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A partire dagli anni sessanta, con la
"scoperta dell’ecologia", vari studiosi hanno cominciato a
spiegare che il PIL era un ben povero indicatore dello stato di salute di
una economia.
Tutti i "processi" di produzione e di consumo, descritti come scambi
monetari, anche quelli apparentemente immateriali, sono accompagnati non solo
dal movimento di migliaia o milioni di tonnellate di minerali, fonti energetiche,
prodotti agricoli e forestali, metalli, merci, eccetera, per cui si paga un
prezzo, ma anche dal movimento di una quantità, molte volte maggiore, di molti
altri beni materiali tratti dalla natura.
Dalla natura "si acquista" senza pagare niente, l’ossigeno
indispensabile per la respirazione animale e per le combustioni industriali,
o i sali del terreno necessari per la crescita delle piante; inoltre, nei
vari processi vengono generate molte altre cose, come l’anidride carbonica
e gli altri gas che finiscono nell’atmosfera, o le sostanze liquide
e solide che finiscono nelle acque o sul suolo alterando i caratteri e la
futura utilizzabilità di questi corpi naturali, spesso senza che venga pagato
alcun risarcimento a nessuno.
E’ così apparso chiaro che il carattere
fondamentale dell’economia è la "produzione di merci a mezzo di
natura", e non solo a mezzo di soldi o di altre merci, ed è apparso il
ruolo fondamentale della analisi della "storia naturale delle merci".
La redazione di tavole intersettoriali (sovrapponibili a quelle redatte in
unità monetarie) in cui i flussi da un settore all’altro siano indicati
in unità fisiche, di peso e di energia, comporta, ingigantiti, i problemi
di evitare la duplicazione degli scambi e quelli ancora più grandi di sommare
e moltiplicare cose tanto eterogenee, come acciaio e conserva di pomodoro,
automobili e carta, latte e vetro eccetera.
E’ stato così possibile vedere
che il PIL annuo italiano è accompagnato dal movimento di circa 4.000 milioni
di tonnellate all’anno di materiali: grano e benzina, zucchero e acciaio,
carta e plastica; e inoltre "beni" tratti dalla natura senza pagare
niente (l’ossigeno dell’aria, i sali del terreno, esclusa l’acqua
che viene usata in ragione di circa 50.000 milioni di tonnellate all’anno,
ed esclusa quella parte dell’aria che non entra nei processi di fotosintesi,
respirazione, combustione, produzione) - e si formano scorie e rifiuti gassosi
(come l’anidride carbonica o gli ossidi di azoto e zolfo), liquidi e
solidi che finiscono nell’ambiente naturale.
Il prodotto interno materiale lordo,
cioè la massa di materiali che alimenta i consumi finali e i servizi, e che
viene immobilizzata in beni a vita lunga, tenuto conto delle importazioni
ed esportazioni, ammonta per l’Italia, nel 1995, a poco più di 500 milioni
di tonnellate all’anno, poco più di 280 tonnellate per miliardo di lire
(1995) di PIL, cioè circa 9 tonnellate per persona all’anno.
Questo significa che ogni persona in Italia, per mangiare, abitare, muoversi,
lavorare, guardare la televisione o andare a spasso, richiede ogni anno 9000
chili di materiali (acqua ed aria escluse), quasi duecento volte il proprio
peso, provenienti dall’aria, dalle cave, dalle attività agricole e industriali
e dalle importazioni, poi restituiti come gas, liquidi o rifiuti solidi nell’ambiente
naturale.
Una accurata contabilità fisica può svelare
se certe azioni, propagandate come "ecologiche", si traducono invece
in un peggioramento delle condizioni ambientali o in un aumento dei rifiuti:
per esempio la politica di rottamazione degli autoveicoli, degli elettrodomestici
e dei macchinari fa forse diminuire l’inquinamento dell’aria e
fa aumentare l’occupazione dell’industria meccanica, ma di quanto
fa aumentare la massa dei rottami metallici da smaltire e il relativo effetto
inquinante.
Perché allora tante lentezze nei rilevamenti e nella diffusione delle informazioni
sulle uniche cose che contano, le materie e le merci che attraversano l’economia
e la vita di ogni cittadino e delle imprese ? come se ci fosse un deliberato
disegno di evitare e nascondere tali informazioni, lasciando tutto alla misura
di quelle fumose grandezze che sono i numeri dei soldi.
La ricerca presentata a Bari ha indicato
che, nel caso migliore, i dati sui flussi materiali nell’economia italiana
sono afflitti da una incertezza del dieci per cento. Poiché anche la contabilità
monetaria e i flussi finanziari dipendono dai flussi fisici e dai loro mutamenti
nel tempo, c’è seriamente da chiedersi quale credibilità abbiano i numeri
sulla base dei quali vengono fatte le scelte di politica economica o viene
misurato il PIL in unità di denaro, se "mancano" all’appello
decine di milioni di tonnellate di sabbia e ghiaia che nessuno misura, se
dalle statistiche "spariscono" 40 milioni di tonnellate all’anno
di rifiuti solidi, se sono coperti dal segreto industriale o militare i movimenti
di milioni di tonnellate di merci prodotte, importate ed esportate?
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