La riduzione allo stato laicale del prete di Pinerolo, Franco Barbero, avvenuta in questo giorni per decisione del Vaticano, ha qualcosa a che fare con l'ansia per l'incombere della guerra che mobilita le nostre coscienze e che riempie di manifestanti le strade del mondo? A mio parere c'entra eccome. «Io sono convinto - disse Ernesto Balducci in un incontro delle comunità di Base a Firenze in un gremito Salone dei Cinquecento - che non ci può essere cultura di pace se non con la eliminazione del sacro: la fine del sacro è la fine della cultura di guerra». La riduzione allo stato laicale di don Franco è paradossalmente l'emblema del sogno realistico che ci portiamo dentro per le strade del pianeta: la fine della cultura di guerra e dunque la fine della cultura del sacro.

Nel momento che manifestiamo contro la guerra e per la pace siamo un po' tutti dei «ridotti allo stato laicale».

Ciò che va eliminato - m'ispiro ancora, rivisitando una mia pubblicazione, alla provocazione di Balducci - è il sacro reificato, sequestrato dal potere, separato dalla vita, collocato in spazi e luoghi e gesti e riti determinati, gestito da persone sacralizzate. E' il sacro che dalla rivoluzione del neolitico in poi ha assolto la funzione di integrare la forza dentro le regole della ragione. Non di eliminare la forza ma di sacralizzarne e regolarne l'uso come cultura: cultura di guerra, momento dirimente dei conflitti sia interni che esterni alla città. Va eliminata la sacralità come funzione del potere, del dominio e della espropriazione dell'uomo.

E' proprio questa eliminazione del sacro reificato l'esperienza che fecero le comunità del primo annuncio del Vangelo. I primi cristiani vivevano al di fuori delle strutture sacrali: celebravano l'eucaristia in casa, non nel tempio, anzi furono gettati fuori dal tempio, non avevano sacerdoti, i loro ministri erano presbiteri, cioè anziani, rifiutarono le parole sacrali. Il loro momento espressivo era la cena; non c'erano fra di loro gerarchie ma ministeri, quindi anche questa struttura sacrale del clero non esisteva. La loro collocazione nella società era di tipo «laico». Quando è avvenuto l'inserimento delle comunità cristiane negli spazi del potere c'è stata la sacralizzazione della chiesa. Il cristianesimo si è inserito nei quadri della cultura sacrale ed ha assolto la funzione di religione della società. E la religione in una società dal neolitico ad oggi ha il compito di portare il sigillo della sacralità alla violenza della società. Il cristianesimo è divenuto il sigillo della sacralità della cultura di guerra. E rimane tale anche quando condanna a parole la guerra. La sua funzione di sacralizzazione della violenza è strutturale, va oltre le parole e i documenti. Il sacro reificato ce lo portiamo dentro nel profondo e se lo porta nel profondo la società nel suo insieme. E non basta nemmeno diventare razionalmente atei o non-credenti. E' anche sul profondo che bisogna incessantemente lavorare. E questa è una cosa che lo stesso mondo cattolico pacifista talvolta non comprende e non accetta. Si grida e con forza contro la guerra e contro l'ingiustizia, ma non si toccano gli aspetti strutturali e simbolici della religione del sacro. E' così che la guerra e la violenza scacciate dalla porta della razionalità politica rientrano dalla ferita sempre aperta del profondo, dell'inconscio, del simbolico, della struttura. La proprietà del Vangelo invece è quella di metterci in una intransigente lotta contro il sacro dovunque esso si trovi, non solo quello che si annida nel tempio. La fede cristiana ci rende intransigenti nei confronti di qualsiasi sacralizzazione che è alienazione dell'uomo.

Ed oggi siamo a un passaggio cruciale: il sacro può di nuovo tornare a fare alleanza con la vita e diventare l'anima della pace. Questo passaggio è reso possibile, anzi inevitabile, perché è venuta meno la logica che ha governato la cultura del passato dal neolitico ad oggi, che era la possibilità di integrare la violenza entro i confini della ragione. Nell'era atomica, per la capacità distruttiva di cui l'uomo dispone, non è più possibile contenere la forza entro i limiti della ragione. Il Vangelo ci appare di nuovo allora come l'annuncio del mattino, come una proposta di alternativa, come un grande esodo dalla violenza del sacro che faccia emergere nelle coscienze e nelle strutture sociali la sacralità intima della vita e delle relazioni. Anche delle relazioni fra omosessuali. Le relazioni di amore, tutte le relazioni di amore responsabile, in questo senso non hanno più bisogno di essere benedette o consacrate dal gestore del sacro ma solo riconosciute, testimoniate e accompagnate dalla comunità. E' quello che si fa nelle comunità di base.

Fine del sacro reificato, fine della casta dei preti deputata a gestire questo stesso sacro reificato, fine della cultura della sacralità della guerra. Questo è il sogno realistico e possibile che ci portiamo dentro anche a nostra insaputa quando condanniamo la guerra e manifestiamo per la pace. Paradossalmente, questo è il sogno che, a mio modo di vedere, si porta dentro obbiettivamente e inconsapevolmente lo stesso papa Wojtyla quando condanna la guerra.

Franco Barbero e la comunità di base di Pinerolo, verso cui va tutta la nostra solidarietà, al di là della ingiustizia subita e della sofferenza per la riduzione allo stato laicale, dovrebbero essere orgogliosi di rappresentare in questo modo l'anima profonda, laica in senso pieno e positivo, del pacifismo attuale. Un nuovo mondo possibile chiede relazioni umane nuove e comunità cristiane nuove, che si liberano e liberano dalla violenza del sacro, violenza profonda, strutturale e simbolica.

Buona laicità!

Ma all'amore non serve la violenza della sacralità

ENZO MAZZI il manifesto - 18 Marzo 2003