estratti- Cap.VI - IRDISP - Febbraio 1987)
(...) E' forse con Henry David Thoureau, con i suoi famosi discorsi sulla
disobbedienza civile del 1848 e 1849, che possiamo trovare i principali
elementi teorici di ciò che sarà più tardi chiamato la nonviolenza. Ma ciò
che Thoureau teorizza è la possibilità di agire sul quadro legale, sulle
leggi della nazione se si stima che esse siano ingiuste e che si vuole cambiarle.
E' in questa prospettiva che Gandhi concepisce la nonviolenza, prima in
Sudafrica, poi in India.
Gandhi considerava la nonviolenza come strumento politico di conquista dei
diritti e della dignità, prima ancora che mezzo per ottenere l'indipendenza
anche se - ovviamente - le due cose erano legate. Ricordiamo in effetti
che Gandhi postpone parecchie volte l'offensiva finale contro gli inglesi
in quanto egli considerava che l'indipendenza non si limitava alla partenza
degli inglesi (3). In questa stessa prospettiva, anche se essa resterà per
la parte essenziale nel campo degli scritti, si può situare Leon Tolstoj.
Più vicini a noi ritroviamo Marthin Luther King, Cesar Chavez, il movimento
contro la guerra del Vietnam e - parzialmente - alcuni movimenti ambientalisti
ed ecologisti ed infine, in modo statutario e sistematico, il Partito Radicale
in Italia.
(...)
Che Gandhi non abbia mai considerato il disarmo o l'assenza di armamenti
come una condizione-miracolo o come un fine ultimo, ma che li abbia sempre
interpretati come dei processi, come dei mezzi, come degli obiettivi senz'altro
necessari a breve termine, ma in ogni caso insufficienti, si comprende chiaramente
da une delle sue più note dichiarazioni: "Credo che nel caso in cui l'unica
scelta possibile sia tra codardia e violenza, io consiglierei la violenza...Preferirei
che l'India ricorresse alle armi per difendere il suo onore piuttosto che
in modo codardo divenisse o rimanesse testimone impotente del proprio disonore...Tuttavia
sono convinto che la nonviolenza è infinitamente superiore alla violenza".
Per quanto riguarda l'origine della teorizzazione della DNP, possiamo attribuirla
a Bertrand Russel, che nel suo articolo "Guerra e non resistenza" dell'agosto
1915 proponeva agli inglesi il ricorso ad una resistenza nonviolenta organizzata
nel caso in cui i nazisti fossero riusciti ad invadere l'Inghilterra. Altri
accenni alla DPN, privi però di una sistemazione organica, si trovano nel
1934 in Richard Gregg, nel 1935 in Barthelemy de Ligt e nel 1937 in Kenneth
Boulding. L'ultimo autore teorizza anche il transarmo.
Ma la prima analisi scientifica della dottrina della difesa popolare nonviolenta
viene fatta da un militare inglese, Stephen King-Hall, nel suo libro , "Defence
in the Nuclear Age", del 1958. Nello steso periodo Johann Galtung precisa
in termini non soltanto strategici ma politici la dottrina in "Defence without
a Military System" del 1959. Nel settembre del 1967 si tiene il primo incontro
internazionale sull'argomento ad Oxford. Ne scaturirà l'opera che resta
il punto di riferimento più sistematico sulla difesa civile, "The Strategy
of Civilian Defence", pubblicata sotto la direzione di Adam Roberts e con
la collaborazione dello storico e stratega Liddell Hart.
(...)
Partendo della domanda "Perché le strategie di difesa tradizionali sono
inadeguate?", Ebert analizza 4 contraddizioni della politica difensiva contemporanea:
"1) La gestione delle crisi, gli interventi militari e presumibilmente anche
lo svolgimento di guerre progressivamente più estese, sono affare di pochissimi
uomini all'interno di una ristrettissima élite...Oggi a manovrare un dispositivo
di sterminio automatizzato bastano i tecnocrati. Il popolo resta completamente
tagliato fuori, vittima di una politica decisa dall'alto, nello stile dell'assolutismo,
informata tardivamente, insufficientemente o per nulla...
2) La popolazione civile, nelle guerre moderne, è totalmente e direttamente
coinvolta, in quanto l'avversario può sterminarla con le sue armi a lungo
raggio, senza bisogno di sconfiggere prima l'esercito nemico...
3) Le armi a lungo raggio hanno portato alla perdita della difendibilità
dei confini degli Stati territoriali; non è possibile in una guerra nucleare
difendere i confini...
4) Gli enormi costi delle armi moderne e l'impossibilità di una difesa avanzata
costringono gli Stati più piccoli a rinunciare ad una delle conquiste delle
rivoluzioni borghesi, la sovranità nazionale"
.
Partendo da queste 4 contraddizioni Ebert propone altrettante sintesi:
"1) La contraddizione fra le esigenze dell'attuale strategia del terrore
e lo stato di minorità in cui è tenuto il popolo, che deriva dallo sviluppo
della tecnica delle armi, conduce dialetticamente alla sintesi per cui il
popolo, abolite le armi, diventa protagonista della difesa e viene attuata
la resistenza nonviolenta, che esige l'accordo reattivo fra popolo e suoi
leader...
2) La contraddizione tra l'esigenza difensiva di proteggere la popolazione
civile e l'immediata ed incondizionata minaccia cui essa è invece sottoposta
trova la sua sintesi nel caso in cui la popolazione civile si prepara ad
attuare una resistenza nonviolenta, anziché lasciare il compito della difesa
ai soldati...
3) Dalla contraddizione tra lo scopo difensivo di proteggere il territorio
statale e l'irrecuperabile perdita della difendibilità dei confini del territorio
degli Stati si arriva alla conclusione che non bisogna più puntare a difendere
un territorio, bensì le istituzioni sociali. In pratica ciò significa che
con la resistenza nonviolenta non vengono più difese tante singole proprietà
private, bensì una proprietà comune...
4) La contraddizione fra il fine dell'equilibrio del terrore di proteggere
l'indipendenza degli Stati e la realtà della dipendenza delle nazioni da
una o più superpotenze, trova la sua sintesi nella conversione della difesa
militare in una difesa popolare nonviolenta, in grado di restituire anche
alle piccole nazioni la possibilità di una politica difensiva indipendente".
(...)
La difesa popolare nonviolenta punta infatti su una contraddizione dell'occupante:
il controllo territoriale realizzato da un esercito è illusorio e instabile
se non è confortato dal controllo sociale, se non realizza l'accettazione
dell'occupazione stessa da parte della popolazione civile. Se quindi la
popolazione civile rifiutasse di collaborare con l'occupante, se i servizi
pubblici rifiutassero di accettare il fatto compiuto, se insomma la società
nel suo complesso continuasse ad applicare le proprie leggi, rifiutandosi
di obbedire alla legge dell'aggressore, si otterrebbe un risultato paragonabile
a quello di una guerra di liberazione o di una guerriglia. Ma con danni
incomparabilmente minori.
Per Sharp invece "l'armamento dei difensori civili consiste in una vasta
varietà di forme di resistenza psicologica, economica, sociale e politica
e di contrattacco sugli stessi piani. E' inclusa la non-cooperazione politica,
gli scioperi, il boicottaggio economico, l'istituzione di un governo parallelo,
la resistenza pubblica, le dimostrazioni di massa, il sovvertimento delle
truppe di occupazione ed anche il sostegno di sanzioni politiche ed economiche
internazionali".
(...).
Afferma Jacques Sémelin che "ogni strategia di dissuasione civile deve essere
legata ad una nuova politica internazionale del proprio paese, una politica
che integri completamente una ridefinizione dei rapporti Nord-Sud, dell'Europa
dell'Ovest con l'Asia, con l'Africa, con l'America del Sud su basi fondate
molto più sull'eguaglianza sociale" .
(...)
La
Difesa Popolare Nonviolenta
Olivier Dupuis