origini, presente e futuribili dell'agricoltura

1) Origini dell'Agricoltura

Nei primi centri in cui si sviluppò l'agricoltura, in Asia sudorientale e nella parte settentrionale del Sud America, si coltivarono piante a riproduzione vegetativa. Erano soprattutto piante annuali (o comunque trattate come tali) che venivano riseminate al momento del raccolto. Da esse si ottenevano cibi ad alto contenuto di carboidrati che non erano disponibili in grandi quantità nelle zone selvatiche. La scarsità di carboidrati naturali, combinata con la pressione demografica, fu probabilmente l'incentivo principale che portò alla nascita dell'agricoltura. Nell'ambiente naturale c'era abbondanza di selvaggina, pesce, frutta e noci che provvedevano alla maggioranza delle necessità nutritive. C'era ben poco incentivo ad addomesticare o coltivare a scopo alimentare se non per i carboidrati.

Quando l'agricoltura si diffuse in altre regioni, la propagazione vegetativa delle piante ad alto contenuto di carboidrati si rivelò spesso meno efficace. Spesso le risorse alimentari erano meno abbondanti. Si sviluppò perciò l'agricoltura di semina, a partire da semi scelti da specie locali, da erbacce che crescevano negli orti e sui mucchi di rifiuti, provvedendo così ai bisogni di energia e nutrimento in risposta ad una carenza di cibo. In alcune zone si sviluppò la coltivazione di piante perenni, che spesso diventarono la base dei sistemi locali di sopravvivenza: l'olivo, la vite, il fico, il castagno e la palma da datteri per esempio. Vennero addomesticati animali principalmente per il latte. Comunque gli alimenti selvatici continuarono a costituire una componente considerevole della dieta.

Via via che la popolazione aumentò nelle zone più favorevoli per l'uomo, la disponibilità di alimenti selvatici diminuì. Aumentarono gli incentivi alla coltivazione e addomesticamento degli animali e vennero piantate e selezionate molte varietà di piante, comprese quelle perenni. In alcune aree si svilupparono sistemi agrari complessi, capaci di fornire tutti i cibi necessari e anche altri prodotti come fibre tessili e biade per gli animali domestici. Nell'agricoltura orticola intensiva dell'Asia sudorientale e dell'America Centrale il pluriuso era la regola non l'eccezione (fibra, veleno ed amido erano ottenute dalla stessa specie).
Questi sistemi offrono il migliore modello di agricoltura tradizionale per una permacoltura moderna.

2) L'agricoltura moderna
Con l'avvento dell'era moderna (gli ultimi tre secoli) e la disponibilità di nuove fonti di energia (carbone e poi petrolio), sono avvenuti profondi cambiamenti in agricoltura. E' diventato possibile produrre grandi quantità di alimenti o altri prodotti agricoli in una zona per farli consumare in un'altra. A parte i vantaggi di cui si è molto parlato, questa tendenza portò alla distruzione degli ecosistemi agricoli locali, poiché spinse i produttori a concentrarsi su un numero ridotto di produzioni commerciali. Un'economia monetaria e un'agricoltura stabile su base regionale erano e sono fondamentalmente incompatibili. Interessi lontani senza necessità di mantenere le fertilità della terra colonizzarono nuove aree per le coltivazione e i fattori economici e sociali cambiarono violentemente le regioni dove l'agricoltura aveva già solide radici; si sviluppò l'agricoltura industriale.
Il sistema industriale, fondato su fonti di energia a basso costo, diffuse nuovi metodi di coltivazione, attuando su grande scala un complesso ventaglio di pratiche e attività specializzate che non erano mai state possibili nell'epoca preindustriale. Le conseguenze di un alto apporto energetico sulla stessa terra non furono prese in considerazione.



L'agricoltura moderna ha continuato a concentrarsi su piante annuali, capaci di fornire non gli alimenti a cui la gente era abituata ma piuttosto quelli più adatti alle tecniche di produzione di massa. Le enormi energie sono state dedicate anche alle produzioni per l'industria come lana, juta, cotone, gomma. Prodotti come il tè e il caffè sono diventati normali per l'uomo industriale a spese degli equilibri ecologici locali nei paesi del terzo mondo. Grandi quantità di terre furono dedicate alla produzione di mangimi per gli animali, poiché in una società ad alto consumo di energia l'inefficienza a livello energetico e proteico diventò irrilevante. Sempre di più alimenti ad alto contenuto proteico come il pesce, vennero declassati alla funzione di mangimi per gli animali domestici.

Queste tendenze continuano oggi a diffondersi nei paesi sottosviluppati. Nelle nazioni sviluppate, l'agricoltura di ogni regione è diventata sempre più specializzata ma la scala della unità produttiva è aumentata con l'aumento della meccanizzazione e della concentrazione della proprietà. Le produzioni vegetali per l'alimentazione animale hanno raggiunto alti livelli percentuali sul totale dei raccolti- la media mondiale si aggira sul 50% della produzione totale. Le industrie di trasformazione alimentare, conserviere, di trasporto e commercializzazione sono cresciute enormemente. L'uso di anticrittogamici, fertilizzanti artificiali, ormoni, antibiotici e altri prodotti chimici è aumentato più che proporzionalmente al crescere delle produzioni. L'energia necessaria per ottenere le attuali produzioni supera di gran lunga il loro contenuto calorico. Mentre la produttività dell'agricoltura moderna è grande (continue sovrapproduzioni che obbligano i governi a stabilire dei limiti di produzione), l'efficienza è un'altra questione. Scopriamo infatti che l'energia che fa funzionare il sistema non viene dal sole attraverso la fotosintesi come succedeva nelle epoche preindustriali, ma soprattutto da combustibili fossili attraverso i sistemi industriali. Come dimostra Odum, le alte produzioni di oggi non sono dovute a metodi efficienti o capaci di autonomia, ma ad elevate immissioni energetiche esterne.

La riduzione o il collasso delle immissioni energetiche provocherebbe una catastrofica caduta nella produzione. Al punto che non resterebbero nemmeno le basi per la sussistenza, a basso livello di vita, delle popolazioni preindustriali.

Il danno attuale che è stato fatto alla terra coltivabile, e a tutto l'ambiente, dall'agricoltura ad alto contenuto di energia, in termini di degradazione del suolo, inquinamento e selezione di parassiti resistenti ai trattamenti, non è veramente conosciuto ma, da alcune indicazioni, risulta considerevole, diffuso e di lunga durata. La dimensione del danno non si rivelerà veramente all'umanità finché la base energetica in continua espansione del nostro sistema non arriverà alla fine, come sicuramente avverrà in un futuro non troppo lontano.

3) Futuribili dell'agricoltura

Il rinnovamento dell'agricoltura è una parte essenziale di qualsiasi tentativo di affrontare la crisi ambientale che l'uomo si trova davanti. E' necessaria una svolta verso un'agricoltura ad elevata presenza umana e più bassi consumi energetici. Comunque, le attuali risorse ed energie potrebbero anche essere usate per sviluppare varietà di piante con una base genetica più ampia, come elementi di un sistema simbiotico a basso contenuto di energia che porta ad un'ecologia coltivata. Soltanto questo tipo di svolta permetterebbe di sfuggire al destino finale dell'agricoltura moderna che è la lenta degenerazione, o il collasso totale, quando le risorse non rinnovabili scompariranno.

Con i loro obbiettivi di massima utilizzazione di risorse rinnovabili (per esempio i rifiuti animali), autosufficienza a livello regionale e massimo impegno umano nella comprensione della terra e della produzione alimentare, i Cinesi (partendo da antiche tradizioni) sembrano essere il solo popolo che sia riuscito ad evitare il vicolo cieco dell'agricoltura industriale di tipo occidentale. Alcuni paesi del Terzo Mondo stanno anche loro tentando la stessa trasformazione. Questi cambiamenti implicano una rivoluzione nel modo di vivere delle persone e della società nel suo insieme. (Vedi Kropotkin, "Campi, Fabbriche ed Officine" per la concezione sociale che sta dietro un impegno di ampio raggio nella comprensione e realizzazione della produzione alimentare).