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HERMAN DALY


intervista di Developing Ideas

Per gran parte del secolo scorso, un gruppo di professionisti chiamati economisti ha goduto di un’influenza senza precedenti sul corso dello sviluppo mondiale. A fronte di successi considerevoli, vi sono stati numerosi fallimenti eclatanti. (…)

L
e facoltà universitarie di economia fanno perdere tempo a tutti. È un po’ rude ma credo che ci siano dei problemi interessanti di cui altrimenti potrebbe occuparsi l’economia, che non spariscono solo perché gli economisti dicono, ‘Beh, non è nel campo dell’economia, riguarda la politica economica o l’ecologia o qualcos’altro’ Così non si sporcano a tirare le logiche conseguenze di quel che adesso chiamano ‘gli assunti canonici’, locuzione rivelatrice. Alcuni di questi assunti canonici definiscono tutti i fattori esistenti, dopodichè si possono fare giochi e deduzioni logiche con quegli assunti. E il mondo vero con i suoi problemi concreti è lasciato da parte. E cercare di applicare le deduzioni canoniche al mondo vero è un vero problema perché si astrae dalle cose più importanti.

La prima cosa da cui gli assunti canonici si astraggono è una qualsiasi nozione di comunità – nient’altro che individui isolati, Homo economicus. Comunità intesa come generatrice sociale di identità interrelazionali e comunità ecologicamente intesa come interdipendenza di specie diverse nel mondo naturale. (…)
I più avvertiti  cominciano a mettere in discussione quest’atteggiamento e alcuni padrini della professione tendono alla difensiva. Ma siamo ancora alla formica contro l’elefante. Hanno ancora il controllo dei maggiori giornali, delle cattedre nelle migliori università ecc.(…)

DI: Chi sono i ‘padrini della professione’?
Daly: Oh beh, gente come Lawrence Summers e tutti i premi Nobel. Robert Solow, Milton Friedman, gente così. Tutte le facoltà delle università più importanti.

Daly: (…) bisogna spostarsi dall’Homo economicus come individuo isolato al membro di una comunità, la cui identità è ampiamente determinata dalle sue relazioni con gli altri e con l’ecosistema. (…) Se date un’occhiata ai libri di testo di base, ci trovate la circolazione standard isolata dalle imprese alle famiglie, del valore di scambio che spunta dappertutto. L’ambiente non esiste. I teoremi di domanda e offerta soggiacenti sono puramente individualistici. In nessuno di questi c’è un elemento sociale. Così alcuni diranno, ‘Oh state solo criticando dei cattivi libri di testo. Cioè, la professione è andata ben al di là di queste posizioni’. Un momento! Dov’è che si impara l’economia? Quel che i nostri amministratori sanno, l’hanno imparato da qualche libro di testo elementare … e questo testo sarebbe aggiornato all’economia più avanzata? E se l’economia avanzata si accorge che qualcosa è sbagliato non lo si dovrebbe riscontrare nell’edizione successiva del testo? E allora non accetto l’argomento. (…)

Direi che dobbiamo introdurre nella teoria economica non solo il flusso circolare del valore di scambio, che è importante, ma anche il passaggio a senso unico di materia ed energia – il tratto digestivo come il sistema circolatorio – perché è quello che ci vincola all’ambiente. Le sorgenti di materia-energia a bassa entropia, e i depositi per la materia-energia ad alta entropia. E ciò dev’essere inserito proprio nei fondamentali dell’Economia, Capitolo 1. Non solo menzionato in calce a un capitolo su Esaurimento e Inquinamento come Esternalità, cioè ‘Oh cazzo, non ci saremmo mai aspettati che succedesse, ma è andata così e adesso dobbiamo dire qualcosa a proposito’.

È
immanente nel funzionamento del processo economico che noi si debba esaurire, inquinare, che si debbano mantenere queste due attività in qualche sorta di limite ecologico, e la natura del limite condiziona le dimensioni o la taglia ottimali di un sistema dell’economia nel suo complesso in rapporto all’ambiente. E questo importante problema è completamente ignorato. Non esiste un concetto di dimensione ottimale di un sistema macroeconomico totale rispetto all’ecosIstema che lo contiene.(…)
Con ‘libero mercato’ intendo il commercio internazionale deregolato. Così l’opposto di libero mercato non è né autarchia né assenza di mercato. L’opposto non è il mercato statale o il totale monopolio del mercato. L’opposto del libero mercato, che è deregolatorio, è il mercato regolato. Regolato nell’interesse nazionale dai governi coinvolti. E la nozione che lo stato non deve immischiarsi, che deve lasciare tutto ciò al mutuo interesse dei soggetti scambianti … voglio dire, immaginate se questa logica fosse applicata alle imprese – individui all’interno delle imprese che trafficano fra di loro per il vantaggio reciproco – sciocchezze! (…)

C
osì il fatto non è che non ci dovrebbe essere il mercato, il mercato serve. Il fatto è che il mercato non dovrebbe fondarsi sulla competizione sugli standard più bassi. Bisogna mantenere certi standard. E la competizione sugli standard più bassi può indebolire gli standard ecologici per ridurre i costi, gli standard di sicurezza e assistenziali (…) Penso che siano da mantenere questi standard sociali vinti a caro prezzo in molti anni – l’orario di lavoro, lavoro infantile, questo genere di case. Si possono fare prodotti più a buon mercato se la giornata di lavoro è più lunga, se fai lavorare i bambini ecc.. così penso che debba esserci questa protezione comunitaria statale degli standard fondamentali. Non dobbiamo lasciare che la competizione del libero mercato li cancelli. (…)