Il
Ladakh, detto anche «piccolo Tibet», è una regione di montagne e valli
sui 6.000 metri d'altezza, nell'Himalaya. Fa parte dello stato di Jammu
e Kashmir (India). E' un territorio estremo, una sorta di deserto d'alta
quota arso dal vento, poco piovoso, battuto da un sole spietato, dunque
con risorse limitate: poca acqua, frutteti e campi d'orzo come oasi
verdi attorno a piccoli ruscelli, circondate da picchi rocciosi. Per
molto tempo il Ladakh è stato relativamente isolato - ma non del tutto,
faceva parte di antiche rotte commerciali.
Poi nel 1974 il governo indiano
ha deciso di aprirlo al turismo - prima gli stranieri non avevano il
permesso di andarvi. «Da allora, la vita dei ladakhi è cambiata in modo
drammatico», spiega Helena Norberg-Hodge, svedese, che questo cambiamento
ha visto di prima mano. Come linguista (ha studiato con Noam Chomsky
al Mit), Norberg-Hodge è arrivata in Kadakh quasi trent'anni fa, nel
1975. In pochi mesi ha imparato a parlare con scioltezza il ladakhi,
poi ha cominciato a fare ciò che fa una linguista: raccogliere le storie
tradizionali, comporre un dizionario, studiare la relazioni sociali
e la cultura di quei villaggi. «L'influenza esterna non aveva ancora
avuto grande impatto sul Ladakh», ricorda. Anzi, le vicende della storia
l'avevano isolato: la divisione tra India e Pakistan nel `47, poi la
guerra tra India e Cina nel `62. Da allora l'esercito lo presidia, contro
incursioni pakistane o cinesi. E' l'esercito che ha costruito le strade
tra la capitale Leh e Srinagar in Kashmir. o Manali sul versante meridionale
dello spartiacque himalayano.
La strada, il turismo, l'aereoporto,
le infrastrutture: infine anche il Ladakh è stato collegato al flusso
dell'economia globalizzata. Come avviene un po' ovunque, l'attività
economica e il denaro si sono concentrati nella capitale. In pochi anni
Leh - meravigliosa cittadina con appena due strade lastricate e l'atmosfera
di un villaggio - è diventata uno scomposto agglomerato di «colonie
residenziali» senz'anima, muri sverniciati, metallo mezzo arrugginito,
vetri rotti, rifiuti di plastica, fumi pestilenziali di veicoli e scooter.
In sedici anni la popolazione è raddoppiata, «le persone hanno lasciato
i villaggi per andare in quegli slum affollati, senza spazio, tra rigagnoli
d'acqua sporca». Una vita economica autosufficente è venuta meno: «La
struttura sociale e quella ecologica hanno cominciato a disgregarsi,
per la prima volta sono comparsi inquinamento, disoccupazione, competizione
tra gruppi e comunità».
Helena Norberg-Hodge, che ho incontrato
giorni fa durante un meeting nella tenuta di San Rossore, in Toscana,
descrive tutto ciò in un libro tradotto in italiano: Futuro arcaico.
Lezioni dal Ladakh, Arianna editrice, dicembre 2000 (l'originale
è del 1991). Mi fa un esempio: «Le persone erano molto orgogliose di
ciò che avevano. Ricordo un villaggio di bellissime case intonacate
di bianco: avevo chiesto di mostrarmi le case povere. Mi avevano risposto
che non ce n'erano. Dieci anni dopo ho sentito le stesse persone, nello
stesso villaggio, dire a dei turisti `aiutateci, siamo così poveri'.
Eppure a quel punto giravano molti più soldi, prima gli scambi erano
quasi tutti senza denaro». Per parare gli «effetti collaterali» dello
sviluppo, Helena Norberg-Hodge ha messo in piedi il Progetto Ladakh,
per preservare i sistemi agricoli tradizionali, le energie alternative;
promuovere programmi educativi e sociali (International Society for
Ecology and Culture: www.isec.org.uk). Per questo ha avuto nel 1986
il Right Livelihood Award, noto come «premio Nobel alternativo».
Descrivere la trasformazione del
Ladakh serve però alla studiosa svedese per sostenere una tesi più generale:
«L'economia globalizzata distrugge le economie locali, oltre che le
culture, e provoca l'impoverimento di intere popolazioni». Per proteggere
la piccola agricoltura e le economie locali, Norberg-Hodge auspica «un
movimento dal globale al locale», basato sulla partecipazione diretta
dei cittadini e delle comunità: non una somma di localismi, ma «un vero
movimento globale».