SIPRI YEARBOOK Il record delle armi
GUGLIELMO RAGOZZINO, il manifesto - 11 Giugno 2004

  La spesa militare globale è aumentata nel 2003 dell'11% in termini reali. L'aumento segue quello del 6%, dell'anno precedente, così il Sipri, spara le sue due cifre: un aumento prossimo al 18% nel corso dei due anni dopo l'11 settembre, con il traguardo di 956 miliardi di dollari come spesa globale annua. Il Sipri, come si sa, spara solo cifre.
Infatti l'istituto svedese (Stockholm International Peace Research Institute) è al tempo stesso la fonte indipendente e migliore di ricerca e di giudizio sui sistemi militari e sulle guerre nel mondo e un covo di pacifisti.
I 956 miliardi di dollari sono spesi per il 47% dagli Usa. Il Giappone è al secondo posto con il 5% e Regno unito, Francia e Cina, quasi alla pari tra loro, al terzo, con il 4%. La cifra equivale al 2,7% del Pil (prodotto interno lordo) mondiale, un dato raggiunto solo alla fine della guerra fredda, nel 1987, con armamenti nucleari e scudi missilistici. Nei dieci anni successivi la spesa militare delle due superpotenze e di conseguenza quella mondiale è declinata, per avere una moderata ripresa, da parte Usa, nel 1998-2001; anche se l'Urss non c'era più, e le due torri c'erano ancora. In altre parole, il Sipri suggerisce che l'origine del riarmo è nel settore militare industriale Usa, piuttosto che nella necessità strategica di fronteggiare il nemico di sempre o combattere il terrorismo insorgente.

  Il Sipri fa due conti.
Tre quarti della spesa militare appartiene al mondo ricco con il 16% della popolazione. L'insieme di questo spreco militare dei paesi ricchi supera largamente l'intero debito che i paesi poveri hanno verso gli altri. Il suggerimento sottinteso è di annullare le spese militari e i debiti e ottenere in un colpo solo un mondo assai migliore. Un mondo impossibile? Gli aiuti annui dei paesi ricchi al resto del mondo sono meno di un decimo della loro spesa militare.

  D'altro canto la spesa militare risponde logiche che il Sipri spiega accuratamente.
In primo luogo, dato il riarmo della superpotenza - il 47% del totale - le potenze intermedie, per non essere travolte, rispondono aumentando anch'esse la spesa. Alla superpotenza, il riarmo delle altre non fa paura. E'dimostrato infatti che le peggiori ferite del terrorismo sono inferte con temperini e armi analoghe. Inoltre, quando il Giappone vuole riarmare è proprio agli Usa che si rivolge, per fare gli acquisti principali e più costosi. In generale vi è un doppio commercio di armi. Vi è una compravendita, interstatale, di fabbriche. Inoltre i paesi con industrie militari vendono agli altri: il secondo paese fornitore sul mercato del 2003 è la Russia, di cui però il Sipri prevede che ben presto dovrà rinunciare al suo ruolo di fornitore antagonista. Vi sono poi Francia, Cina e perfino Corea del Nord che piazza in una nicchia di mercato i suoi missili obsoleti. La Russia vende all'India, la Cina al Pakistan. Gli Usa controllano tutto il mercato e danno il là. Il mercato tira. Afghanistan e Iraq non sono che antipasti appetitosi. La fabbrica delle armi ha un futuro radioso. La grande lotta contro il terrorismo e gli stati canaglia ha ancora molto da offrire.

  I 19 capitoli del rapporto Sipri si dividono in tre parti: sicurezza e conflitti; spesa militare e armamenti; non proliferazione, controllo delle armi e disarmo. Un capitolo della prima parte tratta dei maggiori conflitti armati dell'anno.
Ne sono elencati 19, il numero più basso dalla fine della guerra fredda, se si esclude il 1997. Due le guerre tra stati: Iraq e Kashmir. Gli altri 17 sono all'interno di altrettanti stati, con qualche esitazione per definire la guerra in Afghanistan che presenta ancor oggi entrambe le nature: guerra interna e guerra portata dall'esterno.