, per cui iniziarono
subito a disboscare e a piantare, processo che continuò con l'aumento della
popolazione. Ma Rapa Nui aveva un'estensione limitata e gli alberi, pur essendo
molti, erano anch'essi limitati.
La storia di Rapa Nui.
Ciò che sappiamo della storia di Rapa
Nui deriva soprattutto da tre campi di indagine: l'analisi dei pollini, l'archeologia
e la paleontologia. Per analizzare i pollini se ne prelevano campioni dai
sedimenti di specchi d'acqua e paludi. Questi campioni forniscono indicazioni
sulla varietà e sull'abbondanza delle piante nel corso dei secoli. Più profondo
è lo strato dei sedimenti da cui proviene un campione di pollini, più antico
è il periodo di tempo rappresentato.
L'archeologia e la paleontologia studiano cose come le abitazioni, gli utensili,
i moai e i resti degli animali usati come cibo. Dato che tutte le cronache
degli abitanti di Rapa Nui sono sotto forma di geroglifici e sono difficili
da decifrare, le date che precedono i contatti con gli europei sono approssimative,
e molte delle ipotesi non sono dimostrabili. Inoltre, alcuni degli avvenimenti
presentati di seguito possono essersi verificati anche prima e dopo il periodo
indicato. Tutte le date, indicate in grassetto, si riferiscono all'era volgare.
400 Arrivano dai 20 ai 50 colonizzatori polinesiani, probabilmente
a bordo di canoe doppie lunghe 15 metri o più in grado di trasportare oltre
8.000 chili ciascuna.
800 La quantità di polline di alberi nei sedimenti diminuisce, segno
che la deforestazione è in corso. Il polline dell'erba aumenta man mano che
questa si diffonde in certe zone disboscate.
900-1300 Circa un terzo delle ossa di animali catturati per l'alimentazione
in questo periodo sono di delfino. Per catturare i delfini in mare aperto
gli isolani usano grandi canoe ricavate dal tronco di grosse palme. Gli alberi
forniscono anche la materia prima per l'apparato necessario al trasporto e
all'erezione dei moai, la cui costruzione è ormai ben avviata. In seguito
allespansione dellagricoltura e al bisogno di legna da ardere
le foreste continuano a ridursi.
1200-1500 La costruzione delle statue è al culmine. Gli abitanti di
Rapa Nui investono enormi risorse nella costruzione dei moai e delle
piattaforme cerimoniali su cui questi vengono eretti. L'archeologa JoAnne
van Tilburg scrive: "La struttura sociale di Rapa Nui incoraggiava enfaticamente
la produzione di statue sempre più numerose e più grandi". E aggiunge
che "nell'arco di 800-1300 anni furono prodotte circa 1.000 statue ...
, una ogni sette o nove persone secondo le stime del massimo raggiunto dalla
popolazione".
A quanto pare i moai non venivano adorati, pur avendo un ruolo nei
riti funebri e agricoli. Forse erano considerati una dimora per gli spiriti.
Sembra che simboleggiassero anche il potere, la condizione sociale e la genealogia
di chi li erigeva.
1400-1600 La popolazione raggiunge un massimo di (?) abitanti. Scompaiono
gli ultimi tratti di foresta, in parte a causa dellestinzione degli
uccelli originari dell'isola, che provvedevano all'impollinazione degli alberi
e alla dispersione dei semi. "Senza eccezioni, tutte le specie autoctone
di uccelli terrestri si estinsero", dice Discover. Anche i ratti
contribuirono alla deforestazione; ci sono prove secondo cui mangiavano i
frutti delle palme.
Ben presto subentra l'erosione del suolo, i corsi d'acqua cominciano a prosciugarsi
e l'acqua scarseggia. Verso il 1500 le ossa di delfino non compaiono più,
forse perché non ci sono più alberi abbastanza grandi da permettere di costruire
canoe in grado di prendere il largo. Scompare ogni speranza di andarsene dallisola.
Il cibo comincia a scarseggiare e gli uccelli marini vengono sterminati. Si
mangia più pollame.
1600-1722 A motivo della mancanza di alberi, del maggiore sfruttamento
del terreno e dell'impoverimento del suolo si perdono sempre più raccolti.
La popolazione soffre la fame. Gli abitanti di Rapa Nui si dividono in due
opposte confederazioni. Compaiono i primi segni di caos sociale, forse addirittura
di cannibalismo. È il momento d'oro dei guerrieri. La gente comincia a cercare
riparo nelle grotte. Verso il 1700 la popolazione è precipitata a circa 2.000
abitanti.
1722 L'esploratore olandese Jacob Roggeveen è il primo europeo a scoprire
l'isola. Questo avviene il giorno di Pasqua, per cui la chiama "Isola
di Pasqua". Descrivendo le sue prime impressioni, annota: "L'aspetto
desolato [dell'Isola di Pasqua] non può che far pensare a una singolare povertà
e sterilità".
1770 Più o meno in questo periodo i clan degli isolani sopravvissuti
cominciano a scalzare e ad abbattere le statue dei clan rivali. Quando, nel
1774, l'esploratore britannico James Cook visita l'isola, nota molte statue
abbattute.
1804-63 Aumentano i contatti con altre civiltà. Lo schiavismo, ora
diffuso nel Pacifico, e le malattie fanno strage di indigeni. La cultura tradizionale
di Rapa Nui viene sostanzialmente annientata.
1864 Ormai tutti i moai sono abbattuti, e molti sono deliberatamente
decapitati.
1872 Sull'isola rimangono solo 111 indigeni.
Nel 1888 Rapa Nui divenne una provincia del Cile. Attualmente l'isola
ha una popolazione mista di circa 2.100 persone. Il Cile ha dichiarato l'intera
isola monumento nazionale. Per conservare gli elementi distintivi e la storia
di Rapa Nui, molte statue sono state erette nuovamente.
"Il prezzo che dovettero
pagare per il modo in cui scelsero di esprimere le loro idee spirituali e
politiche fu un'isola che, sotto molti aspetti, non era che un pallido riflesso
di quello che era stata un tempo". - Easter Island-Archaeology, Ecology,
and Culture.
"Quello che era successo agli abitanti
di Rapa Nui faceva pensare che la crescita incontrollata e la tendenza a manipolare
l'ambiente oltre il punto di rottura non erano solo aspetti della società
industrializzata; facevano parte dell'indole umana". - National Geographic.
Che dire se oggi la cosiddetta indole
umana non cambia? Che dire se l'umanità continua a imporre al pianeta, la
nostra isola nello spazio, un modo di vivere ecologicamente insostenibile.
Secondo uno scrittore, abbiamo un grosso vantaggio rispetto agli abitanti
di Rapa Nui. Abbiamo come esempio ammonitore "la storia di altre società
condannate".
Ci si potrebbe però chiedere: lumanità
sta prendendo nota di questi esempi storici ammonitori? La massiccia deforestazione
e il numero allarmante di specie viventi che continuano a estinguersi anno
dopo anno fanno pensare che la risposta sia No. Nel libro Zoo Book Linda
Koebner scrive: "L'eliminazione di una, due o cinquanta specie avrà effetti
che non possiamo prevedere. Le estinzioni stanno determinando cambiamenti
prima ancora che noi riusciamo a comprenderne le conseguenze.
Un vandalo che toglie da un aereo un rivetto
alla volta non sa quale di questi farà precipitare l'aereo; ma una volta tolto
quel rivetto critico, il destino dell'aereo è segnato, anche se forse non
precipiterà al primo volo. Allo stesso modo, l'uomo sta eliminando i "rivetti"
viventi della terra al ritmo di oltre 20.000 specie l'anno, e non accenna
a smettere! Chi può dire qual è il punto di non ritorno? E se anche lo sapessimo,
farebbe davvero differenza?
Un libro sull'isola di Pasqua fa questa
significativa osservazione: "L'individuo che abbatté l'ultimo albero
[su Rapa Nui] sapeva che era l'ultimo. Ma lo abbatté lo stesso". - Easter
Island-Earth Island.
*Anche se gli abitanti chiamano sia l'isola che se stessi con il nome di Rapa
Nui, l'isola è più nota con il nome di Isola di Pasqua.
Nell'era del jet e del net, Rapanui (1) conserva intatta l'aura implacabile
che affascinò La Pérouse, Chamisso, Loti, Alfred Métraux
e tanti altri. Ecco i moai, giganti irreali e alteri di pietra grigia (fino
a 10 metri d'altezza), alcuni dei quali con il copricapo pukao, cilindro di
tufo rosso che raffigura senza dubbio uno chignon aristocratico. Ecco gli
ahu, piattaforme cerimoniali dove sono allineati i moai. E il muro ciclopico
di Vinapu, dove i muratori sapevano piazzare dei blocchi enormi al centimetro.
E la miniera vulcanica di Rano Raraku, sul fianco della quale giacciono decine
di moai gettati a terra. Sono gli archeologi che, sui principali siti, hanno
recentemente rimesso altri giganti nella posizione verticale originaria; lungi
dall'offuscarsi, il visitatore gli è grato.I moai, il loro ruolo, la
società da cui provengono, le condizioni del loro trasporto, restano
un enigma.
A quattromila chilometri da qualsiasi terra abitata, Rapanui sembra un caso
limite della storia umana, per il quale è senza dubbio possibile proporre
il tema inedito di ultimità.L'isola, ricca di vestigia materiali e
anche di tradizioni orali raccolte nel XIX secolo, per gli etnologi e gli
archeologi è un "terreno" fertile e controverso (2). Da dove
venivano i primi occupanti? Senza dubbio dalla Polinesia orientale a cui numerosi
elementi della lingua dell'isola di Pasqua e molti usi e costumi avvicinano
Rapanui. Come i divieti del tapu, o la parentela tra moai di pietra e tiki
di legno. Ma il rongorongo, scrittura sacra ancora indecifrata, non ha equivalente
nel Pacifico.
Thor Heyerdhal, che nel 1947 ha realizzato il collegamento navale Perù-Pasqua
su una zattera di giunco del lago Titicaca, è ben isolato nel credere
in un'origine inca della cultura di Pasqua (3); riavvicina il muro di Vinapu
alle muraglie giganti dell'Altopiano. Ma gli abitanti odierni dell'isola di
Pasqua si considerano e si vogliono polinesiani.
Un altro interrogativo riguarda la funzione simbolica dei moai. Sembra essere
stata politica: queste statue perpetuerebbero il potere tutelare, il mana
- nozione polinesiana - dei capi defunti; con la schiena rivolta al mare,
continuavano a vegliare sui loro eredi e i loro sudditi. Come nelle altre
civiltà megalitiche, sottolineano i ricercatori, i moai richiedevano
un'organizzazione del lavoro sociale altamente diversificata e quindi fragile
- ci torneremo.
Oggi, Pasqua interessa i tour operators più ancora che gli scienziati.
Sono già presenti le stigmate della commercializzazione turistica che
infierisce su Luxor, Angkor o Xian. Nel mio precedente passaggio nel 1989,
il tocco di miseria dignitosa e disordinata dominava ancora; i cavalli erano
molto più numerosi delle automobili a Hangaroa (il minuscolo capoluogo)
attraversato da cattive strade in terra battuta; ai siti era possibile accedere
solo in jeep. Ma ormai sono i rari cavalieri che si fanno notare con la loro
fiera prestanza. Lungo i marciapiedi ben allineati, si succedono bar e ristoranti,
agenzie per l'affitto di un'auto, supermercati - la carta Visa è accettata
dappertutto... Sui muri nuovi in prefabbricato sono stati incollati - vergogna
assoluta - dei sottili strati di "pietra locale", una bella lava
bruno-rossa con delle bolle, un tempo la sola ad essere utilizzata.
Ma i guasti sono ancora limitati. Benché i grandi assi stradali siano
organizzati e asfaltati, la quasi totalità di questo triangolo vulcanico
così esiguo (quindici chilometri di lato) resta praticamente vuota.
Agili mandrie di cavalli selvaggi e moai alteri sembrano disdegnare gli ancora
rari turisti.
Gli abitanti di Pasqua - sono quattromila, di cui tremila nell'isola - non
rimettono in questione l'integrazione forzata al Cile dal 1888, benché
rivendichino il rispetto della loro identità (4). Gestiscono questa
nuova prosperità senza rinnegarsi, tanto sono fieri dei loro antenati
di cui non sanno nulla ma a cui devono tanto. La grande messa cattolica della
domenica - raccomandata dalla guida turistica Le Guide du Routard - è
un momento autentico; i fedeli, molto numerosi, cantano i salmi liturgici,
con ritmi strani che provengono da ere remote.Non bisognerebbe però
guardare oltre queste derive mercantili e queste controversie colte, al di
là stesso dei mitici moai? E leggere Rapanui come una parabola filosofica,
quella di una società che ha esaurito le risorse naturali da cui dipendeva
e a partire da ciò si esaurisce essa stessa?
Degli indici paleo-botanici (polline fossile, humus profondo) suggeriscono
che all'arrivo dei primi polinesiani l'isola era verdeggiante, accogliente,
coperta di foreste. All'epoca classica dei moai si era sviluppata un'agricoltura
complessa (5) che ha nutrito fino a dieci-dodicimila persone. Ma i megaliti,
le loro dimensioni, il loro trasporto, le loro cerimonie erano dei grossi
consumatori sia di manodopera che bisognava nutrire che di boschi; esaurivano
uomini e foreste.Le esigenze di questo super-lavoro non produttivo, suggeriscono
degli archeologi cileni come Patricia Vargas, in effetti hanno dovuto oltrepassare
poco per volta la "capacità di carico" dell'isola, dove le
risorse si facevano rare, attizzando feroci guerre tra clan.
Gli scavi hanno rivelato l'apparizione di sanguinose e tardive armi personali,
i mataa. Venne il momento - sembra nel XVII secolo - in cui il sistema crollò,
avendo raggiunto i limiti. La carriera di Rano Raruku perpetua il ricordo
di un improvviso terremoto sociale. Si vede un moai gigante ancora coricato
- avrebbe misurato 19 metri di altezza - la cui costruzione è stata
brutalmente interrotta e mai più ripresa. Il cantiere ha dovuto essere
abbandonato dopo un "ragazzi, abbandoniamo tutto!", grido di rivolta
che sembra risuonare ancora a tre secoli di distanza. Tutto il sito è
costellato di moai rovesciati con la faccia contro la terra. Una visione che
colpisce ancora, una visione eminentemente non-braudeliana; l'évènementiel,
lungi dall'essere la "schiuma" che il maestro refutava, ha brutalmente
messo termine, senza ritorno, all'arroganza dei moai; ha spezzato il destino
della civiltà classica di Pasqua.
Per sopravvivere, gli esseri umani dell'epoca più tarda hanno dovuto
nascondersi, vivendo in grotte che è possibile visitare attorno al
vulcano d'Orongo, interrando i loro orti, ritornando a culti marini come la
ricerca di uova sacre da parte dell'uomo-uccello, su isolotti al largo.
Questo microcosmo era in declino, hanno constatato i primi visitatori nel
XVIII e XIX secolo, ben prima che le razzie schiaviste realizzate da mercanti
peruviani di guano gli dessero il colpo di grazia. Gli alberi un tempo sovrabbondanti
- e indipensabili alla costruzione dei moai - erano diventati talmente rari,
raccontano questi visitatori, che i battelli da pesca erano solo più
fabbricati con dei pezzi di legno piccoli e diversi, messi assieme con abilità.
Sulla spiaggia di Anakena, quella dove sarebbe sbarcato l'antenato fondatore
Hotu Matua, una linea di moai si staglia perfettamente oggi su uno sfondo
di colline nude, secche, quasi morte. I megaliti predatori, come indifferenti,
sembrano contemplare le distruzioni forse irreversibili che hanno provocato.
La civiltà di Pasqua è crollata sotto i colpi di un esaurimento
endogeno. Ma anche il nostro macrocosmo non è sottoposto a uno sviluppo
i cui effetti "antropici" esauriscono la capacità di carico
della terra, divorano le foreste, inquinano i suoli e le acque, sregolano
gli equilibri climatici? I nostri prodotti, infinitamente più sofisticati
dei mataa degli antichi abitanti di Pasqua, sono ben più devastanti.
Le colline (le "mornes") pelate, quasi desertificate, che dominano
il paesaggio attuale di Haiti sembrano le sorelle di quelle di Anakena, anch'esse
devastate da disastri endogeni.
L'isola di Pasqua appartiene a pieno titolo a quei Feuermelder, a quei "segnalatori
di incendio" ai quali Walter Benjamin raccomandava di prestare attenzione...
NOTE
(1) Fu nel giorno di Pasqua che un ammiraglio spagnolo prese possesso dell'isola
nel 1770. Il termine polinesiano di Rapanui, indigenista, è tardivo.
(2) La bibliografia dell'isola di Pasqua è immensa. Un centro studi
su Pasqua esiste all'università di Santiago del Cile, e una Easter
Island Foundation all'università statunitense del Nuovo Messico.
(3) Ha presentato l'insieme delle sue vedute in un album riccamente illustrato,
Ile de Pâques, les mystères dévoilés, Parigi, 1989.
(4) L'attuale governo cileno, nel quadro della sua politica di restaurazione
democratica, ha istituto una commissione di studi sui problemi e i bisogni
dei "popoli indigeni" del paese, ivi compresi gli abitanti di Pasqua.
Il rapporto di questa commisione, Verdad historica y nuevo trato, è
stato pubblicato nell'autunno del 2003.
(5) Dei paleo-botanici dell'università di Kiel, i cui lavori sono presentati
all'entrata della grotta d'Orongo, hanno potuto analizzare l'organizzazione
minuziosa dell'ortocultura nel palmeto di Poike, distrutto da un incendio
nel XIII secolo e mai ripiantato.
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